La storia di San Nicola, dal Mediterraneo al mito di Babbo Natale
Da Myra, in Turchia, a Bari e Venezia: il lungo viaggio di San Nicola, vescovo taumaturgo, protettore dei bambini e dei naviganti, prima di diventare Santa Claus

San Nicola
San Nicola - © jorisvo/Shutterstock
Altro che renne volanti tra le nevi, circolo polare artico e tutina rossa bordata di ermellino: il vescovo che ha dato origine alla leggenda di Santa Klaus, alias Babbo Natale, è originario delle coste mediterranee dell’Asia minore, nella parte più meridionale della penisola anatolica.
Per intenderci, siamo ad una latitudine intermedia tra Pantelleria e Lampedusa: anche se subito alle spalle, è vero, ci sono le cime puntute dei monti dell’antica Licia: e, girando lo sguardo, a diverse altezze, puoi abbracciare abeti, pini e palme.

Statua moderna di San Nicola, a Demre, odierna Myra. A sinistra, in basso, la conca absidale della basilica del Santo – foto F. Polacco
La statua moderna che ti accoglie in quello che oggi è il ‘Müze’ (museo) di San Nicola, nei fatti una basilica a tre navate e due narteci, quasi un piccolo labirinto, dedicata a quello che fra III e IV secolo d.C. fu un venerato personaggio locale, qualcosa di familiare ce l’ha: una barba lunga, una bisaccia che pende dalle spalle, e tre bambinetti che gli si accostano alle gambe, in cerca di protezione e di benevolenza. Perché, sì, i miracoli di questo dignitario ecclesiastico presto santificato avevano spesso e volentieri per destinatari i più piccoli.
Monete d’oro che cadono dal camino
Uno fra tutti, che impressiona per alcune analogie tra le due versioni di San Nicola, è il seguente. Tre brave e belle fanciulle della zona – siamo a Myra, in Licia – appartenevano ad una famiglia poverissima. Tanto povera che il padre, disperando ormai di maritarle prive di dote com’erano, meditava di consegnarle a un bordello perché si guadagnassero da vivere in quel modo. Nicola venne a saperlo; e, raccolte le monete d’oro che poteva, una notte si affacciò ad una finestra rimasta aperta del loro tugurio, e le lanciò raccolte in un sacchetto presso il letto dove dormiva la più grandicella di esse. Grande fu la gioia della famiglia. Ma parziale: quella somma bastava giusto per il matrimonio di una ragazza: restavano le altre due. Anche Nicola lo sapeva; e quindi, raccolte con uno sforzo ulteriore altre monete, si avviò una notte successiva presso la famigliola. Poiché vi trovò tutte le finestre chiuse, il sant’uomo salì sul tetto della casupola e fece calare le monete dal camino, unica apertura disponibile. Le monete sono tonde, e nelle pitture antiche che ricostruivano il bel gesto è probabile che esse furono scambiate per sfere dorate; e magari, ma questa è una supposizione di noi moderni, sono all’origine delle palle luminose con cui celebriamo le festività natalizie.

Una schiera di angeli, dalla Basilica di San Nicola, a Myra – foto F. Polacco
Ma la trasformazione in Babbo Natale è solo la parte finale di una lunghissima storia che si realizzò solo a cavallo tra Otto e Novecento, con il ‘sigillo’ finale dato nientemeno che dalla Coca Cola, che ne fece quel personaggio consumistico e bonariamente burbero che tutti conosciamo.
Arrivando qui a Myra, oggi la turca Demre, minuscola cittadina balneare e turistica della Costa Turchese, sembra che quasi tutti, meno forse proprio noi occidentali, siano consapevoli che il Nicola di cui qui si venerano le reliquie – reliquie che non ci sono, però, ahimè… – è nientemeno che lo stesso Nikolaos santo patrono di Grecia e di Russia: non per nulla ha prestato il proprio nome a due tra gli ultimi zar moscoviti; il suo nome, passando di bocca in bocca, è stato pronunciato dapprima Klaas dagli olandesi, quando migrarono per fondare al di là dell’Atlantico Nuova Amsterdam (oggi New York), e poi definitivamente Klaus dagli anglosassoni: che chiamano appunto Santa Klaus il nostro Papà Natale.

