Il ritorno a casa delle Alessandrine
La storia delle Alessandrine è una storia di dolore e di emancipazione che inizia a metà Ottocento e dura fino agli anni Cinquanta. Sono giovani slovene che emigrano in Egitto per lavorare nelle case della borghesia internazionale, ma subiscono una stigmatizzazione nelle terre d’origine. Un’intervista a Aleksej Kalc dell’Istituto di Migrazione Slovena di Lubiana

Alessandrine al parco
Alessandrine al parco (foto dominio pubblico/wikimedia)
Come mai e per quali ragioni molte ragazze e donne provenienti dalla Venezia Giulia, dalla Carniola e dalle zone limitrofe migrano in Egitto a partire da metà Ottocento?
Il fenomeno delle Alessandrine non è nuovo all’epoca, è infatti la continuazione di un fenomeno già presente, per esempio, a Trieste fin dall’inizio del Settecento, con l’ascesa della Trieste imperiale. Molte donne del goriziano e della Carniola andavano a Trieste a fare le domestiche.
Nel momento in cui Trieste si proietta con la propria economia marittima e mercantile nel contesto internazionale, soprattutto quello del Mediterraneo, con la costruzione del Canale di Suez e la prima globalizzazione, qualcosa cambia. Proprio con questa nuova rotta commerciale incomincia a insediarsi in Egitto una borghesia internazionale, di cui fanno parte la borghesia triestina e più in generale quella austro-ungarica. Questa borghesia porta con sé anche personale di servizio. È l’inizio di un processo che prenderà corpo negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento. Infatti, subito dopo l’apertura del Canale di Suez, l’espansione della borghesia europea occidentale nell’Egitto coloniale offre numerose possibilità di impiego. Non solamente alle lavoratrici domestiche, ma anche ad esempio nel campo dell’amministrazione pubblica. C’erano circa 450 triestini che all’inizio del ventesimo secolo lavoravano in Egitto in vari settori.
Quanto era consistente il fenomeno?
La migrazione verso l’Egitto diventa un fenomeno veramente di massa, specialmente per la zona della Bassa Valle del Vipacco e per tutte le aree circostanti Gorizia. Basti pensare che, stando ai registri consolari austro-ungarici, circa 10.000 donne migrarono in Egitto fino alla Prima guerra mondiale. Queste zone già fornivano questo tipo di manodopera a Trieste e Gorizia. Con la globalizzazione, una parte di queste si specializza, cambia rotta e si dirige verso l’Egitto. Da quel momento inizia a funzionare la catena migratoria.
Quali erano le condizioni lavorative delle Alessandrine?
I due mercati del lavoro, quello triestino e quello egiziano, si distinguevano per la qualità del lavoro offerto. Le famiglie presso le quali le Alessandrine lavoravano in Egitto erano della media-alta borghesia, mentre a Trieste lavoravano presso famiglie della piccola borghesia. Quindi era un servizio qualitativamente più elevato e, soprattutto, un mercato del lavoro meglio pagato. Il ritorno economico proveniente da Trieste e da Gorizia, in confronto a quello proveniente dall’Egitto era molto inferiore, visto che in Egitto si guadagnava tre volte tanto.
Tale fenomeno migratorio ha tuttavia avuto dei risvolti sociali, politici e morali nelle zone d’origine di queste migranti.
Com’era vista e vissuta questa emigrazione nelle comunità d’origine?
Le Alessandrine erano sottoposte ad una pesante stigmatizzazione. In primis, in quanto donne che emigravano da sole all’estero, quindi al di fuori delle comunità nazionali e delle strutture giuridiche-amministrative nazionali. Inoltre, andavano in un paese dove si confrontavano non solamente con culture diverse, ma anche con religioni diverse. Provenivano da una società profondamente ancorata al cattolicesimo, sotto il controllo sociale della Chiesa. Andare da ragazze all’estero era un fenomeno malvisto dalla società e dalle leadership sia cattolica che liberale. Queste donne lasciavano a casa le famiglie, con i bambini piccoli, e ciò era spesso oggetto di condanna da parte della società.
