Nikola Strašek: oggi, come nella Jugoslavia degli anni Ottanta

Scrittore e regista zagabrese pluripremiato, Nikola Strašek racconta il suo difficile percorso personale nella Croazia degli anni Novanta e traccia un parallelo tra il mondo di oggi e la Jugoslavia alla vigilia della sua fine

09/01/2026, Branimira Lazarin
Zagabria, Croazia - Muro con manifesti e street art © Todamo/Shutterstock

Zagabria, Croazia – Muro con manifesti e street art

Zagabria, Croazia - Muro con manifesti e street art © Todamo/Shutterstock

(Originariamente pubblicato da Novosti)

Nikola Strašek (Zagabria, 1978) ha iniziato il suo percorso letterario pubblicando per l’editore OceanMore di Zagabria una raccolta di poesie intitolata Leptirići u stomaku, glave na kolcima [Farfalle nello stomaco, teste sui pali, 2024] e il romanzo Heroin, kruh i rudnici sumpora [Eroina, pane e miniere di zolfo, 2025]. Regista di professione, poeta per vocazione, artista pluripremiato, all’occorrenza anche operaio tenace e perseverante, in questa intervista Strašek parla con schiettezza del suo percorso esistenziale travagliato e delle sfide della società contemporanea.

A svolgere un ruolo chiave nel percorso che l’ha riportata ad una vita funzionale è stata la comunità terapeutica “Moji dani” [Le mie giornate], una struttura promossa dal ministero delle Politiche Sociali e Giovanili, situata in un’area boschiva dello Zagorje croato. Nel suo romanzo d’esordio, lei parla di un sistema di riabilitazione psico-sociale fondato sul principio di solidarietà e su una quotidianità ben strutturata. Descrive un’istituzione laica dove ai tossicodipendenti è consentita una dose ragionevole di distrazioni come caffè e tabacco. Un luogo che in alcuni lettori inevitabilmente risveglierà ricordi dei campi estivi per ragazzi ai tempi della Jugoslavia o persino di alcune forme alternative, seppur autoritarie, di istituzioni scolastiche, come la Summerhill School. Un luogo così strutturato, dove lei ha trovato aiuto all’epoca in cui era affetto da politossicomania, oggi sembra quasi un’istituzione ideale per curare le tossicodipendenze…

Negli anni in cui avevo iniziato a fare uso di stupefacenti, l’unica comunità di cui eravamo a conoscenza era “Cenacolo” che a quel tempo mi sembrava più terrificante della morte. Avevo sedici anni quando assunsi l’eroina per la prima volta, subito per via endovenosa con l’aiuto di un tossicodipendente più grande di me. Era il 1994, eravamo in un edificio occupato di fronte al cinema Kustošija, nel frattempo demolito. Alla fine degli Ottanta, noi, alunni delle scuole elementari del quartiere venivamo portati a quel cinema per assistere alle proiezioni mattutine di film come La battaglia della Neretva, Lo squadrone partigiano e La battaglia della Sutjeska, mentre alla sera proiettavano film porno classici.

Anziché placarsi, la guerra si era diffusa e intensificata, diventando sempre più crudele e criminale. Eppure, per noi, adolescenti, nonostante la paura sui volti dei nostri genitori e le occasionali fughe nei bunker sotterranei, era solo un rumore di sottofondo con cui crescevamo, approfittando del controllo meno rigoroso da parte degli adulti e della caotica quotidianità, frutto di un costante clima di paura e psicosi sociale.

Così vendevamo erba e caramelle ai soldati dell’UNPROFOR della vicina caserma di Črnomerec a prezzi sfacciatamente gonfiati, vagavamo per le strade deserte, giocavamo con le nostre vite mentre intorno a noi le persone morivano in continuazione. Ragazzi e ragazze di pochi anni più grandi di noi morivano di overdose o finivano nel reparto tossicodipendenze in via Vinogradska o, peggio ancora, in quel luogo a cui abbiamo accennato prima e che ancora oggi, appena lo sento nominare, suscita in me una sensazione di nausea e paura.

