Romania, nuovi sogni e vecchie case

Il patrimonio immobiliare romeno è piuttosto datato e inefficiente. Nonostante i fondi messi a disposizione dall’UE, gli interventi di risanamento e di ammodernamento restano lenti, sia per motivi burocratici sia per ragioni sociali e culturali

30/12/2025, Oana Dumbrava
edificio cadente a Bucarest

Bucarest (foto: Oana Dumbrava)

Nonostante tutti i fondi europei e i programmi di ammodernamento, il patrimonio edilizio romeno resta in grave crisi. È una crisi che non fa rumore, ma che si osserva: nelle campagne, dove il tempo sembra essersi fermato, e nelle città, dove le ristrutturazioni procedono ancora troppo piano.

Negli ultimi anni, i nuovi progetti immobiliari si sono concentrati sulle periferie urbane. Nel frattempo i centri storici restano pieni di edifici vecchi, spesso abbandonati o lasciati in rovina. Molte famiglie scelgono di trasferirsi fuori città, attratte da abitazioni più spaziose e moderne. Ma il sogno dei quartieri residenziali, spesso, si scontra con la realtà: infrastrutture carenti, trasporti inefficienti e tempi di percorrenza infiniti. Così si torna spesso indietro, dentro la città che si era cercato di lasciare.

Tracce di epoche passate

Secondo i dati citati da HotNews, la Romania si trova in una situazione difficile: “Solo il 35% del patrimonio immobiliare è stato costruito dopo il 1980, periodo in cui gli standard di costruzione hanno cominciato a migliorare in modo significativo. Molti edifici, a causa dell’età, non rispettano i requisiti minimi di efficienza energetica o di resistenza antisismica”.

In molte aree rurali le case risalgono agli anni Trenta e Quaranta del Novecento, un periodo in cui non esistevano norme di sicurezza né standard energetici. Il vero boom edilizio arrivò durante il regime comunista. Nicolae Ceaușescu diede il via a un’enorme ondata di costruzioni: blocchi di cemento grigi e uniformi che dovevano accogliere le migliaia di persone spinte dall’industrializzazione forzata a lasciare le campagne per trasferirsi nelle città.

Si costruiva a un ritmo frenetico. Quei palazzi, ancora oggi sparsi in tutto il Paese, non sono solo edifici: sono tracce di un’epoca. Raccontano un modello di società fondato sull’egualitarismo imposto dall’alto, raccontano la tensione verso l’uniformità architettonica e il controllo dello spazio urbano. In ogni muro si legge la storia di un potere che voleva plasmare non solo le città, ma anche la vita delle persone che le abitavano.

Nuovi standard e vecchie inefficienze

Il terremoto del 1977 cambiò tutto. Una scossa di magnitudo 7 sulla scala Richter colpì la Romania, provocando 1.578 vittime e distruggendo, riporta HotNews, circa 35.000 abitazioni.

Fu allora che Nicolae Ceaușescu comprese, forse per la prima volta, quanto fossero fragili le fondamenta del Paese, e quanto fosse urgente introdurre standard antisismici più severi. Da quel momento, le nuove costruzioni iniziarono ad aderire, almeno in parte, a criteri di sicurezza più rigorosi. Il regime non risparmiò risorse per rafforzare le strutture, ma in un contesto di penuria generale dovette tagliare altrove: sull’isolamento termico, sulle tubature, sull’efficienza energetica.

È un’eredità che si sente ancora oggi. Quei risparmi continuano a pesare: gli edifici, sì, sono solidi, ma spesso sono freddi d’inverno, caldi in estate e costosi da mantenere.

Fondi europei e nuove sfide

Con l’ingresso della Romania nell’Unione europea, nel 2007, si è aperta una nuova fase per il patrimonio edilizio del Paese. La Romania ha avuto accesso a importanti fondi europei destinati alla modernizzazione degli edifici, in particolare i Programmi Operativi Regionali (POR) basati sui fondi di coesione e più recentemente il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

Il primo grande passo è arrivato con il POR 2014-2020, che ha messo a disposizione l’equivalente di oltre un miliardo di euro per la riqualificazione termica dei condomini. All’inizio, la gestione dei fondi è stata tutt’altro che semplice. Le procedure erano nuove, spesso lente, e mancavano figure professionali preparate a lavorare con le regole europee. Con il tempo le amministrazioni locali hanno imparato a muoversi meglio, e oggi le richieste di finanziamento per la riqualificazione termica superano le risorse disponibili. La selezione dei progetti non avviene più in base al mero ordine di presentazione delle domande, ma secondo criteri più specifici e rigorosi, che rendono la competizione più alta e la burocrazia più complessa.

Il consolidamento sismico, invece, è entrato nell’agenda solo più tardi, con il lancio del PNRR. Il piano ha messo a disposizione circa 2,17 miliardi di euro per interventi di riqualificazione sia energetica sia strutturale. Sulla carta, si tratta di una delle più grandi opportunità degli ultimi decenni, ma nella pratica bisognerà vedere quanto si riuscirà a fare entro la scadenza del 2026.