Però se andiamo a vedere in profondità, la migrazione era una scelta che non veniva fatta a livello personale da queste donne, erano bensì scelte familiari. Nei paesi in questione non c’era famiglia che non avesse almeno una componente familiare che non andasse a fare la domestica o la bambinaia. Questo fenomeno migratorio era, nonostante la stigmatizzazione, un sistema economico che teneva in piedi tantissimi paesi e tutta la zona coinvolta. Quindi c’è questa contraddizione che va avanti poi fino agli anni Cinquanta del Novecento.
Quindi sia i partiti politici locali che la Chiesa slovena erano contrari a questa migrazione e contribuivano, in un certo senso, al consolidamento degli stereotipi che venivano attribuiti a queste donne migranti, giusto?
Esatto, diciamo che in generale, alle Alessandrine non venivano attribuite qualità edificanti. E ciò si inserisce nella retorica e nella narrazione nazionale. Non dimentichiamoci che questo accade proprio nel periodo dello sviluppo dell’idea nazionale e dell’ideologia nazionale. In questa parte di Slovenia, a stretto contatto con l’Italia, c’è una sovrapposizione di problemi e di contraddizioni che poi emerge sotto forma di stigmatizzazione, di stereotipizzazione riguardo le scelte di queste protagoniste. La società slovena cattolica-rurale e la leadership liberale non vedevano di buon occhio che le ragazze, di origine contadine, andassero addirittura a lavorare in città. La città era vista come un luogo di perdizione, ma anche come un rischio di emancipazione. Figuriamoci quindi se le ragazze andavano in un altro paese, lontano da casa, culturalmente diverso.
Sia la migrazione interna che quella esterna erano mal viste. La migrazione verso l’interno era vista come rischiosa, perché spesso queste ragazze venivano assimilate e soggette ad italianizzazione. Inoltre, proprio la natura del lavoro che facevano, quello domestico, era considerato umiliante dalle élite slovene, visto che queste donne erano in posizione subordinata rispetto alla borghesia italiana. E nascevano poi polemiche di ogni genere, come il fatto delle “lavandaie che lavano i panni sporchi degli italiani”.
D’altra parte, piuttosto che far “assoggettare” le donne slovene alla borghesia italiana, era meglio promuovere un’emigrazione di queste donne verso l’Egitto, perché lì erano molto più controllate dalle istituzioni ecclesiastiche e dalle famiglie stesse per cui andavano a lavorare. Le Alessandrine, una volta arrivate in Egitto, vivevano in queste bolle familiari, e così erano meno esposte ai pericoli che società urbane come quelle di Trieste e di Gorizia potevano nascondere. Soprattutto, c’erano meno possibilità che da questi contatti nascessero dei matrimoni misti, che potevano portare ad abbandonare le radici slovene ed entrare in una sfera culturale-linguistica italiana o altra. C’era per cui una sovrapposizione di tutti questi elementi.
Com’era vissuto il momento dell’emigrazione dalle Alessandrine?
Il momento della migrazione verso l’Egitto, dove c’erano la nonna o la mamma, era per molte ragazze un momento molto atteso. Aspettavano di crescere abbastanza per fare questa esperienza. Non voleva dire necessariamente andare via di casa per rimanere lì dieci, vent’anni, ma anche solo per qualche anno. In molti casi era un modo per guadagnarsi la dote e potersi fare una famiglia. Molte testimonianze dicono che il ritorno era tuttavia molto difficile. Più era lunga la permanenza, più difficile era la reintegrazione: molte tornavano a casa trasformate e venivano percepite diversamente da come erano partite. Le stesse Alessandrine cambiavano la percezione di sé, della famiglia e della comunità di origine. Ciò accadeva perché vivere in famiglie dell’alta società, era molto diverso dalla difficile vita rurale.
