La secessione strisciante della Republika Srpska

Il recente annuncio dell’istituzione di un Ufficio per la cooperazione internazionale, con il compito di guidare le relazioni diplomatiche della Republika Srspka, lascia pensare all’ennesima mossa verso il tentativo di secessione. Un commento

13/04/2026, Alex Young
Banja Luka, Republika Srpska (BiH), Ufficio della presidenza dell RS © Bngc/Shutterstock

Banja Luka, Republika Srpska (BiH), Ufficio della presidenza dell RS © Bngc/Shutterstock

Banja Luka, Republika Srpska (BiH), Ufficio della presidenza dell RS © Bngc/Shutterstock

Mentre il mondo è distratto dagli eventi in Medio Oriente, la Republika Srpska, entità della Bosnia Erzegovina, ha annunciato l’istituzione di un Ufficio per la cooperazione internazionale con il compito di guidare le relazioni diplomatiche dell’entità, sfidando direttamente un’altra competenza statale. Questa mossa rappresenta un ulteriore passo strisciante verso la secessione di fatto.

Secondo la Costituzione della Bosnia Erzegovina, la politica estera è di competenza esclusiva della presidenza tripartita e del ministero degli Affari Esteri. Si tratta di un processo spesso arduo, che richiede fondamentalmente il consenso di tutti e tre i membri. Sebbene tutti e tre abbiano sostenuto Trump per il premio Nobel per la pace, esistono posizioni radicalmente diverse riguardo all’Iran, su cui la Republika Srpska è schierata con Israele. Spesso si verifica una paralisi diplomatica oppure i membri della presidenza esprimono posizioni non coordinate.

L’istituzione di un Ufficio per la cooperazione internazionale è motivata dal desiderio di presentare la Republika Srpska come un attore sovrano, capace di agire in modo indipendente al di fuori dei confini della Bosnia Erzegovina. Ciò facilita il manifestarsi di una diplomazia parallela che promuove gli interessi dell’entità in diversi ambiti e, inevitabilmente, lavora per indebolire lo Stato, cercando al contempo di legittimare la presenza e i simboli della Republika Srpska nei consessi internazionali.

Una delle sfide per Sarajevo è il crescente numero di capitali disposte, con più o meno entusiasmo, ad accogliere la Republika Srpska come entità separata e distinta dalla Bosnia Erzegovina. Durante una recente visita a Washington, Milorad Dodik, l’ex presidente deposto dell’entità che continua a tirare le fila, e Željka Cvijanović, membro serbo della presidenza, sono stati ricevuti da alti funzionari dell’amministrazione Trump, tra cui (brevemente) Pete Hegseth, il Segretario alla guerra. Fra gli argomenti, gli investimenti energetici ed economici nell’entità.

Anche all’interno dell’UE, paesi come l’Ungheria e la Slovacchia hanno sostenuto con entusiasmo la Republika Srpska: la prima ha bloccato le iniziative a livello UE volte a imporre sanzioni contro Dodik e i suoi collaboratori. Se un maggior numero di partiti di destra venisse eletto in tutta Europa, la Republika Srpska potrebbe aspettarsi di trovare ancora più alleati nelle capitali europee. Mentre il ministero degli Affari Esteri di Sarajevo invia frequentemente note diplomatiche ai governi stranieri che ospitano delegazioni della Republika Srpska, ribadendo che solo lo Stato può stipulare accordi bilaterali giuridicamente vincolanti, tali visite danneggiano l’immagine della Bosnia Erzegovina.

Inoltre, la narrazione secondo cui tali mosse unilaterali costituiscono una violazione degli Accordi di pace di Dayton, e quindi richiedono l’intervento dell’Alto rappresentante, è stata minata dalla frammentazione della comunità internazionale. La revoca delle sanzioni statunitensi contro Dodik e la sua cerchia ristretta è stata interpretata a Banja Luka come un tacito avallo dell’approccio anti-Dayton. La conseguente mancanza di deterrenza ha destato profonda preoccupazione a Sarajevo.

L’incertezza della politica americana nei confronti della Bosnia Erzegovina non fa che acuire le tensioni, soprattutto considerando l’incapacità dell’UE di agire con una voce unitaria e decisa. La Republika Srpska ha intrapreso una costosa, ma efficace campagna di lobbying a Washington (e a Mar-a-Lago), volta contemporaneamente a promuovere la propria agenda secessionista e a sostenere un ritorno al “Dayton originale”, ovvero la struttura di Dayton spogliata di tutte le successive misure volte a rafforzare lo Stato. Perfino Donald Trump Jr. si è ritrovato a parlare davanti a un pubblico a Banja Luka, esaltando le opportunità di investimento nell’entità (soprattutto per le aziende legate alla famiglia Trump).

L’Ufficio per la cooperazione internazionale è l’ultimo tassello di una strategia volta a creare, all’interno della Republika Srpska, istituzioni per cui le competenze trasferite dallo Stato possano essere restituite all’entità. Se la secessione completa non dovesse bastare, Banja Luka cerca di tornare ai livelli di estrema autonomia sanciti dagli accordi di Dayton originali, ma poi indeboliti dai vari interventi della comunità internazionale. Sebbene la proposta di istituzioni parallele possa apparire a prima vista priva di fondamento, essa intende dimostrare che l’entità è pronta ad assumersi maggiori responsabilità nella gestione dei propri affari.

Anche se la costituzionalità dell’istituzione dell’Ufficio sarà inevitabilmente impugnata dinanzi alla Corte costituzionale, in quanto minaccia la sovranità del Paese, la Republika Srpska continuerà a perseguire una politica estera parallela in contrasto con quella dello Stato bosniaco. Tali manovre provocheranno anche blocchi di rappresaglia da parte dei politici della Republika Srpska nei confronti di importanti leggi statali, fra cui quelle relative all’Agenda di riforma e all’approvazione del bilancio statale. Sarajevo si trova quindi in una situazione estremamente difficile.

Viste le elezioni molto combattute che si avvicinano questo autunno, parte della campagna di Dodik ruota attorno al cammino verso la secessione. Recentemente ha affermato che una quindicina di paesi sarebbero pronti a riconoscere la Republika Srpska se questa dovesse dichiarare l’indipendenza. Permangono le minacce di ritiro da istituzioni chiave come le Forze armate unificate o l’Autorità per la tassazione indiretta, ma l’Ufficio per la Cooperazione Internazionale rappresenta una sfida concreta e incisiva all’autorità statale che, sebbene la pressione internazionale abbia in gran parte contenuto tali iniziative, si teme continuerà ad affievolirsi.

La posizione della Bosnia Erzegovina sulla scena mondiale è da tempo minata da un approccio incoerente alla politica estera. Con l’aggravarsi della complessità e del cinismo geopolitico, le mosse della Republika Srpska per tracciare un proprio percorso negli affari internazionali destabilizzeranno ulteriormente lo Stato. Con Dodik (ri)potenziato dall’amministrazione Trump, l’affermazione della sovranità dell’entità e la creazione di infrastrutture per una futura indipendenza, di fatto o meno, genereranno una crisi costituzionale che l’UE non potrà ignorare. Tuttavia, a Sarajevo, in pochi si aspetteranno una risposta unitaria.

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