Il sogno della proprietà

Dopo la caduta del comunismo, la popolazione della Romania è stata attraversata da un desiderio profondo e trasversale: possedere una casa. Per milioni di persone, l’abitazione non era più soltanto un luogo dove vivere, ma un simbolo concreto della ritrovata libertà individuale.

Negli anni Novanta, chi aveva messo da parte qualche risparmio spesso acquistava un appartamento. Con il tempo, le banche hanno alimentato quel sogno, offrendo crediti e mutui che hanno reso la proprietà immobiliare un traguardo possibile per molti. Possedere una casa è diventata – e rimane – una prova di stabilità, identità e successo personale.

Non tutti, però, hanno visto positivamente questa corsa alla proprietà immobiliare. Quindici anni fa, l’economista Ilie Şerbănescu, in un articolo su Adevărul, definiva la vendita massiccia delle abitazioni all’interno dei condomini ai rispettivi inquilini “una strategia completamente idiota”, con gravi conseguenze sociali. “Lo Stato si è liberato del peso della gestione [di queste abitazioni] cedendole a persone che però non sono in grado di mantenerle”, spiegava Şerbănescu. In effetti, verso la metà degli anni Novanta sono comparsi i primi casi di condomini che venivano scollegati dalle utenze a causa dei troppi debiti accumulati.

A questo processo di compravendita si è sovrapposta l’operazione di restituzione degli edifici di epoca pre-comunista ai legittimi proprietari, anch’essa avvenuta dopo il 1989. Il risultato è che oggi, secondo Eurostat, il 97% delle abitazioni in Romania è di proprietà privata – il tasso più alto di tutta l’Unione europea. È un primato che racconta molto della storia recente del Paese, ma anche dei suoi limiti.

Case vuote, mura piene di storie

Ristrutturare e ammodernare il patrimonio edilizio rimane un processo spesso lento e complicato. Molti proprietari dispongono di risorse limitate e faticano ad accordarsi con i loro vicini per avviare i lavori di ristrutturazione o per accedere ai fondi pubblici disponibili.

A questo si aggiunge un fenomeno che ha ridisegnato il volto della Romania: la migrazione. Milioni di romeni hanno lasciato le campagne per cercare lavoro nelle città, o si sono trasferiti all’estero in cerca di un futuro migliore. Dietro di loro hanno lasciato case ormai vuote, a volte in rovina oppure ristrutturate solo a metà grazie alle rimesse.

Ogni muro porta i segni di una storia diversa: quella di chi è partito, di chi è rimasto, di chi continua a pagare le spese di un appartamento dove non abita più. È in queste mura, sospese tra passato e futuro, che si legge la complessità della Romania di oggi.

Un cittadino di Bucarest scrive su Reddit: “Nel mio condominio (vecchio ma con isolamento termico) ci sono almeno sette appartamenti vuoti. L’edificio ha 9 piani, quattro appartamenti per piano e quattro scale. Nelle altre scale la situazione è la stessa: tra cinque e sette appartamenti vuoti per ciascuna. Sono disabitati da oltre dieci anni e accumulano debiti di manutenzione che poi qualcuno pagherà. Le persone sono emigrate o i genitori sono morti”.

È il ritratto di una Romania dai forti contrasti: nuove abitazioni di lusso che sorgono accanto a palazzi comunisti decadenti, case che restano vuote nei villaggi e appartamenti inutilizzati nelle città o nelle periferie dove non tutti vogliono vivere.

“Abbiamo contemporaneamente un calo demografico e alloggi sempre più costosi, il che è assurdo. Molte delle abitazioni che le persone possono permettersi sono piccole o inadeguate, mentre la maggior parte delle nuove abitazioni, anche quelle relativamente accessibili dal punto di vista finanziario, non sono situate in zone fisicamente accessibili”, spiega il sociologo e demografo Robert Santa in un’intervista a HotNews.

Il peso del passato

La Romania si trova a fare i conti con il peso del suo patrimonio edilizio, letteralmente e simbolicamente. È il risultato di una trasformazione rapidissima – una società passata in pochi decenni dalla proprietà collettiva a quella individuale, senza che si costruissero, nel frattempo, le istituzioni e le mentalità necessarie per gestire adeguatamente lo spazio comune.

Molti romeni conoscono bene i rischi sismici o i problemi di efficienza energetica, ma spesso non agiscono per affrontarli. Manca la fiducia nelle autorità, mancano i soldi, manca anche l’abitudine a fare le cose insieme. Persiste, invece, quella che molti chiamano “la cultura della riparazione dopo il disastro”: si interviene solo quando il danno è già stato fatto, mai prima.

Altro che ristrutturare milioni di edifici: la sfida più grande di tutte sta nel cambiare abitudini e mentalità. Perché la Romania, oggi, non deve soltanto ristrutturare i suoi edifici, ma anche ricostruire il patto sociale che li tiene in piedi.

Questo articolo è stato prodotto in collaborazione con la testata romena HotNews nell'ambito di PULSE, un'iniziativa europea coordinata da OBCT che sostiene le collaborazioni giornalistiche transnazionali.

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