Ivana Kobilca, la pittura contro i tabù
In occasione del centenario della morte di Ivana Kobilca (Lubiana 1861-1926), uno sguardo alla vita e alle opere della più grande pittrice slovena che ha saputo superare i tabù in un ambiente artistico, quello dell’Europa a cavallo tra ‘800 e ‘900, fortemente maschilista

Ivan Kobilca nel suo studio, 1912. Archivio della rivista Zarja
Ivan Kobilca nel suo studio, 1912. Archivio della rivista Zarja
Nel 2018, per celebrare i suoi cento anni di attività, la Galleria Nazionale di Lubiana ha organizzato una mostra dedicata alla pittrice Ivana Kobilca (1861-1926). Nella monografia, pubblicata per l’occasione, sono state incluse 391 opere.
Chi è stata la più grande pittrice slovena che, all’inizio della sua carriera e mai più, firmava i suoi dipinti “I. Kobilca” in modo che il potenziale acquirente non capisse che ad eseguire le opere fosse stata una donna?
Un dettaglio biografico
Lo considero più importante dei nomi di tutte le città europee in cui Kobilca aveva esposto le sue opere (Monaco di Baviera, Berlino, Trieste, Parigi, Budapest, Lucerna, Lubecca, Praga, Venezia, Sarajevo, Ratisbona, Dresda, Breslavia, Lipsia, Vienna).
Riguarda il ruolo fondamentale di suo padre Jakob, un commerciante di ombrelli e tende da sole di Lubiana. Sin da giovanissima, Ivana sognava di dipingere le pareti e le cupole delle chiese e gli interni dei pochi palazzi di Lubiana che a quel tempo assomigliava più ad un villaggio. Quando Ivana aveva sedici anni, suo padre esaudì il suo desiderio: un viaggio a Vienna. Per la giovane studentessa di un istituto delle suore orsoline, che aveva imparato da autodidatta il francese e l’italiano, la visita ai musei e alle gallerie della capitale dell’Impero era stata di fondamentale importanza per la decisione definitiva di dedicarsi alla pittura.
Jakob sapeva cosa significava scegliere il mestiere del pittore – figurarsi della pittrice! – in una città di provincia come Lubiana e in un ambiente sociale dove il ruolo della donna era relegato al trinomio madre-moglie-casalinga. Raramente diventavano postine, sarte, governanti, operaie, commesse… Jakob Kobilca e sua moglie Marija non avevano detto di no alla loro figlia sognatrice. Così, la futura artista aveva trascorso la sua adolescenza in un clima positivo, in una famiglia che non badava a spese per l’educazione dei figli (due femmine e un maschio), lasciando loro libera scelta sulla strada da intraprendere.
Lubiana, Vienna, Monaco di Baviera
Nata e morta a Lubiana, Kobilca aveva trascorso la maggior parte della sua vita fuori dalla sua città natale. Di solito ci ritornava per riposare un po’ prima di ripartire nuovamente.
Dopo una modesta formazione acquisita tramite lezioni private di pittura e studi da autodidatta a Lubiana, la prima tappa europea di Kobilca fu Vienna nel 1879. Lì continuò i suoi studi copiando con perseveranza i grandi maestri del passato. Ben presto però si rese conto che il cosmopolitismo viennese era una questione di uomini. Le idee dominanti dell’epoca, quelle di Nietzsche e Schopenhauer, non erano estranee alle tesi sulla supremazia intellettuale e creativa degli uomini sulle donne. Queste idee acquisirono una connotazione più radicale nel libro “Sesso e carattere” (1903) dell’eccentrico, controverso e fondamentalmente infelice giovane filosofo Otto Weininger (1880-1903).
È vero, Kobilca ormai non si trovava più a Vienna da molto tempo al momento dell’uscita del libro, però durante i suoi due anni viennesi sicuramente colse qualche tassello del mosaico di “argomentazioni” di Weininger sulla donna come essere imperfetto e inferiore. Il giovane filosofo, in sintonia con lo Zeitgeist, etichettò le donne dedite a “mestieri maschili” come “bisessuali isteriche”.
Pur appartenendo alla “categoria inferiore” degli esseri umani, Kobilca comprese questa “normalità” quasi un quarto di secolo prima della pubblicazione di “Sesso e carattere”. Nella Vienna cosmopolita, capì i termini dispregiativi: Malweiber, Damenmaler, Ölschwestern. Ho provato, con l’aiuto di un amico, a penetrarne il significato. Malweiber – donne da dipingere, Damenmaler – decoratrice, Ölschwestern – sorelle di olio, sempre con una connotazione dispregiativa. Eh sì, ebbero il coraggio di praticare anche quella tecnica.
Nel 1881 Kobilca giunse a Monaco di Baviera, all’epoca più liberale di Vienna riguardo al ruolo sociale delle donne, alla presenza di artisti stranieri e all’importanza dell’arte. Tuttavia, fino al 1900 in Germania, solo gli uomini potevano accedere alle accademie di belle arti statali. E con lo stato, come ben noto, non si scherza.
