I riflessi del conflitto in Medio Oriente su Armenia e Georgia

Mentre infuria il conflitto in Medio Oriente, i paesi del Caucaso meridionale cercano di mitigare le posizioni, rassicurando tutti i partner della loro estraneità alla guerra. Armenia е Georgia invitano alla diplomazia per scongiurare una possibile ondata di profughi dall’Iran

24/03/2026, Marilisa Lorusso
Lancio di missili balistici © Alones/Shutterstock

Lancio di missili balistici

Lancio di missili balistici © Alones/Shutterstock

Infuria il conflitto in Medio Oriente, e nonostante uno sconfinamento delle azioni belliche in Azerbaijan, il Caucaso meridionale finora non è stato coinvolto in combattimenti. La regione si trova però a dover gestire una combinazione complessa di rischi transfrontalieri, sensibilità etniche e dinamiche politiche internazionali, che rendono l’evoluzione del conflitto un fattore di rilevanza strategica e di sicurezza per l’area.

Armenia

Il 28 febbraio il Ministero degli Esteri armeno ha dichiarato di monitorare attentamente la situazione, invitando i cittadini armeni in Iran e Israele a seguire le indicazioni di sicurezza. Il 1° marzo, il Primo ministro Nikol Pashinyan ha presieduto una sessione allargata del Consiglio di Sicurezza, con relazioni del capo dell’Intelligence esterna e del Segretario del Consiglio.

Pashinyan ha inoltre inviato un messaggio di condoglianze al Presidente iraniano Masoud Pezeshkian per le vittime nel paese, sottolineando la necessità di una rapida stabilizzazione. Sono poi seguite le congratulazioni per l’elezione del nuovo Ayatollah.

Per decenni – o come si dice a Yerevan e Teheran, per millenni – il confine tra Armenia e Iran è stato una delle principali vie di traffico commerciale e transito verso l’esterno dell’Armenia e il paese ha una funzione non sostituibile negli equilibri commerciali armeni, almeno fino ad apertura di nuovi canali che per ora sono solo embrionali.

All’esplodere del conflitto il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo iraniano Seyyed Abbas Araghchi, esprimendo cordoglio e richiamando l’importanza di ridurre le tensioni e privilegiare una soluzione diplomatica. Va inoltre ricordato che nei giorni precedenti la guerra, il ministro della Difesa armeno si era recato in Iran per consultazioni bilaterali.

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan al Parlamento europeo, marzo 2026 © Unione europea

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan al Parlamento europeo, marzo 2026 © Unione europea

L’11 marzo, parlando al Parlamento Europeo per la prima volta dopo 2 anni, il Primo Ministro Pashinyan ha chiarito la posizione armena in merito al conflitto, in una fase in cui il paese si sta aprendo a partner strategici non tradizionali come gli Stati Uniti, e sta costruendo ex novo relazioni con paesi come Pakistan e Arabia Saudita, che dovrebbero inserirsi nelle logiche commerciali garantendo l’apertura di nuove rotte.

“L’Iran è un nostro buon amico, un vicino millenario. Avete già visto la portata dei nostri rapporti con gli Stati Uniti. Sono nostri validi partner gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, l’Oman, il Kuwait, la Giordania, il Libano, il Bahrein e la Siria”, ha dichiarato Pashinyan. “Recentemente abbiamo compiuto un passo storico con l’Arabia Saudita, stabilendo relazioni diplomatiche. Siamo addolorati per quanto sta accadendo in Medio Oriente. Di fronte a una crisi internazionale di tale portata, noi siamo un piccolo e modesto Stato e non possiamo che pregare per la pace eterna di tutte le vittime e per la saggezza dei nostri leader partner, affinché trovino al più presto soluzioni diplomatiche”.

Yerevan è stata anche luogo di mobilitazione della comunità iraniana in Armenia.

Le autorità armene hanno arrestato alcuni manifestanti iraniani che protestavano davanti all’ambasciata iraniana, segnalando l’attenzione del governo a contenere possibili ripercussioni della crisi sul piano dell’ordine pubblico e sulle relazioni bilaterali con il vicino, che ha i nervi scoperti.

