Grecia, una grave crisi per gli ovini (e per la feta)
Pecore e capre in Grecia sono alle prese con una grande epidemia di vaiolo. Il governo si rifiuta di dichiarare l’emergenza perché teme l’impatto sulle esportazioni di formaggio – ma intanto quasi mezzo milione di capi sono stati abbattuti

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Allevatori mungono pecore nel villaggio di Kourounes sull'isola di Creta (© Heracles Kritikos/Shutterstock)
(Questo articolo è stato originariamente pubblicato dalla testata spagnola El Confidencial in collaborazione con la testata greca EfSyn, nell’ambito del progetto PULSE.)
Il governo greco si trova tra l’incudine e il martello di fronte a un’epidemia di vaiolo ovino e caprino che ha già portato all’abbattimento di quasi mezzo milione di animali su circa 10 milioni complessivi. Il primo focolaio è stato individuato il 21 agosto 2024: da allora, a differenza di quanto successo in passato, la malattia si è diffusa in maniera incontrollata.
Fino al 19 dicembre 2025, secondo i dati del Comitato scientifico nazionale per la gestione e il controllo del vaiolo, erano stati confermati casi in 2.449 aziende agricole. “Il numero di focolai è gigantesco”, conferma a El Confidencial Raúl Rivas, microbiologo dell’Istituto di ricerca in agrobiotecnologia dell’Università di Salamanca, in Spagna. “Si pensava che l’inverno avrebbe aiutato, ma nelle ultime settimane l’epidemia ha continuato a diffondersi”.
Nonostante le dimensioni della crisi, il governo greco è contrario ad avviare una campagna vaccinale, come invece consigliano l’Organizzazione mondiale della sanità animale e la Commissione europea. La ragione principale è economica, e ha molto a che fare con la feta.
L’80 per cento del latte ovino e caprino prodotto in Grecia è infatti destinato alla produzione di questo formaggio, spiega Rivas. Circa i due terzi della produzione di feta è destinata alle esportazioni: “Se partisse la vaccinazione, come vorrebbero anche alcuni agricoltori, la Grecia verrebbe dichiarata paese endemico, con conseguenti forti restrizioni alle esportazioni”, aggiunge lo scienziato.
Per di più, la feta è un formaggio a denominazione di origine protetta (DOP) e quindi può essere prodotto solo in Grecia. “Qui sorge un altro problema”, continua Rivas: “Per la Grecia sarebbe un colpo enorme” se l’UE decidesse di allentare questa tutela per evitare che il mercato resti sguarnito, permettendo ad aziende di altri Paesi di produrre formaggi analoghi alla feta o addirittura con la stessa denominazione.
Un virus tenace e insidioso
Si ritiene che questa ondata di vaiolo ovicaprino sia arrivata in Grecia attraverso la Turchia. Il vaiolo ovicaprino è endemico in Nord Africa, Medio Oriente, Turchia, Iran, India e alcuni altri Paesi dell’Asia. Negli ultimi anni sono stati rilevati dei focolai anche in Spagna, ma lì l’epidemia è stata scongiurata.
Il vaiolo ovicaprino viene provocato da un virus che causa febbre e gravi lesioni cutanee o interne. Si tratta di una malattia altamente infettiva, ma che non si trasmette agli esseri umani. Il vaiolo ha un alto tasso di mortalità tra le pecore e le capre, anche perché il virus permane relativamente a lungo nell’ambiente. Raúl Rivas spiega che il virus può restare attivo fino a sei mesi negli allevamenti contaminati, e fino a tre mesi nella lana o nelle croste secche della pelle dei singoli animali – quindi è difficile eliminarlo.
Il virus del vaiolo ovicaprino si trasmette sia direttamente, mediante il contatto tra pecore e capre, che indirettamente. “Quando c’è un’alta concentrazione del virus”, precisa Rivas, “alcuni insetti come i tafani o le mosche finiscono per trasportare il virus da un luogo all’altro”.
