Romania, “La cravatta gialla” di Celibidache
Conquista il pubblico romeno e divide la critica il film sul direttore d’orchestra Sergiu Celibidache, “La cravatta gialla”, proiettato nelle sale romene alla fine dello scorso anno e diretto dal figlio Serge Ioan Celebidachi

Sergiu Celibidache
Sergiu Celibidache - Foto Örebro läns museum/Dominio pubblico
Alla fine dell’anno scorso, nelle sale romene è arrivato “La Cravatta Gialla” (“Cravata galbena”), un film dedicato alla vita del direttore d’orchestra Sergiu Celibidache. Un’uscita che, tra polemiche e brividi, ha riacceso ricordi preziosi attorno alla figura geniale — e spesso divisiva — del grande musicista romeno.
Nella prima settimana di gennaio, “La Cravatta Gialla” è stato indicato come il film più visto del 2025 in Romania: oltre 400 mila spettatori e quasi ogni proiezione a cassa chiusa. Diretto dal figlio, Serge Ioan Celebidachi, insieme a James Oliver, il film è stato prodotto in inglese con un budget di circa 20 milioni di euro, provenienti da finanziamenti privati. La voglia, condivisa da molti, di ricomporre la parabola di Celibidache è stata evidente fin dall’inizio — e, a giudicare dai numeri, alla fine ha ripagato.
Perché Sergiu Celibidache va ricordato?
Sergiu Celibidache (1912–1996) fu noto tanto per il carisma quanto per l’intransigenza artistica. Nato a Roman (Moldavia romena), dopo gli studi iniziali in Romania e un passaggio formativo a Parigi, si perfezionò a Berlino tra la Hochschule für Musik e l’Università di Berlino. Qui approfondì composizione, direzione, musicologia e filosofia, conseguendo anche un dottorato con una tesi su Josquin des Prez. Divenne uno dei protagonisti della ricostruzione musicale berlinese del dopoguerra e sviluppò in seguito una carriera internazionale. Celibidache resta geniale nel suo modo inconfondibile di dirigere: gesti aerei, leggeri, quasi da passero, come se “danzasse” con l’orchestra. Conoscendo a memoria anche le partiture più difficili, sembrava lasciarsi possedere dalla musica, perché, in fondo, la musica siamo noi. Chi non lo ricorda, o chi desidera scoprirlo oggi, può iniziare da questo brano rappresentativo, tra le registrazioni pubblicate dopo la morte del Maestro.
Il racconto del film
Ma, al di là del suo genio artistico, ciò che rende Celibidache davvero speciale è la sua ostinata scelta di non cercare consenso attorno a sé, né tanto meno una carriera mediatica”. È così che lo racconta anche il film, lungo i sette decenni della sua vita: dal bambino che si rifiuta di piegarsi ai desideri del padre, fino all’adulto che insegue i propri sogni con dedizione, tenendo i valori saldi e coerenti.
Celibidache rifiuta registrazioni, tournée in America, interviste e fotografie perché, nella sua visione, l’arte del dirigere vive solo nell’istante irripetibile del concerto e perde verità se fissata, replicata o trasformata in prodotto. In questo senso, il film assume anche i tratti di una saga: la storia di un padre e di un figlio. Un figlio che realizza un film sul padre, discutendo apertamente il rapporto di quest’ultimo con il proprio genitore e, insieme, il suo stesso diventare nella vita.
Nella versione della vecchiaia, Celibidache è interpretato da John Malkovich: un nome che incuriosisce e attira, anche per quel riflesso quasi inevitabile che ci porta a voler vedere i grandi attori. Ma qui la vera rivelazione è il Sergiu Celibidache giovane, interpretato da Ben Schnetzer, impeccabile nel restituire complessità e tensione interiore. Schnetzer si immedesima con una delicatezza e una forza, insieme, davvero rare: non imita, ma costruisce.
Tra le scene più memorabili spicca il concerto con la Filarmonica di Berlino, ricreato e filmato in Romania, alla Sala Palatului, davanti a un pubblico di 4.000 persone: una sequenza mirifica, carica di emozione, perfezione musicale e intensità attoriale. Non è un caso, del resto, se Schnetzer ha raccontato in un’intervista di essersi preparato con tanta disciplina: ha iniziato a imparare il pianoforte per il film, ha studiato il tedesco e ha analizzato nei minimi dettagli i gesti di Celibidache, fino a farli diventare linguaggio naturale.
Anche i personaggi femminili — in particolare la moglie di Celibidache nelle versioni giovanile e adulta, interpretata da Kate Phillips e Miranda Richardson — risultano impeccabili. Sono figure che, altrimenti, avremmo conosciuto solo attraverso la biografia del direttore d’orchestra: non semplici presenze di contorno, ma persone reali, con un peso emotivo e narrativo.
Da dove nascono le polemiche? Perché le opinioni risultano così divise?
Dopo le prime proiezioni, il film ha raccolto recensioni molto diverse. Tra queste, ha fatto discutere un pezzo firmato da alcuni studenti liceali per la rivista Alicarte: secondo molti, la recensione rivelava troppo della trama e non era particolarmente benevola. La reazione del team di produzione — che avrebbe insistito per rimuoverla — ha innescato una risposta immediata, soprattutto da parte del pubblico più “intellettuale”, che è intervenuto con ulteriori critiche. Il paradosso, come spesso accade, è che la controversia ha finito per dare al film ancora più visibilità.
Nel merito, le obiezioni ricorrenti sono chiare: c’è chi sostiene che la storia sia troppo romanzata, chi la trova a tratti lenta, incline a soffermarsi su episodi ritenuti marginali o non del tutto credibili.
Eppure, al di là della discussione estetica, resta un dato culturale: il pubblico romeno sembra avere bisogno di rivedere i propri artisti celebrati, di riconoscersi in loro, di “vantarsene” in senso positivo, e soprattutto di immaginarli di nuovo come modelli.
In questo quadro, scatta anche un’altra dinamica ben nota: quando un film conquista un pubblico molto ampio, tende a essere considerato da alcuni inevitabilmente “commerciale”. Come se il successo popolare, di per sé, ne riducesse la statura. C’è chi sostiene che i grandi film non possano piacere a categorie troppo diverse tra loro; e chi, al contrario, vede proprio in quella capacità di parlare a molti una forma di forza, non di debolezza.
Il film è certamente da vedere — e, in parte, da rivedere — soprattutto per le scene musicali, capaci di trascinarti in un altro mondo e di farti venire voglia di ascoltare musica classica dal vivo.
E se si vuole capire la ragione più profonda di questa calorosa accoglienza del pubblico, forse la risposta sta nei valori forti di una vita vissuta in pieno accordo con se stessa. Valori che il film trasmette con insistenza e che si intrecciano al ricordo di ciò che la musica può portare nelle nostre vite. Abbiamo bisogno di vedere e ricordare storie così — e viene naturale sperare che il film arrivi quest’anno anche all’estero, così che altri possano scoprire non solo Celibidache, ma anche il perché di un titolo come “La Cravatta Gialla”.
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