L’Ungheria e l’allargamento: no all’Ucraina, sì ai Balcani

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán si oppone in ogni modo all’adesione dell’Ucraina all’UE – strumentalizzando la minoranza ungherese nel Paese –, mentre invece stringe sempre di più i rapporti con la Serbia e i Balcani occidentali

11/02/2026, Francesco Brusa
Fortezza di Užhorod, il capoluogo della Transcarpazia

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Fortezza di Užhorod, il capoluogo della Transcarpazia (© Mike Pellinni/Shutterstock)

Secondo il Primo ministro ungherese Viktor Orbán, per risolvere le difficoltà legate all’allargamento dell’UE occorrerebbe creare un’Unione “circolare”, composta cioè da cerchi concentrici: i diversi paesi potrebbero occupare “strati” differenti e collaborare solo in alcuni ambiti, senza dover per forza aderire a tutto l’insieme di valori e leggi previste dall’UE.

“Non sto parlando di un’Europa a più velocità: in quel caso staremmo tutti comunque viaggiando sulla stessa vettura e andando nella medesima direzione, sebbene a ritmi diversi”, ha precisato il Primo ministro ungherese. Nella sua visione invece Ucraina, Turchia e Gran Bretagna costituirebbero una “fascia difensiva e militare” esterna all’UE; altri Paesi aderirebbero solo al mercato unico, chi adottando l’euro e chi no, e solamente un nocciolo duro di stati si troverebbero effettivamente ad armonizzare norme e principi politici.

Orbán tende spesso a mettersi di traverso rispetto alle politiche e alle decisioni europee, tanto che l’Ungheria è il paese che più di ogni altro fa uso del veto all’interno dell’UE. Per quanto riguarda il processo di allargamento e di riforma istituzionale dell’Unione, le dichiarazioni di Orbán sono soprattutto un tentativo di inserirsi e promuovere la propria agenda, guidata da interessi economici, convinzioni ideologiche ed esigenze politiche interne.

L’Ungheria può svolgere un ruolo potenzialmente importante nel processo di allargamento e integrazione dei nuovi stati membri, se non altro per la sua posizione geografica. Insieme alla Romania, è infatti l’unico Paese dell’UE che confina sia con il blocco dei Paesi candidati dei Balcani occidentali, sia con quello dell’Europa orientale (Ucraina e Moldova). Nella Commissione europea von der Leyen I (2019-2024) era ungherese proprio il commissario all’allargamento, Olivér Várhelyi, che però è stato una figura molto controversa e criticata.

La collocazione dell’Ungheria (in viola), in posizione intermedia tra l’Ucraina e i Balcani occidentali (in giallo) e tra i Paesi UE del sud-est Europa e il resto dell’Unione (in azzurro).

Chiusure a est…

L’Ungheria di Orbán è molto esplicita nella sua contrarietà all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea. I dissapori bilaterali sono di lunga data e non riguardano solo la guerra in corso con la Russia, riguardo alla quale Orbán si trova spesso a sposare alcuni degli argomenti utilizzati dal Cremlino.

Fin dal 2010, quando è iniziato il periodo di Orbán alla guida del governo – tuttora ininterrotto –, il leader ungherese ha insistito molto nella sua politica e nella sua retorica sui diritti delle minoranze magiare residenti negli stati confinanti. Col Trattato di Trianon (1920), l’Ungheria vide ridursi notevolmente i propri confini dopo la Prima guerra mondiale: diverse comunità ungheresi si ritrovarono così all’interno dei nuovi territori della Slovacchia, della Serbia, della Romania e, appunto, dell’Ucraina, dove permangono tuttora.

