Il resto รจ silenzio. Guerre di ieri e di oggi
A febbraio di quest’anno, ad un anno dalla guerra ucraina, รจ uscito in versione aggiornata il libro di Chiara Ingrao "La guerra รจ silenzio", pubblicato per la prima volta nel 2007 a piรน di dieci anni dai conflitti di dissoluzione della ex-Jugoslavia. Una recensione

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Sarajevo 30 settembre 1993, la ragazza che corre (ยฉ foto di Mario Boccia)
(Originariamente pubblicato da Articolo 21 )
Il libro di Chiara Ingrao โIl resto รจ silenzioโ (Baldini & Castoldi, 2023) รจ un testo che ha avuto una lunga gestazione e ha una lunga storia. Eโ stato pubblicato per la prima volta nel 2007 [in copertina la foto di Mario Boccia, poi diventata famosa come "La ragazza che corre", ndr] a piรน di dieci anni dalla dolorosa guerra nella vicina Jugoslavia che dal 1990 al 2001 ha rotto per la prima volta la pace in Europa dopo la seconda guerra mondiale.
Erano tempi in cui la scrittrice era da anni impegnata nel movimento pacifista ed era stata per un periodo parlamentare; anche per quel conflitto si era adoperata con gli strumenti del pacifismo, ma erano occorsi anni poi per poterne raccontare. Ciรฒ che le stava a cuore di dire non era degli eventi, di cui nellโedizione attuale tuttavia introduce una cronologia per rispetto dei lettori specialmente piรน giovani, ma dellโindicibilitร della guerra, dellโindicibilitร del dolore che essa porta, del solco che separa le vite di Noi e Loro.
Nonostante gli sforzi, la buona fede resta un solco tra chi guarda la guerra e chi la vive perchรฉ le guerre, e lโautrice cita Israele e la Palestina, Gaza e le Torri gemelle, lโAfghanistan e lโIraq, per Noi sono rimaste sempre le guerre degli altri, ma lโindicibilitร e il dolore restano sempre gli stessi. Per questa indicibilitร lโautrice, adesso che la guerra soffia di nuovo sullโEuropa e potrebbe farsi โtotale e travolgerci tuttiโ, ma per ora rimane lo stesso la guerra degli altri, per questo ha sentito la necessitร di ripubblicare il libro concludendo โ decidano i lettori e le lettrici, in questi giorni in cui il buio ci assedia in mille modi, da lontano e da vicino, se questo mio viaggio parla anche a loroโ . E il testo ci parla, ci interroga, ci afferra intensamente, col suo andamento coinvolgente tra prosa e prosa poetica, tra rievocazioni, dialoghi, flussi di coscienza, tra Storia e Mito.
โMa perchรฉ te la sei presa in casa? Ma ti rendi conto di cosa vuol dire, una cosa cosรฌ?โ La frase colta al volo da una conversazione telefonica su un autobus, nel tra tran quotidiano in cui ormai siamo immersi sempre perรฒ in uno stato di allerta, attanagliati dalla paura, apre uno squarcio nella memoria di Sara, la protagonista. Riemerge dallo specchio annebbiato la storia di Slavenka, lโeroina bruna e bellissima, uccisa sul ponte di Sarajevo, dove si sparavano tutti, assalitori ed assaliti, morta per recuperare il corpo del fratello, ucciso forse dai compagni dellโaltro fratello, che combatteva con i bosniaci nazionalisti.
Ritorna il mito di Antigone e Ismene, rivive la storia delle altre due sorelle: Slavenka, lโAntigone di Sarajevo, come la chiamarono i giornali, e Musnida, la Pacifica รจ il significato del suo nome; la musulmana e la slava, la bella e la sbiadita, sorelle in una di quelle famiglie in cui le origini e le provenienze si sono mescolate e dove la guerra scava solchi, separa i destini.