Il dilemma del formaggio
“Nessun Paese europeo ha proceduto con vaccinazioni contro il vaiolo ovicaprino”, ha dichiarato a ottobre il ministro greco dello sviluppo rurale e dell’alimentazione, Kostas Tsiaras. I Paesi stranieri che l’hanno fatto, come la Turchia e l’India, “sono in stato endemico e non possono esportare i loro prodotti”.
Se infatti un Paese decide di avviare una campagna vaccinale, “questo implica che il vaiolo venga definito ‘endemico’ in quell’area”, spiega Raúl Rivas. Le esportazioni in molti casi si fermano, e devono passare anni senza nuovi focolai prima che il Paese venga dichiarato nuovamente libero dalla malattia. “In quel periodo, ovviamente, si perdono molte quote di mercato”, continua Rivas. “È questo che il governo greco sta cercando di evitare”.
La feta rappresenta un importante prodotto per le esportazioni della Grecia e negli ultimi anni ha guadagnato ancora nuove quote di mercato soprattutto nel Regno Unito, negli Stati Uniti, in Canada e in Australia. Secondo i dati forniti dall’Autorità statistica greca, nel 2023 la Grecia ha prodotto circa duecentomila tonnellate di formaggi a pasta molle, di cui circa 140 mila tonnellate di feta. Le esportazioni di questo prodotto sono valse oltre 250 milioni di euro nel 2024.
Comunque vada, nei prossimi mesi il mercato della feta attraverserà inevitabilmente delle turbolenze. Per il momento la produzione di feta sta proseguendo grazie alle riserve di latte, ma con quasi mezzo milione di animali abbattuti, la produzione di latte ovicaprino in Grecia è notevolmente diminuita. “Nei prossimi mesi la feta potrebbe diventare un bene di lusso a causa dell’aumento del suo prezzo”, prevede Rivas.

Pecore riparate all’ombra di una roccia, Creta (© Takacs Szabolcs/Shutterstock)
Oltre alla feta, l’epidemia di vaiolo ovicaprino colpisce anche altre esportazioni della Grecia, in particolare quelle di animali vivi. Rivas spiega che numerosi capi di bestiame greco vengono condotti verso Paesi come l’Arabia Saudita e la Giordania.
Spinte per la vaccinazione
Il 14 gennaio 2026, Evangelia Liakouli, deputata del partito socialdemocratico Pasok, ha denunciato che il governo greco ha nascosto una lettera della Commissione europea che sosteneva la “necessità” di una campagna di vaccinazione per contrastare l’epidemia di vaiolo ovicaprino. Nella lettera, risalente a ottobre 2025, il commissario europeo per la salute e il benessere degli animali Oliver Várhelyi affermava che “le misure in vigore in Grecia da più di un anno non sono sufficienti a fermare la diffusione della malattia, né a ridurre il numero di animali da macellare”.
Un portavoce della Commissione europea ha confermato a El Confidencial che la lettera è stata inviata e che “la Commissione continua a raccomandare la vaccinazione contro il vaiolo ovicaprino in Grecia in aggiunta – non in sostituzione – all’abbattimento degli animali, insieme ad altre misure di controllo e restrizione”.
Per il momento il governo greco ha optato per la procedura di stamping out. Significa che “quando viene individuato un animale infetto, l’intero allevamento deve essere abbattuto e le carcasse devono essere bruciate o seppellite”, spiega Raúl Rivas.
Nel frattempo, è emerso che alcuni allevatori greci si stanno organizzando da soli con vaccini d’importazione non autorizzati, provenienti dalla Turchia e dalla Giordania. Christos Kellas, segretario di stato per lo sviluppo rurale e l’alimentazione, ha riconosciuto che questo fenomeno è in aumento.
Il governo greco attualmente concede un indennizzo di 200-250 euro per ogni animale abbattuto, ma gli allevatori lo considerano insufficiente. Se un’azienda che conta centinaia e centinaia di capi viene completamente spazzata via, possono volerci fino a due o tre anni per rimpiazzare gli animali produttori di latte. Molti focolai si sono verificati in piccole aziende agricole in aree rurali: “Non è solo un lavoro. Nascono, li allevi, li proteggi, ti leghi a loro”, ha raccontato Nancy, un’allevatrice che nell’agosto 2025 ha dovuto abbattere i suoi settecento animali.
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