“Assieme all’Olocausto, si tratta del trauma collettivo più sentito nel paese”, spiega Péter Balogh, ricercatore presso l’Istituto di studi regionali ELTE CERS e docente presso l’Università Loránd Eötvös, che di recente si è occupato delle condizioni della minoranza ungherese in Ucraina. “Durante la fase socialista era un tema tabù. Con la caduta del Muro è letteralmente esploso, si è diffuso nella società come un genio uscito dalla lampada. E quindi è diventato rapidamente un argomento su cui hanno puntato alcuni partiti, come Fidesz [il partito di Orbán, ndr]”.

Orbán si è prodigato per far sì che i membri delle comunità transfrontaliere potessero acquisire nuovamente la cittadinanza ungherese – mossa che è stata accolta con contromisure dalla Slovacchia (che ha proibito la doppia cittadinanza) e dall’Ucraina (che, semplificando, non vieta la doppia cittadinanza ma la contrasta). Lo strappo vero e proprio con l’Ucraina si è verificato nel 2017, quando Kyiv ha introdotto una controversa legge sull’educazione linguistica nelle scuole che, secondo alcuni organi tra cui la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa, avrebbe potuto limitare i diritti fondamentali di minoranze come quella magiara.

“Budapest ha sfruttato quell’occasione per cambiare la propria posizione nei confronti dell’Ucraina, che fino ad allora era stata di apertura e sostegno anche per un eventuale avvicinamento all’UE”, prosegue Balogh. “Ma la politica estera di Orbán è sempre connessa alle questioni interne. Se nei primi anni di governo poteva godere di una buona crescita economica, successivamente è subentrato un periodo di stagnazione. La sua insistenza sulle minoranze o sui temi internazionali è anche un modo per deviare l’attenzione dai problemi interni”.

Anche dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, la questione delle minoranze ungheresi è stata ripetutamente sollevata da Budapest e usata per giustificare l’opposizione contro l’allargamento dell’UE verso est. Al momento la comunità magiara in Ucraina (secondo le stime, circa 70-80mila persone concentrate nella regione occidentale della Transcarpazia) sembra dunque al centro di una triplice tensione: da una parte l’attivismo diplomatico di Orbán, spesso strumentale, dall’altra un parziale irrigidimento delle politiche di Kyiv verso le minoranze in reazione alla guerra e, infine, la propaganda russa che cerca di amplificare qualsiasi divisione o tensione nel campo avversario.

Visioni strumentali

Anche la Romania ha avuto per lungo tempo un contenzioso simile con l’Ucraina, riguardante le minoranze romene presenti nel Paese. Ma in questo caso sia Kyiv sia Bucarest sembrano ben disposte a risolvere le divergenze: contrariamente a quanto succede con l’Ungheria, la questione non pone alcun problema rispetto al sostegno romeno all’Ucraina e all’ingresso di quest’ultima in Europa.

Il carattere strumentale delle posizioni di Orbán sulla minoranza ungherese in Ucraina risalta anche dal suo atteggiamento molto più accomodante verso altri politici o governi della regione. Per esempio, nel corso delle ultime elezioni presidenziali in Romania Orbán ha appoggiato il candidato di estrema destra George Simion, benché sia stato coinvolto negli ultimi anni in vari scandali e attacchi anti-ungheresi (la Romania ospita una folta minoranza ungherese).

Orbán e il suo governo ignorano inoltre le violazioni nei confronti delle minoranze ungheresi in Slovacchia: non c’è stata alcuna rimostranza ufficiale rispetto ai Decreti Beneš (provvedimenti che certificarono, tra gli altri, l’esproprio dei beni degli ungheresi di Slovacchia dopo la loro espulsione dal paese in seguito alla Seconda guerra mondiale) né rispetto alle leggi slovacche che restringono l’uso della lingua magiara. Proprio nelle scorse settimane, sia a Budapest che a Bratislava si sono svolte manifestazioni da parte di cittadini ungheresi della Slovacchia. Eppure Orbán continua a sostenere il capo del governo slovacco Robert Fico, che come lui porta avanti una linea sovranista.