Un luogo il cui solo nome, Cenacolo, bastava a mandare tutti nel panico, anche se in quegli anni offriva l’unica via d’uscita possibile per i tossicodipendenti minorenni che, per via dei genitori severi e del desiderio di evitare che la loro malattia venisse ufficialmente registrata, non si recavano in ospedale per le cure. Pochissime persone se la cavavano da sole, senza farmaci e con la sola forza di volontà. Per tutti gli altri, la scelta era tra le pillole e il Cenacolo, tra l’ambulatorio e la preghiera.

L’espressione “tossicodipendenza” aveva un’eco diversa nella società degli anni Novanta…

Per la società di allora, la tossicodipendenza era semplicemente il risultato di edonismo e dissolutezza, e i tossicodipendenti erano considerati come delinquenti, deboli di carattere, individui moralmente depravati pronti a rubare dei soldi alla propria madre per comprare l’eroina. La dipendenza non era vista come una malattia, bensì come un fallimento morale e una sottomissione egoistica agli istinti edonistici. L’origine di questo male inconcepibile veniva ricondotta allo spacciatore, e questo in un paese, come la Croazia, dove a quel tempo enormi quantità di stupefacenti venivano trasportate e immagazzinate in strutture militari.

Forse anche allora c’erano alcune comunità laiche e finanziate dallo stato, basate sui programmi di supporto psicologico, ma io non ne avevo mai sentito parlare. Conoscevo soltanto storie orribili di disintossicazione a secco, di preghiere in ginocchio nel cuore della notte, maltrattamenti e privazione di qualsiasi cosa che somigliasse ad una vita quotidiana normale. Sembrava un lavaggio del cervello, una struttura religiosa dove la tossicodipendenza veniva sostituita con la dipendenza da un dio imposto.

Nonostante quel terribile regime che ero convinto di non poter sopportare, ho conosciuto diverse persone che hanno trovato salvezza al Cenacolo e che ancora oggi mantengono l’astinenza e vivono come membri a pieno titolo della società, pagando le tasse, rispettando le leggi, lavorando e aiutando gli altri. Conosco però anche alcuni che sono fuggiti da quel posto, ritrovando se stessi in altri luoghi e uscendone puliti e funzionali, senza rimettersi alla mercé di poteri superiori.

Quando, quasi due decenni dopo, ho toccato il fondo, crollando e finendo in strada, rinnegato da tutte le persone che mi amavano veramente, ero convinto che si trattasse di una congiura per frenarmi e domarmi. Mi sono opposto, con tutte le mie forze, ai tentativi di chi mi voleva aiutare, riuscendo a malapena a sopravvivere per qualche mese, dormendo sui divani di amici e colleghi, e poi in garage e parchi, fino a quando – ormai poco lucido, affamato e furioso – non sono crollato, accettando il fatto di dovermi curare.

Ho accettato di entrare in una struttura di recupero dopo che mio fratello mi ha mostrato un opuscolo con il programma della comunità terapeutica “Moji dani” [I miei giorni] dove era consentito fumare venti sigarette al giorno, bere caffè dopo colazione e pranzo e leggere libri. Anche in quell’occasione però – e stavo salvando la mia vita – ho opposto resistenza. Mi hanno portato alla comunità come un fardello, ubriaco e drogato, lasciandomi lì come tale.

Mi ci sono voluti quasi tre mesi per disintossicarmi, per riconquistare la lucidità e rendermi conto quanto fosse difficile vedere quello che era davanti ai miei occhi. Fino a quel momento non ho fatto che fuggire. E quando sono arrivato, accettando il fatto di appartenere a quel posto e di non essere diverso da altre persone danneggiate, malate e tossicodipendenti ospitate nella comunità, ho smesso di fuggire da me stesso, iniziando a partecipare alla vita comune e ad accettare le regole di quel luogo dove ho condiviso il pane e il destino con gli altri ospiti. Da quel momento, pian piano, è iniziata la mia guarigione, e con essa anche il mio ritorno ai fondamenti dell’umanità.

Come ha vissuto l’esperienza dell’accettazione di sé?