L’accesso odierno e il corpo principale della basilica di San Nicola a Myra, collocati ad un livello inferiore rispetto al piano della attuale città – Foto F. Polacco
Quando si lascia il giardinetto ben curato che, all’ingresso del Museo, ospita la statua moderna del Santo, ci si presenta allo sguardo un’ambientazione che per certi versi ricorda più gli scavi di Ercolano che un’antica basilica bizantina. Infatti, come la città campana fu sigillata da una colata di fango che la investì nel corso dell’eruzione del Vesuvio, anche qui una catastrofica alluvione seppellì non solo il tempio cristiano, ma tutta l’intera pianura su cui sorgeva l’antica Myra: città licia, greca, poi romana e bizantina. Tanto è vero che la nuova basilica si trova tra i sette e gli otto metri sotto il livello della odierna Demre, ed è incassata tra pareti scavate dell’alto strato alluvionale pietrificato.
Già prima di questa distruzione finale tuttavia la basilica era stata colpita da terremoti o scorrerie. Ma il sito e il culto del Santo, nonché la stessa Myra, erano troppo importanti perché i cristiani del primo millennio li abbandonassero. E la chiesa fu ricostruita più volte, ancora più grande e fastosa, con dovizia di colonne di marmo, di pavimenti musivi e di splendidi affreschi.

Dei marinai si rivolgono imploranti a San Nicola, a sin. perché li salvi da una tempesta – foto F. Polacco
Dal Levante all’Occidente: Bari, Venezia, il mondo
Ma la città, che sorge vicinissima al mare, rimaneva sempre esposta alle scorrerie degli Arabi, e poi dagli Ottomani. E se l’impero bizantino era in declino, non lo erano – tutt’altro – le città marinare italiane. Giunti alle soglie dell’età delle Crociate quindi, esattamente nel 1087, 62 marinai baresi che fecero scalo da quelle parti per commerciare, compirono un’impresa che ancor oggi lega Myra alla nostra penisola: si introdussero a forza nella basilica, individuarono il corpo del Santo – trasformatosi in oggetto di culto col nome di ‘Nicola il Taumaturgo’ (facitore di prodigi), come viene ancora chiamato in Russia – e le trafugarono per portarle in patria. Dove, come sappiamo San Nicola divenne il patrono della città.
Ciò spiega perché nella festa del 7/10 maggio, ricorrenza dell’arrivo (o ‘traslazione’) delle reliquie a Bari, la statua del Santo viene portata in processione a mare tra due paranze pavesate a festa.
Ma la storia non finisce qui. Non sazi di essersi impadroniti in precedenza delle reliquie dell’Evangelista Marco, anche i Veneziani un bel giorno piombarono su Myra. Come mai? Se nella fretta i Baresi avevano trafugato il teschio e le ossa più grandi, ne avevano tralasciate in fondo al sarcofago molte di piccole. Non meno taumaturgiche, però: perché i miracoli non vanno a peso. Quindi le raccolsero e le portarono, trionfanti, in Laguna. Vi fecero ingresso dalla bocca nord, dove sorge quello che si chiama, oltre che Porto di Lido, anche Porto di San Nicolò: al suo ingresso, vi sorge l’Abbazia dedicata al Santo, che custodisce ancora queste reliquie ‘minori’.

Lastra marmorea raffigurante una croce nella basilica di San Nicola, a Myra – foto F. Polacco
Ma perché tanta bramosia di possesso, da parte dei Veneziani? Il fatto è che San Nicola aveva un pregio in più rispetto a San Marco: era il protettore dei naviganti. Una significativa croce a forma di ancora fa bella mostra di sé negli interni della basilica di Licia; e sappiamo che per secoli i marinai del Levante, prima di salpare, si rivolgevano in preghiera a Nicola, perché ‘tenesse la barra del timone e li proteggesse ed aiutasse’.
Non a caso, ancor oggi, il rito della Festa della Sansa (Ascensione), o Sposalizio del Mare, si conclude uscendo in acque aperte proprio a Porto San Nicolò. E lì il Doge, per secoli, andava a gettare l’anello che segnava il legame indissolubile tra la Regina dell’Adriatico e l’elemento marino su cui la Serenissima dominava.