Nel 1882 Kobilca si iscrisse ad una scuola di pittura femminile del maestro del realismo Alois Erdtelt. Scoprì l’importanza della fotografia, riprendendo con la sua macchina fotografica le modelle nude in modo da poter dipingere anche senza la loro presenza. Si entusiasmò sempre di più per la pittura figurativa, che più si addiceva alla sua indole, decidendo poi di frequentare un corso tenuto dallo scultore Christoph Roth, criticato per i suoi nudi. (Questo è uno dei dati che emergono dalla corrispondenza della pittrice, particolarmente ricca di emozioni e riflessioni nelle lettere indirizzate alla sorella Fani. La maggior parte degli scambi epistolari è conservata nella Galleria Nazionale di Lubiana. Ringrazio Mateja Krapež, curatore della Galleria Nazionale, per questa e altre utili informazioni).
A Monaco conobbe due pittrici: la benestante Rosa Pfäffinger e Maria Slavona, con le quali strinse una lunga ma complicata amicizia. Lì espose per la prima volta i suoi dipinti in modo indipendente: Holandka [Donna olandese, 1886], Slovenska citrarica [La citarista slovena, 1887) e due ritratti. Gli studiosi della pittura di Kobilca ritengono che gli anni trascorsi a Monaco fossero fondamentali per la sua formazione artistica.
Alle domande maliziose di chi, a Lubiana, si chiedeva perché la figlia di un mercante di ombrelli studiasse all’estero per così tanto tempo, Ivana Kobilca rispose con una mostra personale nella sua città natale (1889). Le cronache parlano di circa settecento visitatori e di grande interesse della critica. Tutte le recensioni furono positive, tranne una, scritta da un conservatore inguaribile che criticò la pittrice per la scollatura e le mani nude nel ritratto della sorella Fani. Fu la prima mostra personale tenuta in Slovenia. A impressionare maggiormente il pubblico fu il quadro Kofetarica [Donna che beve caffè, 1888).
Parigi, Firenze, Sarajevo
Dopo la mostra di Monaco, Kobilca ricevette una lettera da Pierre-Cécile Puvis de Chavannes, presidente della giuria del Salone di Parigi. Non solo i suoi due quadri – Poletje [Estate, 1889-90] e Likarice [Stiratrici, 1891] – furono esposti al Salone della Società di Belle Arti (Société nationale des Beaux Arts), ma la pittrice fu eletta come membro associato della Società, a quel tempo la più importante organizzazione di artisti al mondo. Ivana Kobilca arrivò a Parigi nel marzo del 1891.
Nel suo interessante docufiction “Ivana Kobilca – Portret slikarke” [Ivana Kobilca – Ritratto di una pittrice] del 2008, la regista Marta Frelih (1967-2025) ha presentato la pittrice come una donna sicura di sé, innovativa e coraggiosa.
Frelih ha dedicato attenzione anche al periodo parigino della pittrice, in particolare alle sue tre mostre al Salone. Non mi dilungo sulle complesse relazioni amorose di Ivana Kobilca, sulle sue amiche tedesche e su Willy Gretor, pittore danese dedito al commercio dell’arte, abile nel sedurre le donne. Sottolineo invece che durante il suo soggiorno a Parigi, e in seguito a Barbizon, la tavolozza di Kobilca, grazie alla pittura en plein air, si allontanò dai toni tenui del realismo e del naturalismo.
Quanto coraggiosa fosse stata la sua decisione di soggiornare e lavorare nel centro mondiale dell’arte lo dimostrano anche le informazioni contenute in un saggio molto dettagliato di Mojca Šorn uscito nel 2022 dal titolo “Ljubljančanka Ivana Kobilca” [Ivana Kobilca, la lubianese]. Il libro rivela che in quel periodo a Parigi erano attivi 7.232 artisti, di cui 1.289 stranieri.
Dopo due anni in Francia, Kobilca trascorse alcuni mesi a Firenze. “Non dipingevo affatto. Semplicemente osservavo il mondo che mi circondava. Chi dipingerebbe a Firenze!”, scrisse in una lettera. Al ritorno a Lubiana, pur non avendo mai avuto pregiudizi sulla sua città natale, le sembrò di essere tornata in un luogo deserto.
Del tutto inaspettatamente, le si presentò l’opportunità di andare a Sarajevo, dove, come si legge in sua una lettera, “l’Oriente aveva appena iniziato a mescolarsi con l’Europa centrale”. Durante il periodo sarajevese (1897-1905) eseguì illustrazioni per la rivista Nada e quadri su commissione, compresi i ritratti di Josip Stadler, arcivescovo di Sarajevo, e di Josip Juraj Strossmayer vescovo di Đakovo, per il municipio di Lubiana. Decorò anche le pareti di diverse chiese di Sarajevo. Era l’unica donna membro del Circolo di pittura sarajevese.