C’è un’antica parabola persiana che illustra perfettamente la mia vita dal momento in cui ho iniziato a fare uso di sostanze stupefacenti fino all’ingresso nella comunità. Il racconto si intitola “Appuntamento a Samarra”.

Un giorno un mercante di Baghdad mandò il suo servo al mercato per comprare della frutta. Il servo tornò correndo a mani vuote, ansimando e in preda al panico disse: “Padrone, una donna incontrata al mercato mi ha spinto, ma non era una donna, era la morte. Mi ha guardato negli occhi e mi ha riconosciuto. Per favore, prestami uno dei tuoi cavalli così posso scappare. Andrò a Samarra per nascondermi da lei, non mi troverà lì, e tutti i tuoi cavalli sono forti, veloci e resistenti. Se parto subito, sarò a Samarra entro sera”.

Il padrone gli diede il suo cavallo più veloce e il servo partì. Più tardi il padrone andò in piazza a cercare la Morte. Quando la vide, le si avvicinò e le disse: “Perché hai spaventato così tanto il mio servo stamattina?”. La Morte lo guardò sorpresa e rispose: “Non lo volevo spaventare, mercante, no, non era mia intenzione, sono solo rimasta sorpresa di vederlo a Baghdad quando stasera ho un appuntamento con lui a Samarra”.

Così anch’io fuggivo in continuazione. Quando ho finalmente accettato la verità, rendendomi conto qual era il mio posto, mi è diventato chiaro: ho sentito un sollievo pensando che fosse tutto nelle mani del destino. Ma la realtà non dipende dal destino. La realtà è una sfida.

Eppure, il primo luogo in cui lei si è riconosciuto, nello spleen della sua prosa e nei temi della sua poesia, è fortemente legato alla sua generazione. Ad esempio, crescere a Zagabria negli anni Novanta in questo breve frammento della sua prosa: “Quando oggi penso alla libertà e alla giovinezza, vedo l’immagine di un ragazzo su uno skateboard che, nel bel mezzo di un giorno feriale, sfreccia sullo Zeleni val deserto, durante un raid aereo”. Riesce a riassumere gli anni Novanta?

Sono nato nel 1978 e ho un’esperienza del tutto soggettiva degli anni Ottanta, come una sorta di idillio, anche se era la quiete prima della tempesta: mia madre era ancora sana, eravamo una famiglia e io ero felice, o almeno così ricordo quel periodo. Allo stesso modo in cui l’oblio ci salva dalla vergogna, così ripara anche i nostri ricordi, o meglio, sceglie quelli con cui siamo capaci di confrontarci. È un processo del tutto normale perché tendiamo ad abbellire il passato che abbiamo vissuto, soprattutto il tempo dell’innocenza, di una percezione ingenua del mondo, tempo in cui i nostri genitori ci sembravano immortali, infallibili e onnipotenti.

Così, dopo aver vissuto la mia prima infanzia come un periodo di relativo benessere e beata ignoranza, gli anni Novanta sono arrivati ​​come un proiettile che ho sentito sparare tanto tempo fa, convinto che il bersaglio fosse qualcun altro, chiunque, tranne me. La frase di Gramsci sul pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà è ben nota.

Ho visto chiaramente la dialettica tra questi due lati umani riflettersi sui volti dei miei genitori di fronte agli eventi che, attraverso la televisione, stavano tracciando il percorso verso l’imminente catastrofe.

Allo stesso tempo, proprio osservando le espressioni sui loro volti e le loro reazioni alle notizie, sempre più brutte, ho capito davvero per la prima volta che anche loro erano persone indifese e spaventate, non custodi divini e onniscienti il cui amore mi avrebbe protetto da ogni male.

Nello specifico, mentre i miei genitori guardavano il discorso di Milošević in Kosovo nel 1989, io, non capendo cosa quest’ultimo stesse dicendo, li osservavo e, inorridito, ho visto la paura sui loro volti e nei loro occhi. Il sociologo polacco Zygmunt Bauman, facendo riferimento a Freud, ha sviluppato una teoria secondo cui con il passare del tempo le società oscillano tra due poli: da un lato la sicurezza, dall’altro la libertà.