Sara, una esperta traduttrice e interprete che vive sola, dopo una dolorosa separazione dal marito, si trova cosรฌ proiettata a ricostruire il puzzle di una storia rimossa, di un lutto non elaborato, in un dialogo con se stessa e a volte rivolto alla propria sorella, con la quale ha un rapporto stretto, ma conflittuale: la storia del suo rapporto e della difficile amicizia con Musnida cui aveva dato ospitalitร . Musnida, โSmorta , ma non morta, un corpo estraneo, una straniera, una profugaโ, una di cui diffidare per gli altri; unโospite, una collega come invece diceva lei. Sara aveva conosciuto Musnida negli anni Ottanta al festival del Cinema jugoslavo a Pesaro, dove tutte e due lavoravano come interpreti, mentre Slavenka si trovava lรฌ perchรฉ aveva seguito la sorella per una breve vacanza. Tutti erano affascinati dalla bella e loquace Slavenka, ma Sara aveva stretto amicizia con Musnida, con la quale aveva scoperto affinitร culturali, condiviso lโamore dei libri, della poesia declamata a memoria in lingua originale: โIl resto รจ silenzioโ dallโAmleto, era il saluto con cui si lasciavano la sera tardi dopo lunghe chiacchierate.
Poi, dopo piรน di dieci anni improvvisamente una sera quella telefonata di Musnida che si trovava a Roma, in fuga dalla guerra e senza che lei chiedesse niente Sara si era sentita in dovere di offrirle ospitalitร a casa sua. La storia delle due sorelle viene raccontata in contrappunto con quella di Antigone e Ismene in particolare in tre capitoli che si alternano alla narrazione di Sara e in cui la storia delle due tebane รจ raccontata con la voce di Ismene: โNon cercavo la fuga, ma un senso, una misura, Nostra: di donne, non di eroi. Non seppi spiegarlo… Siamo nate donne, sorella. Non รจ per noi, il modo in cui lottano gli uomini. Il nostro destino รจ un altro: sopravvivere. Non รจ una legge eterna anche questa, quanto la legge dei morti?โ. Sara rievoca la difficoltร di accogliere lโAltro e il suo dolore, la difficoltร della convivenza con Musnida che si stabilisce nella sua casa. I suoi vani tentativi di instaurare una conversazione quotidiana, lโinsofferenza per lโospite che manifesta il suo disagio con gesti, modi, tic che Sara non riesce a interpretare.
Difficile รจ anche capire le scelte politiche ed esistenziali di Musnida, che si proclama ostinatamente jugoslava quando la Jugoslavia รจ giร implosa. Sara dovrร ritrovare nella memoria i frammenti dei discorsi di Slavenka a Pesaro e le immagini delle foto di famiglia che mostrava per cercare di capire la storia dei famigliari di Musnida e del suo intero popolo. Si ricorderร che il loro padre era un dissidente morto suicida in carcere e tenterร di interpretare la storia di quella famiglia e di tutto quel Paese come una storia di suicidi: โNon era stato un suicidio anche quello dei suoi fratelli, in fondo. E poi lei ad andare cosรฌ sola su quel ponte, in quel modo โฆ E tutto il suo Paese, in fondo. Ma era davvero quello il modo di raccontarla? Era davvero solo una storia di suicidi, di sangue?โ.
Mentre Sara si sforza inutilmente di integrare Musnida nel lavoro, continua ad interrogarsi sulla sua storia e sulla guerra, quei pronomi Noi e Voi, il fatto che non si possa piรน dire Noi Europei e nemmeno Noi Jugoslavi, parole che riecheggiano in un convegno in cui sia lei che Musnida partecipano come traduttrici. Il pensiero di Sara si dilata sul mondo, sulle storie terribili di questi nostri anni. Pensa a quando ha visto crollare le Torri gemelle e ha pensato โAdesso tocca a Noiโ, poi รจ stato ancora un Loro lontano, รจ stato il prevalere dellโodio, della vendetta: โMa ci interessava davvero, sapere cosa cโera sotto quel burqa? E sotto alle bombe, che cosa cโรจ? Davvero Loro sempre Loro? Allora quando siamo andati a bombardare Kabul perchรฉ non bombardasse New York; ma anche prima quando abbiamo bombardato Belgrado perchรฉ non bombardasse il Kosovo, e dopo anche Baghdad, perchรฉ โฆ Giร perchรฉ?โ. Vanessa, la sua collega pacifista le ostenta una risposta impaziente โMa davvero non capisci Sara?โฆ Non cambierร mai nulla. Se non cambia il nostro modo di vedere le cose, il nostro sguardo sul mondoโ.