Georgia

L’esecutivo di Tbilisi guidato dal Sogno Georgiano ha negli ultimi anni coltivato rapporti cordiali con Teheran, e in questa occasione ha adottato una linea improntata a cautela e bilanciamento.

Il 28 febbraio 2026 il Ministero degli Esteri ha dichiarato di monitorare con profonda preoccupazione la situazione in Medio Oriente, sottolineando l’importanza della de-escalation diplomatica e invitando i cittadini georgiani a seguire le indicazioni di sicurezza.

In una successiva dichiarazione ufficiale, il governo ha espresso condoglianze all’Iran per le vittime, inclusa la Guida Suprema, così come a Israele e al popolo ebraico, ribadendo solidarietà ai Paesi del Golfo e auspicando il ritorno al dialogo politico. Sono seguiti poi i complimenti per la nomina del nuovo leader iraniano.

Tbilisi cerca ti dare un colpo al cerchio e uno alla botte, per non compromettere i rapporti con nessuna delle parti belligeranti, in una fase in cui un ulteriore isolamento diverrebbe pressoché insostenibile, data la precaria situazione internazionale in cui versa il paese.

I nervi sono però saltati in seguito alla pubblicazione di un articolo sul quotidiano statunitense The Hill, firmato dall’analista Keti Korkiya.

Nel suo intervento, Korkiya sostiene che il governo georgiano stesse rafforzando i legami con l’Iran, offrendo a Teheran opportunità per aggirare le sanzioni occidentali. L’articolo cita, tra l’altro, l’aumento degli scambi commerciali tra i due paesi negli ultimi dodici anni. Viene inoltre menzionato uno studio del think tank georgiano Civic Idea, secondo cui tra il 2022 e il 2025 ben 72 aziende registrate in Georgia avrebbero importato petrolio e prodotti petroliferi iraniani.

I media filogovernativi hanno reagito con forza, definendo l’articolo un attacco infondato contro il paese e sottolineando che il peso dell’Iran nel commercio complessivo della Georgia resta limitato. Anche diversi esponenti politici della maggioranza hanno attaccato l’autrice, mentre la Banca Nazionale della Georgia ha ribadito il pieno rispetto delle sanzioni internazionali imposte all’Iran.

Il sindaco di Tbilisi Kakha Kaladze ha insistito sul fatto che simili dichiarazioni siano particolarmente pericolose in un contesto regionale già instabile, e ha risposto duramente alle affermazioni dell’ex ministra della Difesa Tina Khidasheli, che aveva definito una filiale georgiana dell’università iraniana Al-Mustafa una “scuola per terroristi”.

Anche in questo caso, Kaladze ha accusato i critici di agire contro gli interessi nazionali e di essere al servizio di potenze straniere.

Khidasheli ha invece espresso preoccupazione per le possibili ripercussioni delle politiche del governo, accusato di intrattenere relazioni con l’Iran basate su una reciproca convenienza.

Il Servizio di Sicurezza dello Stato della Georgia ha avviato un’indagine e convocato diverse persone per interrogarle in merito a dichiarazioni riguardanti una presunta crescente influenza dell’Iran nel paese.

La posizione della Georgia riflette la distanza tra l’orientamento del governo e quello di ampi settori della società civile. La piazza georgiana ha storicamente mostrato simpatia per i movimenti anti-Khamenei: negli ultimi mesi si sono svolte con regolarità manifestazioni di solidarietà davanti all’ambasciata iraniana a Tbilisi, con anche qualche fermo e multa fra cittadini iraniani.

La strategia dei paesi caucasici è di rassicurare tutti i partner in pari misura riguardo l’assoluta estraneità al conflitto, e attenderne gli esiti, auspicando che sia il più rapido possibile e che l’esodo dall’Iran, per ora ridotto a circa cinquemila persone, rimanga un fattore marginale.

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