La libertà senza sicurezza prelude al caos, all’ansia costante e alla paura. La sicurezza senza libertà equivale alla schiavitù. Quindi, sia la libertà che la sicurezza sono terribili di per sé, solo unite rendono bella la vita. Entrambe sono necessarie, complementari l’una all’altra, però in pratica sono inconciliabili. Così, abbiamo vissuto gli anni Novanta circondati dal caos e dalla distruzione, in una società dove regnava sovrana la peggiore libertà possibile: la libertà di uccidere, rubare e distruggere.

Come si muove oggi il pendolo di Bauman?

Oggi, quel pendolo sta dall’altra parte, dove le persone cercano sicurezza e tranquillità, come da un quarto di secolo ormai accade qui nei Balcani. Mi sembra però che, sia a livello globale che locale, in un certo senso stiamo rivivendo l’esperienza jugoslava degli anni Ottanta. Cioè un’epoca in cui tratteniamo collettivamente il respiro e aspettiamo il primo segno dell’apocalisse, i cui prodromi e sintomi ci ricordano ogni giorno dove andiamo e cosa ci attende.

I cittadini di Zagabria ben ricordano i suoi murales degli anni Novanta, che lei disegnava di notte “correndo come un matto lungo la Ilica verso il Črnkas”. Quali di questi graffiti, perlopiù andati perduti, oggi rifarebbe o ritoccherebbe? Cito solo alcuni: “Le nazioni peggiori hanno i patrioti migliori” (Goethe), “I figli dei poveri allo spiedo” (Jonathan Swift), “Finché l’ultimo nobile non sarà strangolato con le budella dell’ultimo prete” (Diderot)…

Credo che prima sceglierei la facciata più sana e pulita di un edificio, preferibilmente costruito un centinaio di anni fa, e poi ci scriverei sopra i versi di Predrag Lucić: “Lo so – si è creato un clima / Se ci saranno loro, non ci saremo noi / Oh esseri umani, dove siete / Andate affanculo, figli di puttana”.

Lei però non ha menzionato il graffito più importante che ho realizzato un quarto di secolo fa, quello che è stato cancellato già il giorno successivo, ma oggi risuona ancora più forte e chiaro: “L’ultimo capitalista che impiccheremo sarà quello che ci ha venduto la corda”.

Scriverei sicuramente anche i versi del poeta Roque Dalton dalla poesia “Come te”: Credo che il mondo sia bello / e che la poesia sia come il pane, di tutti. Se avessi tempo e se non ci fosse nessun poliziotto in vista, continuerei: E che le mie vene non finiscano in me / bensì nel sangue unanime /  di quelli che lottano per la vita / l’amore / le piccole cose / la terra e il pane / la poesia di tutti. Per concludere, parafraserei Robert Bolaño scrivendo: “Sulla strada della libertà, il male guida una Ferrari”.

L’idea del titolo della sua raccolta di poesie, “Farfalle nello stomaco, teste sui pali”, è nata in quella che lei chiama “la miniera di zolfo”, ossia in un magazzino di frutta e verdura dove lei ha lavorato per anni. A ispirarla è stato un suo collega, giusto? Ricorda quell’episodio?

Il titolo della raccolta deriva da una affermazione, pronunciata da un mio compagno di miniera, il più giovane, il diciottenne Luka Tošić di Kozari Putevi [uno dei quartieri della periferia est di Zagabria], che guardava tutti negli occhi, soprattutto i capi, senza paura, da una posizione eretta e paritaria, perché il suo albero genealogico (proveniva da una famiglia di sarti), o meglio la sua “schiena”, come alcuni preferiscono chiamarla, è cresciuta dritta ed era difficile piegarla.

