Jugoslavia anni ’70: si รจ mai stati meglio?

Una mostra racconta 40 anni della Jugoslavia socialista attraverso oggetti, foto e video. A Belgrado โ€œSiamo mai stati meglio?โ€ non รจ un cedimento alla jugonostalgia ma il tentativo di affrontare una storia comune resa drammatica dalla disintegrazione violenta del paese

12/02/2015, Vittorio Filippi

โ€œNon sono mai stata meglioโ€. Cosรฌ scrisse nel bollettino sindacale Kata Rasnek, operaia specializzata alla fabbrica Borovo di Vukovar. Si era alla metร  degli anni settanta, quando era giunto ormai a maturazione il processo di modernizzazione della Jugoslavia socialista. Portando un benessere davvero mai conosciuto prima.

La mostra organizzata a Belgrado dal Museo di storia jugoslava (dal 27 dicembre 2014 al 17 febbraio 2015) vuole gettare uno sguardo ragionato (e documentato) ai quarantโ€™anni di vita della Jugoslavia socialista (1950-1990) partendo dal basso, attraverso cioรจ gli oggetti ed i ritmi della vita quotidiana.

La mostra occupa tre saloni in cui 200 oggetti, 400 fotografie e 26 video danno lโ€™idea non solo della quotidianitร , ma anche del grande salto dei livelli della vita materiale compiuto nel quarantennio considerato. Il tutto รจ stato curato da Ana Panic che ha utilizzato materiali provenienti da vari musei della ex Jugoslavia.

Il supermercato Centroprom a Belgrado nel 1972, foto dell'archivio del Museo della storia della Jugoslavia

Il supermercato Centroprom a Belgrado nel 1972, foto dell’archivio del Museo della storia della Jugoslavia

La mostra รจ significativamente intitolata โ€œSi รจ mai stati meglio?โ€ (Nikad im bolje nije bilo? ). Non รจ perรฒ un cedimento alla jugonostalgija (anche se il rimpianto รจ ben presente), ma il tentativo di affrontare una storia comune resa poi drammaticamente difficile dalla disintegrazione violenta del paese e dellโ€™ideologia che faceva da collante. Con un approccio quasi di tipo antropologico e che parte dagli oggetti che hanno accompagnato la vita di tutti i giorni e dalle micro memorie – intime quanto condivise – che sanno oggi suscitare.

Quando si era insieme

Girando tra i numerosi oggetti presentati, vedendo i filmati dellโ€™epoca ed ascoltando le canzoni che hanno fatto la colonna sonora del periodo, si respira anche emotivamente il tempo โ€œin cui si era insiemeโ€ e lo sforzo gigantesco quanto talvolta originale di modernizzazione fatto dal paese.

Tanti sono gli angoli di lettura proposti: la scuola e la battaglia contro lโ€™analfabetismo; la costruzione dellโ€™โ€uomo socialistaโ€ attraverso le organizzazioni giovanili, i pionieri, il servizio militare nella JNA; lโ€™immane sforzo dellโ€™industrializzazione, il culto stakanovistico del lavoro, lโ€™esperienza dellโ€™autogestione operaia, ma anche la disoccupazione e lโ€™emigrazione come gastarbeiter; lโ€™edilizia e la cronica fame di case, nonchรฉ gli stili di arredamento con la simbolica centralitร  dellโ€™apparecchio televisivo; il turismo e le ferie pagate come strumento di edificazione del lavoratore socialista; i consumi che diventano consumismo negli anni ottanta grazie al picco toccato dai salari reali alla fine degli anni settanta.

E nonostante che i marxisti eretici di Praxis avvertissero che lo scopo del socialismo non era lo sviluppo ottimale delle merci, lโ€™occidentalizzazione dei consumi galoppava non solo attraverso lo shopping a Trieste ma anche grazie alla moda locale, al culto dellโ€™auto e in televisione. Quest’ultima ha infatti gradualmente veicolato comportamenti ed estetiche sempre piรน omologate allโ€™occidente.

Il ritmo del tempo

Un importante aspetto toccato dalla mostra riguarda il tempo collettivo scandito simbolicamente dalle feste, dalle cerimonie e dalle commemorazioni che punteggiavano il calendario jugoslavo.

Il ritmo del tempo ricordava cosรฌ gli eventi della Seconda guerra mondiale e della lotta partigiana, le tappe fondative del nuovo Stato socialista ma anche le lotte dei lavoratori e i diritti delle donne. In particolare il titoismo era celebrato il 25 maggio, la cui mitopoiesi si realizzava nella festa della gioventรน che culminava nella coreografica consegna del testimone (ล tafeta mladosti) nelle mani stesse del Maresciallo. Ma anche la stessa musica di consumo onorava il culto di Tito, come successe nel 1978 con la nota canzone Raฤunajte na nas (Contate su di noi) di ฤorฤ‘e Balaลกeviฤ‡.

Nuova area residenziale a Pirot, 1979, foto dell'archivio del Museo della storia della Jugoslavia

In ogni caso lโ€™ideologia comunista fece da potente regista della modernizzazione che cambiรฒ drasticamente quanto velocemente il volto materiale e culturale della societร  jugoslava; anche se non annullรฒ le grandi differenze tra le aree del paese, con una differenziazione dei livelli di reddito e di consumo che si polarizzava nettamente tra Slovenia e Croazia da un lato e Kosovo e Macedonia dallโ€™altro. I livelli di apertura raggiunti dalla societร  jugoslava alla fine degli anni ottanta furono poi gelati dai nazionalismi ed annichiliti dai processi tradizionalisti avvenuti nei dolorosi anni novanta, quando le differenze furono trasformate in identitร . Ma questa รจ giร  unโ€™altra storia.

La mostra offre anche un elegante catalogo (in serbocroato ed in inglese) ricco di fotografie, informazioni e statistiche. Ma soprattutto รจ una preziosa occasione per gli ex jugoslavi di ritornare con piรน serenitร  a rivisitare una storia che fu comunque comune. Per questo sarebbe auspicabile un lavoro di scavo storico e documentale che comprendesse sempre piรน il concorso di altri musei ed istituzioni delle varie repubbliche ex jugoslave.

Lโ€™iniziativa รจ interessante anche per gli stranieri e per gli italiani in particolare. Perchรฉ lo spazio balcanico, pur essendo confinante, ci รจ stato spesso distante culturalmente ed emotivamente. Ma รจ una distanza irragionevole che merita di essere assolutamente recuperata. E la mostra belgradese ne รจ un’ottima occasione.