Un’informazione per chi ha intenzione di visitare il Museo Nazionale di Sarajevo: Ivana Kobilca aveva un atelier in quell’edificio. Durante il soggiorno a Sarajevo, ricevette le brutte notizie da Lubiana della morte di sua madre, di suo padre, della sorella Fani e del fratello Josip.
In quel periodo, Ivan Hribar, sindaco di Lubiana, le propose di eseguire la composizione “Slovenija se klanja Ljubljani” [La Slovenia si inchina a Lubiana] per il municipio. (Dopo il grande terremoto del 1895, Hribar si impegnò personalmente per dare a Lubiana un volto europeo con un nuovo piano urbanistico.) Rihard Jakopič (1868-1943), il primo pittore modernista sloveno, criticò quell’opera, una critica che la pittrice interpretò come il segno del rifiuto della sua pittura da parte dei modernisti.
Secondo alcuni, pur avendo sopportato con stoicismo le critiche di Jakopič, furono proprio le parole dure del pittore a spingere Kobilca a trasferirsi a Berlino nel 1905, dove rimase fino allo scoppio della Prima guerra mondiale. Si guadagnò da vivere dando lezioni a studenti e dipingendo ritratti su commissione. Continuò a scrivere lettere alle persone care. Questa corrispondenza è talmente interessante che mi sorprende che ad oggi non sia ancora stata pubblicata.
Trascorse la Prima guerra mondiale a Lubiana. Successivamente tornò a Berlino, solo per recuperare i suoi averi. Morì a Lubiana nel 1926. Era considerata la più grande pittrice jugoslava. Quindi, non solo slovena.

Donna parigina/Ragazza in poltrona, 1892 (Olio su tela, 73 x 60 cm)
Ritratto di una donna parigina
La Galleria Nazionale di Lubiana custodisce 42 dipinti di Ivana Kobilca e 218 opere fotografiche. Nella sala della Galleria dedicata alla pittrice, un ritratto attira in particolare l’attenzione. Dekle v naslonjaču [Ragazza in poltrona, 1892] fu realizzata durante il periodo francese. La giovane donna ritratta ci guarda direttamente negli occhi. Uno sguardo che ognuno può interpretare a modo suo, forse chiedendosi in quale misura il volto dipinto rifletta lo stato d’animo della pittrice durante il suo periodo francese, che non fu solo pittura en plein air. Dietro a quello sguardo, che emana l’autoconsapevolezza di una giovane donna, si celano forse la tristezza e una vaga inquietudine?
È curioso notare come l’imperatore Francesco Giuseppe volesse acquistare questo ritratto esposto a Vienna nel 1893, ma la pittrice rifiutò l’offerta. Propose all’imperatore un altro dipinto, che quest’ultimo acquistò volentieri.
Se dal 2016, questo dipinto, acquistato nel 1902 dal Museo di Belle Arti di Budapest, è esposto alla Galleria Nazionale di Lubiana è merito della regista Marta Frelih, che ha riscoperto il quadro a Budapest. Guardando il suo film, mi è tornato in mente anche un dettaglio contenuto nel saggio di Mojca Šorn. L’autrice sottolinea che, ad una mostra organizzata nel 1910 nel padiglione di Jakopič, a Lubiana, per celebrare gli ottant’anni della pittura slovena, non c’era un solo dipinto di Kobilca.
Vulgata vuole che Jakopič fosse una persona gentile e aperta. Perché allora si comportò così nei confronti di Kobilca? Forse a causa dell’invidia, un sentimento tanto antico quanto contemporaneo tra artisti? Sembra un’ipotesi plausibile, considerando che Kobilca espose tre volte al Salone di Parigi e una volta alla Biennale di Venezia. Ad ogni modo, l’invidia è sempre verde pallido.
Forse il finale del film catturerà la vostra attenzione? Tanto da spingervi a guardarlo più volte. Nel ruolo di Kobilca, Nataša Matjašec recita i versi della settima poesia del ciclo Obrazi [Volti] del poeta sloveno Simon Jenko (1835-1869):
Dimmi, rovina, / imbrunita dal sole!/ Qual è il potere dell’uomo/ quali sono le sue opere? / E la nostra vita, / che scorre così veloce, / è solo un sogno? / – Il sogno – un’eco mi risponde.
Citando questi versi Marta Frelih forse ha cercato di svelarci anche l’ansia di un’artista che si interroga su quale destino possano avere le sue opere dopo la sua morte?
Non vorrei concludere questo articolo commemorativo con toni pessimistici, quindi aggiungo un’ultima considerazione. Mentre scrivevo, avevo sulla scrivania la riproduzione di una fotografia che mostra Ivana Kobilca con una sigaretta in mano. Mi è sembrato che quel volto che mi osservava volesse trasmettere un messaggio silenzioso, ma chiaro: alla pittrice non importava nulla dei canoni e dei tabù sociali. E dell’arte? L’amava, ne sono convinto, tanto quanto i giapponesi amano il Monte Fuji.