Quando, dopo una prima fase di adattamento, ho iniziato ad esprimere apertamente le mie idee comuniste e sindacaliste in quella miniera, invocando il giorno in cui avremmo sfidato la classe capitalista e i suoi servi, Luka Tošić è stato tra i minatori che mi hanno sempre sostenuto, ascoltando con curiosità le mie parole. Una mattina tutti e due siamo arrivati al lavoro dopo una notte in bianco e quando ha visto che mi reggevo a malapena in piedi, Luka mi si è avvicinato sussurrando: “Sento le farfalle nello stomaco. La rivoluzione è vicina”. Quelle parole mi sono rimaste impresse nella memoria, poi le ho trasformate nel titolo della raccolta. Abbiamo parlato dopo l’uscita del libro e posso dire con gioia che Luka è contento che io abbia utilizzato la sua frase.

Nei suoi libri lei descrive quella “miniera”, dove ha lavorato per sei anni, come un luogo di estrema crudeltà. I lavoratori non hanno nemmeno le divise adeguate, per non parlare dei diritti. Come si superano queste difficoltà?

I sindacati sono stati distrutti, lavoriamo come se il Primo Maggio non fosse mai nato a Chicago nel XIX secolo, come se in quell’occasione i lavoratori non fossero stati uccisi e come se in seguito i diritti dei lavoratori non fossero stati sanciti. Tutto questo per creare un inganno, un “clima imprenditoriale” che permette ai nostri politici di vantarsi di come in Croazia si lavori più ore e la forza lavoro costi meno che altrove. Però dopo aver superato quel seppuku esistenziale di alzarsi dal letto, c’è qualcosa di confortante nella consapevolezza di partecipare alla grande impresa umana insieme a miliardi di altre persone che si alzano, vanno a lavorare, pagano tasse e mutui, amano i loro figli.

Le richieste del 99% dell’umanità sono in realtà molto semplici e sono state esplicitate dal Subcomandante Marcos nel suo discorso “Per tutti, tutto” in cui la retorica politica, rivoluzionaria e concreta, a mio avviso, raggiunge l’apice di ciò che considero poesia. Gli esseri umani vogliono “un tetto sopra la testa, il pane, l’istruzione, la salute, la libertà, la democrazia, l’indipendenza e la pace”. Queste erano le richieste dell’umanità cinquecento anni fa e queste sono le nostre richieste oggi.

Oppure, per citare le sue parole: “A poco servono la tecnologia e il progresso, nel Paleolitico l’uomo lavorava venti ore alla settimana”…

Esatto. Ecco perché dobbiamo coltivare ancora più la tenerezza, l’umorismo, la dignità e la gentilezza, una prospettiva sociale acuta concentrata sugli sconfitti e sugli oppressi, perché come membri di una società, di una grande famiglia ingorda, abbiamo molte più cose in comune, cose che ci legano, ci tengono in vita e che infine ci salveranno. Cose più importanti delle religioni, del colore della pelle, dei confini, della politica, della storia e dei costumi, e naturalmente più importanti delle differenze in termini di ricchezza, avidità e accaparramento che ci dividono e ci massacrano.

La solidarietà e la resistenza non violenta, ovvero la disobbedienza di massa, ridurrebbero l’oligarchia ad una posizione disperata, perché in realtà gli oligarchi dipendono molto più da noi di quanto noi non dipendiamo da loro.

Ecco un esempio concreto. Negli anni Settanta, i banchieri in Irlanda avviarono uno sciopero per una questione di poco conto, e contemporaneamente a New York, gli spazzini iniziarono a lottare per ottenere salari e condizioni di lavoro migliori. Il risultato? Dopo tre giorni, a New York fu dichiarato lo stato di emergenza e tutte le richieste degli spazzini furono accolte, solo per farli tornare al lavoro. I banchieri irlandesi ritornarono al lavoro da soli e nessuno si era nemmeno accorto del loro sciopero. Tanto per dire chi è più importante per il funzionamento della nostra società.

Ha pensato di realizzare un film sulle dinamiche del lavoro in quella miniera?

