Il violino di Danilo Kiš
Un omaggio musicale a Danilo Kiš (1935-1989), in occasione del novantesimo anniversario della nascita del grande scrittore jugoslavo ed europeo

Violino © qucay rusmanto/Shutterstock
© qucay rusmanto/Shutterstock
“Ho studiato violino per due anni in una scuola di musica, dove mi ha insegnato Simonuti senior, che abbiamo soprannominato ‘Paganini’ non solo per il suo aspetto fisico, ma perché adorava il tremolo. Proprio quando ho iniziato a imparare la seconda posizione, la scuola di musica è stata trasferita a Kotor. Ho continuato poi a suonare, senza spartiti, la musica gitana e le romanze ungheresi, e ai balli scolastici anche il tango e i valzer inglesi…”, scrive Kiš nella sua breve autobiografia Izvod iz matične knjige rođenih [Estratto di nascita].
“È stata trasferita”: Kiš si riferisce alla scuola di musica di Cetinje – la più antica in Montenegro, fondata nel 1932 e riaperta dopo la guerra – che inizia a frequentare nel 1949. Quindi due anni dopo essere stato trasferito, con l’aiuto della Croce Rossa, dall’Ungheria occidentale a Cetinje, insieme a sua madre Milica, vedova di Eduard Kiš, vittima di Auschwitz, e la sorella Danica. Tra i pochi oggetti che Kiš riesce a portare a Cetinje c’è anche un violino di suo padre. Nella casa dello zio materno, Risto Dragičević, storico e commentatore di Njegoš, il dodicenne Kiš vive la sua prima e decisiva esperienza letteraria.
“La sua biblioteca, il cui fiore all’occhiello erano i glossari e le enciclopedie, per me diventerà una fonte di fantasticherie baudelairiane; Le Petit Larousse illustré, edizione del 1923, con le sue stampe e tavole a colori, ‘je sème à tout vent’, imprimerà in me i semi di una curiosità pericolosa”, racconta Kiš nel suo Gorki talog iskustva [Il residuo amaro dell’esperienza].
Lasciando dietro di sé “i fiori della biblioteca”, segnato da una diversità “inquietante”, Kiš deve affrontare la vita scolastica e urbana, cercando una risposta alle provocazioni dei suoi coetanei: “Ungherese! Ungherese!”. Lo prendono in giro anche perché non conosce bene il serbo-croato. Trova la risposta nelle risse (“nello spirito della tradizione montenegrina”), dalle quali esce sempre vittorioso guadagnandosi così il rispetto degli altri.
Un ragazzo ebreo – durante la guerra costretto a sopportare silenziosamente e passivamente, reprimendo la sua rabbia, insulti e percosse da parte dei ragazzi ungheresi – nel suo nuovo ambiente, a Cetinje, risponde alla violenza coi pugni.
Secondo le testimonianze di alcuni suoi compagni di liceo, Danilo si distingue anche raccontando storie della sua infanzia in Ungheria e cantando nel coro. Poi canta serenate anche alle sue compagne di scuola. Naturalmente, accompagnando il canto con il violino. Quello danneggiato, di suo padre.
“Non c’erano feste da ballo, tranne quelle del liceo, simili ai balli di un tempo, dove io, spinto da una pulsione ribelle romantica, Sturm und Drang, sostanzialmente larpurlartistica, arcaica e provinciale, con un forte senso del martirio e con il desiderio di distinguermi dalla gregge tosata, salivo sul podio, anch’io coi capelli rasati, e suonavo il violino!”.
Persino gli studenti all’ultimo anno di liceo sono costretti a rasare i capelli “a zero”, come se fossero destinati alla caserma. Tutto per un felice ingresso in una nuova vita. Dopo la chiusura della scuola di musica di Cetinje, Kiš “passa” ad un altro strumento – la chitarra, che suonerà per tutta la vita. Successivamente, a Belgrado, intratterrà i suoi amici suonando e cantando melodie francesi, romanze russe e ungheresi, sevdalinke… Guadagnava soldi suonando alle feste da ballo.
Kiš – musicista, chitarrista, a volte anche violinista – resta sempre legato alla chanson, un fenomeno musicale segnato da un ritmo lento e malinconico, che ci inganna facilmente, presentandosi come una musica superficiale, mentre in realtà penetra nel profondo del mondo. Se siete interessati a qualcosa di molto concreto su Kiš, cantante e musicista, basta un click.
Durante la trasposizione del ciclo di documentari di Kiš Goli život [Vita nuda] in un libro – pubblicato in serbo (Yes Pro, Belgrado 2020), e poi in italiano (Mimesis, Milano 2021) – ho collaborato con il regista Aleksandar Mandić. Quando gli ho chiesto delle affinità musicali di Kiš, mi ha risposto che non gli interessavano né l’opera né la musica classica. In generale, la musica lo entusiasmava meno di tutte le altre arti. Secondo Mandić, Kiš amava solo la componente poetica della musica, le note che si intrecciano felicemente con i testi. Aveva una predilezione per le canzoni russe e ungheresi. Sapeva cantarli, con la chitarra, ed era molto entusiasta nel farlo. Imitava in modo caricaturale l’ojkanje [il canto montenegrino tradizionale], valorizzandone però l’espressività. Si teneva alla larga dal rock, dal jazz, dal pop, dalla radio e dagli altoparlanti. Solo le fonti naturali!