Le Alessandrine rappresentano un fenomeno quasi sconosciuto in Italia. Qual è invece la memoria delle Alessandrine in Slovenia e nei territori di confine tra Italia e Slovenia?
Fino agli anni Novanta era una memoria individuale, privata, familiare. Le Alessandrine erano cadute nell’oblio. La prima ragione è dovuta al fatto che non tutte sono poi tornate nelle zone d’origine, e tra coloro che sono rientrate in molte hanno evitato per molto tempo di parlarne. Molte delle testimonianze che abbiamo si devono al fatto che queste donne hanno iniziato a parlarne solamente con i nipoti. Mentre con la generazione dei figli c’erano molte difficoltà di comunicazione, anche emotiva. Il ricordo portava a galla momenti di dolore, sia per le madri che per i figli. In aggiunta, quelle tornate avevano difficoltà a raccontarsi proprio perché non volevano essere oggetto di critica o di denigrazione.
La seconda ragione è politica. Non è un caso che la riscoperta del fenomeno inizi con la dissoluzione della Jugoslavia e con la nascita della Slovenia indipendente. Ma già negli anni Ottanta emerge la volontà di conoscere l’emigrazione slovena. L’emigrazione, durante il periodo jugoslavo, era un tema abbastanza ai margini, e in certi casi era proibito parlarne. In quella che doveva essere la nuova società socialista, le domestiche erano delle figure stridenti e anche qui c’è una forte contraddizione. Se da un lato, c’era una retorica socialista che diceva che lo sfruttamento dei lavoratori, come quello nelle economie capitaliste, era proibito, dall’altro c’erano corsi e scuole per formare il futuro personale di servizio della nomenklatura comunista. Un’altra contraddizione sta nel fatto che, nel momento in cui negli anni Sessanta si aprirono le frontiere, la Jugoslavia offrì la possibilità di andare a lavorare all’estero legalmente. Per cui molte donne, soprattutto del goriziano, hanno continuato a fare quello che facevano prima: andavano in giornata presso le famiglie di Gorizia e Trieste in Italia, a fare lavori di servizio domestico.
Qual è quindi oggi il ricordo delle Alessandrine? Sono ancora soggette agli stessi stereotipi? Qualcosa è cambiato?
Per capire cosa rappresentano oggi le Alessandrine nella memoria collettiva slovena, citerei il titolo di un’opera del 2012, ovvero “Le Alessandrine sono tornate a casa” scritta da Peter Zorn. Il titolo è emblematico: oggi le Alessandrine hanno acquisito il diritto di cittadinanza nella memoria storica slovena. Assistiamo ad una iperproduzione dedicata a questo fenomeno, e si è arrivati al punto che si può parlare addirittura di un mito. Si è passati da un completo oblio, alla riscoperta e alla valorizzazione delle Alessandrine. Ma ciò ha portato alla costruzione di una narrativa quasi mitologica. Difatti, se prima c’erano stereotipi negativi, adesso gli stereotipi sono diventati positivi, ma altrettanto lontani dalla realtà. Si fanno delle associazioni troppo automatiche. Per esempio, quando si parla di emancipazione, bisogna essere cauti. Una parte di loro si è emancipata, e ha vissuto questo momento come emancipatorio. Ma non bastava andare in Egitto per emanciparsi. Infatti, quando tornavano nelle zone d’origine, molte si reintegravano nella società patriarcale a cui appartenevano. C’è poi un secondo stereotipo, quello del cosmopolitismo. Sicuramente vivere sempre a contatto con la borghesia internazionale, comportava una trasformazione per loro. Tornavano a casa e parlavano il francese, l’arabo, l’inglese e in questo senso aprivano al mondo, però parlare di cosmopolitismo in maniera automatica è un po’ forzato. Certamente questi stereotipi nascono in buona fede, per salvare e ridare dignità a queste donne. E questo è un motivo molto nobile e fruttuoso, però rischia di diventare ideologico.
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