… Aperture a sud

Contrariamente a quanto accade con l’Ucraina, l’Ungheria si pone come uno dei più convinti sostenitori dell’ingresso dei paesi dei Balcani occidentali nell’UE. In particolare, Orbán intrattiene da tempo una relazione privilegiata con la Serbia – paese in cui pure è presente una cospicua minoranza magiara, composta da circa 180mila persone concentrate soprattutto in Vojvodina.

Budapest descrive le proprie relazione con Belgrado come “storicamente buone”. La sintonia tra Orbán e il presidente serbo Aleksandar Vučić si è tradotta in una serie di accordi di partenariato e cooperazione strategica, tra cui quello siglato ad aprile 2025, che prevede numerose esercitazioni militari congiunte e collaborazioni nel campo della difesa.

“L’antica idea che l’Ungheria abbia una missione civilizzatrice e di protezione nei confronti dei Balcani continua ad animare la retorica ufficiale”, sostiene Norbert Pap, storico e geografo presso l’Università di Pécs. “Si tratta di una rielaborazione retorica che serve obiettivi economici e politici molto concreti: mettere in sicurezza i rifornimenti energetici, gestire la pressione migratoria, stabilire alleanze con partner regionali che condividono uno scetticismo verso Bruxelles, e accreditare l’Ungheria come mediatore fra l’UE e Belgrado”.

Tra il 2015 e il 2022 le esportazioni ungheresi verso i Balcani occidentali sono aumentate del 150%, contro il 22% di quelle dirette verso l’UE. La banca magiara OTP ha compiuto una serie di acquisizioni nell’area, divenendo uno dei maggiori istituti della regione, mentre la compagnia ungherese 4iG si è imposta come attore di primo piano nel campo delle telecomunicazioni. L’azienda ungherese di petrolio e gas naturale MOL è presente con numerose stazioni e impianti nei Balcani occidentali e ha da poco rilevato dalla russa Gazprom una quota maggioritaria delle azioni dell’azienda petrolifera serba NIS (dopo che negli anni precedenti aveva già acquisito la croata INA e la slovena OMV).

“La lentezza del processo di allargamento ha creato fra i paesi balcanici una sorta di ‘affaticamento’”, prosegue Pap. “Questo ha lasciato spazio alle manovre dell’Ungheria, che ha potuto accreditarsi come il sostenitore più coerente e riconoscibile dell’integrazione della regione in Europa. Ma occorre distinguere fra questo posizionamento di superficie e le ragioni profonde che muovono Orbán: l’attivismo di Budapest ha più a che fare col perseguimento di propri fini strategici che con un’adesione di principio verso la necessità di integrazione europea per i paesi candidati”.

In maniera sotterranea (non solo metaforicamente) scorrono infatti anche gli interessi legati alle forniture di gas russo tramite il gasdotto Balkan, da cui l’Ungheria è fortemente dipendente e per cui Orbán non cessa di chiedere esenzioni rispetto alla scelta dell’UE di affrancarsi dalle forniture energetiche provenienti dalla Russia. Una partita in cui è coinvolta pure la Serbia.

La stessa Serbia, nel frattempo, si è detta desiderosa di unirsi alle collaborazioni fra Budapest e Mosca nell’ambito dell’energia nucleare, sottese per esempio alla costruzione della centrale Paks-2 da poco messa in funzione nei pressi dell’omonima cittadina ungherese. Una “circolarità” dunque tra relazioni internazionali e penetrazione economica, tra politica estera e ricerca del consenso interno, destinata a segnare tra le altre cose anche la campagna elettorale che si sta aprendo in Ungheria in vista delle elezioni politiche del prossimo aprile.

Alla realizzazione di questo articolo ha contribuito Boróka Parászka della testata ungherese HVG

Questo articolo è stato prodotto nell’ambito di PULSE, un’iniziativa europea coordinata da OBCT che sostiene le collaborazioni giornalistiche transnazionali.

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