“Ha sofferto molto per il fatto di non poter cantare, perché la sua voce era cambiata, indebolendosi dopo l’intervento ai polmoni. Quando vivevamo insieme, mi piaceva mettere musica ad alto volume, di ogni genere, e lui si nascondeva e si arrabbiava persino per il rumore. Oggi non riesco a perdonarmi per averlo torturato, io vivevo con la musica e lui con il silenzio”.
I suoi amici ricordano che Kiš non ha mai avuto una radio o un grammofono. Figuriamoci la televisione. Sembra che, tra tutti i cantautori, Bulat Okudžava e Rezso Seress (di quest’ultimo parleremo nel prossimo articolo) fossero i suoi preferiti.
La musica e il canto sono un pozzo inesauribile di emozioni, e in quel dramma vivente, che ancora oggi chiamiamo il Novecento, l’autore di Porodični cirkus [Il circo familiare] e di altre opere praticava uno stile rigorosamente privo di emozioni. Così il lettore si immerge nella dimensione emotiva della narrazione attraverso fatti stranianti. Anche attraverso l’ellissi: sembra che in questo modo Kiš semplicemente non voglia sottovalutare la nostra empatia e intelligenza.
In realtà, non vi è alcuna eruzione emotiva in Kiš, e quindi nessun lamento esplicito del tipo: “Mi dispiace per mio padre!”. Lo scrittore evita troppe emozioni anche nella descrizione della prematura scomparsa di sua madre. Dopo anni di frequentazione delle sue opere, mi sembra che Kiš scrivesse come se stesse accatastando pietre di varie dimensioni per costruire un edificio, lungo le cui pareti cresce l’edera della poesia. Quella poesia che, alla luce della critica sarcastica di Gombrowicz, espressa nel suo pamphlet Contro i poeti, può essere vista come la ricerca di una risposta al dolore.
Da questa ricerca, credo, nasce una poesia in prosa dove il male della storia – che trasforma l’essere umano in un numero – e il bene dell’arte – che dà un nome alla vittima, ne ravviva il volto e parla del suo destino – sono in rima con meravigliosi contrasti.
Kiš si lascia andare alle emozioni attraverso la musica e il canto dal vivo. Quando scopre di essere affetto da una malattia terminale, decide di godersi la vita inseguendo i suoi desideri.
Senza nemmeno saperlo, diventa il protagonista del racconto Uno scrittore balcanico di Eduard Limonov (1943-2020). In questo racconto (OBCT ne ha già parlato in un articolo a firma di Ivan Čolović) che, dal punto di vista narrativo, è ben scritto, il controverso scrittore russo costruisce il personaggio di Danilo in una maniera del tutto soggettiva.
Quando incontrò Kiš a Parigi, non gli piacque quel “Danilo rumoroso”, parole in cui un lettore attento può facilmente riconoscere la sfumatura verde palude dell’invidia di Limonov (un sentimento per niente estraneo a molti artisti). A quel tempo, negli anni Ottanta, Kiš era un grande scrittore jugoslavo, conosciuto e tradotto in Francia, e non solo, mentre Limonov non era molto noto.
Questo aspetto però è meno importante del passaggio in cui “il rumoroso Danilo”, “uno scrittore balcanico” (!), diventa “sporco”. Ed è qui che lo scrittore Limonov, concentrandosi sulle dita “sporche” di Danilo, sbaglia: quelle dita marrone scuro rivelano un fumatore accanito. Kiš ha sempre fumato sigarette senza filtro. Quando Limonov lo incontra di nuovo, a Budapest nel 1987, Kiš si lascia trasportare dalla musica gitana. Tanto basta per un commento malizioso e razzista: “Credo che nemmeno lui fosse capace di definire con precisione se stesso: nelle sue vene, come minimo, scorreva sangue ungherese, serbo, zigano ed ebraico”.
Lascio a voi giudicare, e concludo invitandovi a leggere il racconto poetico di Kiš Eolska harfa [L’arpa eolia]. Ovviamente, non è un obbligo. Leggetelo se e quando volete.
Non rivelo alcun dettaglio della storia. L’incipit, che riporto qui di seguito, forse basterà a spingervi a cercare la raccolta Dolori precoci, che contiene anche L’arpa eolia, il primo strumento di Danilo Kiš.
“L’arpa è uno strumento che, più di ogni altro, racchiude in sé la formula medievale del bello (perfectio prima) e del funzionale (perfectio secunda); quindi deve essere bella alla vista, cioè fatta secondo le regole dell’armonia formale; ma, soprattutto, adatta al suo scopo fondamentale: produrre un suono piacevole. All’età di nove anni, avevo un’arpa. Consisteva in un palo di legno per rete elettrica e sei coppie di fili attaccati a isolatori di porcellana, simili ad un set da tè improvvisato. (Ho scheggiato un isolatore con una fionda, prima di scoprire, all’interno del mio strumento eolico, la funzione musicale di quel set di porcellana cinese.) Avendo descritto il sistema di accordatura, posso passare alle altre parti…”.
Non so se il violino di Kiš esista ancora. Lo dico chiedendomi quanto sia importante che esista o meno e che senso abbia se non è nelle mani di Kiš.
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