Ho già girato un film con il mio cellulare, registrando di nascosto la quotidianità dei proletari durante sei anni di lavoro nei magazzini di frutta e verdura. Quel materiale registrato sarebbe però rimasto solo un riflesso, un brivido, residui sparsi sulle schede di memoria se non fossi stato sostenuto e incoraggiato ad ogni passo dal mio professore all’Accademia, Nenad Puhovski, e dalla casa di produzione Factum. È solo grazie a loro se il film verrà presentato in anteprima a ZagrebDox quest’anno.

Come vede l’attuale momento storico, in cui alcuni ragazzi molto giovani, vestiti di nero, gridano slogan ustascia nelle piazze della Croazia? Come siamo giunti a questo punto? Lei considera uno spartiacque il momento in cui si è deciso di rinominare Piazza della Repubblica in Piazza Ban Jelačić erigendo anche una statua equestre di Jelačić, posizionata in modo da fare da contrappeso alla statua “Forme rigogliose” di Vojin Bakić? Dov’è il terzo punto di questo triangolo simbolico?

Restando nel contesto locale, credo che Boris Buden abbia ragione quando osserva che la prima decisione del governo croato guidato da Franjo Tuđman fu quella di rinominare l’allora Piazza della Repubblica (res publica, cosa pubblica) in Piazza Ban Josip Jelačić. Quest’ultimo, tra l’altro, salvò gli Asburgo nel 1848, quando gli studenti scatenarono una rivoluzione chiedendo la democrazia, l’istituzione di un parlamento e così via; quindi, tutte quelle istanze che partiti come l’HDZ di Tuđman hanno dichiaratamente sostenuto alle prime elezioni multipartitiche.

Ebbene, quel Jelačić guidò serbi e croati ubriachi, massacrò gli studenti e restituì il potere alla monarchia vacillante, facendo arretrare il movimento democratico in tutto l’impero asburgico. E quando Tuđman erige una statua equestre di Jelačić in una piazza pubblica, simbolicamente, con un solo gesto, ci riporta indietro di centocinquant’anni e cancella tutto quello che finora è stato conquistato col sangue.

Non stupisce quindi che l’opera di Bakić sia oggi circondata da monumenti come quella statua grottesca di Stjepan Radić all’inizio di via Petrinjska, il busto di Ljudevit Gaj in via Gajeva (sic!), per non parlare di quel monumento infangato e malridotto a Ujević e quello dedicato a Tesla, del tutto inappropriato, nella via che porta il nome dello scienziato. La scultura pubblica figurativa è una moda del XIX secolo, quindi di quell’epoca in cui Tuđman e Jelačić ci hanno riportato indietro in un solo giorno.

Quali sono i suoi progetti per il futuro? Ha intenzione di completare una trilogia partendo dal libro di prosa di cui abbiamo parlato?

In accordo con la casa editrice OceanMore, ho deciso di trasformare il mio romanzo nella prima parte di una trilogia così da poter raccontare l’intera storia. Nella seconda parte, affronterò la mia esperienza mineraria, ovvero i sei anni di lavoro come magazziniere nel settore privato dell’economia croata, o meglio globale, mentre la terza parte tratterà la mia vita attuale in cui cerco di sopravvivere. È una sorta di piano quinquennale, ma nessuno, nemmeno io, può affermare con certezza come evolverà la situazione.

Inoltre, ho in programma una seconda raccolta di poesie e il film di cui abbiamo parlato che sto ultimando per Factum. Vedremo cosa ne uscirà fuori, però non posso e non voglio negare di aver intrapreso quella strada ormai da tempo. Penso alla solidarietà, alla collaborazione, all’empatia e all’amore.

Penso al bene comune. Penso alle opere d’arte che attenuano la nostra solitudine, scardinando e cancellando la desolazione cosmica e l’egocentrismo che si diffondono nel mondo. Le nostre creazioni si ergono, parlano e sfidano tutti i valori dominanti nel mondo di oggi, un mondo che con tutte le sue forze, con tutti gli strumenti di propaganda immaginabili, cerca di convincerci che l’uomo è un lupo per l’uomo. Voglio celebrare le piccole forme cinematografiche e liriche, l’acquerello, lo studio, il bozzetto, la cartolina, l’arabesco e la bagattella, o come la chiamo io: la poesia otto millimetri.