Sara perรฒ la sua risposta la continua a cercare nel rapporto con Musnida, nello sforzo di capire la sua storia, nellโ offrirle la sua accoglienza, una sua sorellanza. Musnida che ora si allontana, ora riesce a essere vicina a Sara, a darle lezioni di vita, di comprensione degli altri, di gesti di attenzione e di generositร che noi abbiamo perduto, di come ci si deve comportare con una madre malata. Anche Musnida continuerร a ricercare la sua veritร , la sua risposta a quanto le รจ accaduto, alla vita e la lascerร alla disponibilitร di Sara, nei libri compulsati e sottolineati e nei file del computer nella sua camera, che infine Sara si deciderร a leggere e poi di nuovo rimuoverร dalla memoria. La risposta di Musnida arriverร anche con la storia riscritta di Ismene, che parla alla sorella Antigone e alla sorella straniera, il cui abbraccio ha fatto sciogliere le sue lacrime che si erano fatte roccia di dolore dentro di lei e finalmente ora puรฒ dire la veritร piรน semplice e vera: il suo bisogno di piangere Antigone e con lei se stessa, i fratelli. Puรฒ celebrare i riti, ora che si รจ ricordata le parole che le aveva detto Antigone: โ Io ho scelto di morire, tu Ismene devi vivereโฆ Restare. Ricostruireโ e superare il senso di colpa. Ismene/ Musnida riesce a riconoscere la storia della cittร , delle origini, i cicli della storia, la furia della violenza e i diversi sogni che gli esseri umani generano โSpezzati, eppure ancora da sognare. Inquieti. Indocili. Irriducibili a unoโ.
Questa nuova edizione del libro รจ arricchita da una bella e stimolante postfazione di Raffaella Chiodo Karpinsky โNoi e la guerra, ieri e oggiโ. Ci parla della guerra russo โ ucraina, della difficile esperienza, ieri come oggi, nella pur generosa volontร di accoglienza dei profughi. Ci dice dellโesperienza di accoglienza dei finlandesi e della sorella, che ha accolto in casa una madre e una figlia ucraine. Karpinsky, nella cui famiglia si mescolano origini russe e ucraine, ci racconta il suo personale dolore di fronte a questa guerra: โDalla piazza Rossa si sta uccidendo la mia stessa animaโ. Ci confessa il suo disperato tentativo di โrestare se stessaโ sostenendo e facendo conoscere il piรน possibile il volto della Russia che resiste al buio della ragione e soprattutto il movimento di opposizione alla guerra delle donne.
Oggi esiste una gran difficoltร di creare ponti come รจ stato fatto tra le israeliane e le palestinesi, come ha fatto una donna cecena che chiama Svetlana, nome di fantasia, per portare avanti azioni contro la guerra e per rendere possibile almeno il recupero delle salme dei figli. Ma adesso per le russe e le ucraine sembra piรน difficile collaborare per la repressione che su entrambe i fronti si abbatte su chi รจ disposto a parlare con il โnemicoโ. Tuttavia lโunica strada percorribile, ci dice, รจ ancora quella della fiducia reciproca, della fiducia nel futuro e di lavorare per la ricostruzione.
Intervista a Chiara Igrao
"Sono venuta qui per la prima volta nel ’91. Allora ero dirigente dell’Associazione per la Pace, avevamo organizzato insieme ai pacifisti di tutte le parti dell’ex Jugoslavia una carovana che partiva da Trieste attraversando Slovenia, Croazia e Serbia e si concludeva a Sarajevo con una catena umana."
Lo ha raccontato Chiara Ingrao ad Andrea Oskari Rossini di Osservatorio Balcani che l’ha intervistata nel 2008 a Sarajevo alla presentazione di "Ostalo je muk", edizione bosniaca de "Il resto รจ silenzio".







