Europa dell’Est, la Groenlandia non è lontana

Nei Balcani, in Ucraina e in Turchia le reazioni alle mire del presidente USA Donald Trump sulla Groenlandia sono rimaste sfumate. In un’area dove il cambiamento violento dei confini è storia recente o attualità, a prevalere sono state apprensione e prudenza

06/02/2026, Francesco Martino
Groenlandia - © muratart/Shutterstock

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Groenlandia - © muratart/Shutterstock

Dobbiamo fare qualcosa sulla Groenlandia, che ci piaccia o meno, perché se non agiamo, la Russia o la Cina se la prenderanno, e non vogliamo Russia o Cina come vicini”. Così il 10 gennaio scorso, rivolgendosi ai giornalisti nella Casa Bianca, il presidente americano Donald Trump ha ribadito la sua ferma intenzione di impadronirsi della grande isola artica, oggi territorio autonomo della Danimarca.

In quella occasione Trump ha ribadito di preferire “le buone” per portare a termine il suo piano, per poi aggiungere però che in assenza di un accordo con Copenhagen – plausibilmente l’acquisto concordato dell’”isola dei tesori – la sua intenzione è quella di “procedere con le cattive”.

Le dichiarazioni dell’amministrazione Trump sulla Groenlandia hanno aperto un dibattito delicato su sovranità, diritto internazionale e destino della NATO, vista fino a ieri come incrollabile garante del sistema di sicurezza sulle due sponde dell’Atlantico.

In gran parte dell’Europa occidentale e settentrionale le reazioni sono state immediate, tanto che qualche giorno dopo alcuni paesi del Vecchio Continente – guidati dalla Francia – hanno reagito con una mossa semplicemente impensabile fino a qualche anno fa, inviando cioè simbolicamente un piccolo contingente militare in Groenlandia a cui hanno partecipato anche due ufficiali sloveni.

Nel Sud-Est Europa il quadro delle reazioni appare invece molto più sfumato: le dichiarazioni ufficiali sulla questione groenlandese sono state rare, tranne qualche eccezione affidata ad analisti piuttosto che ai leader politici.

“In Turchia, ad esempio, la questione è stata appena sfiorata”, ci dice Dimitri Bettoni, ricercatore OBCT esperto del paese. “Ankara vede la Groenlandia come parte di una regione geografica lontana e meno prioritaria rispetto ai propri interessi immediati. Questo non significa però che sia insensibile a quanto sta accadendo, soprattutto per gli effetti dello scontro sugli equilibri all’interno della NATO e nelle relazioni bilaterali con l’UE. Ogni scossone in questi rapporti viene visto con preoccupazione e opportunismo”.

Un atteggiamento condiviso da molti paesi della regione, che vibra come un barometro sensibilissimo alle nubi minacciose che si addensano sui rapporti tra USA e Europa.

Il relativo silenzio sulla questione Groenlandia nei Balcani, ma anche in Turchia e Ucraina, naturalmente colpisce ancora di più se si considera che questa parte del continente ha vissuto sulla propria pelle e sta vivendo guerre, secessioni, annessioni e confini ridisegnati con la violenza.

Dalla dissoluzione della Jugoslavia fino alla guerra in Ucraina e all’annessione russa della Crimea, senza dimenticare la divisione violenta di Cipro, l’Europa sud-orientale e orientale conosce bene le conseguenze della messa in discussione dei confini.

Proprio per questo ci si sarebbe potuti aspettare una reazione più netta alle affermazioni statunitensi sulla Groenlandia. Eppure molte capitali della regione hanno preferito la cautela. Le ragioni non vanno cercate nell’indifferenza, ma in una combinazione di priorità strategiche, fragilità interne e calcoli diplomatici.

In Romania ad esempio, oggi considerata uno dei principali alleati militari degli Stati Uniti in Europa sud-orientale e nell’area del Mar Nero, i rappresentanti delle istituzioni hanno prodotto dichiarazioni contrastanti, tradendo la difficoltà di trovare un difficile equilibrio tra fedeltà europea e atlantica, che fino a ieri andavano mano nella mano.

Al World Economic Forum di Davos – riporta Sebastian Pricop di HotNews – la ministra degli Esteri romena Oana Ţoiu riferendosi alla Groenlandia ha ribadito che, in principio “il territorio di un paese, soprattutto di un paese europeo, non può essere annesso contro la volontà del suo popolo”. Questo però solo dopo aver ricordato il ruolo centrale dell’alleanza tra Bucarest e Washington.

Il 18 gennaio, riporta ancora HotNews, il presidente Nicușor Dan è intervenuto in modo estremamente cauto sulla questione groenlandese, invitando i duellanti alla calma. “Sono estremamente preoccupato dall’escalation di dichiarazioni tra alleati sui recenti sviluppi. Dobbiamo riprendere il dialogo diretto a tutti i livelli diplomatici”.

Anche Sofia le reazioni sono state estremamente caute. All’interno del Consiglio d’Europa, la Bulgaria è stata tra i firmatari di una risoluzione – proposta da Copenhagen – che riafferma il principio che la Groenlandia appartiene esclusivamente al popolo groenlandese e che tutte le decisioni sui rapporti tra Groenlandia e Danimarca possono essere risolte solo dalle due entità.

Sulla missione militare europea il governo dimissionario di Sofia, interrogato dall’opposizione nell’aula del parlamento, si è però limitato a commentare laconicamente che la Bulgaria non prevede alcun tipo di partecipazione all’iniziativa.

“Se gli Stati Uniti si impadroniscono della Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca, la Serbia starà dalla parte del diritto internazionale e del principio dell’integrità territoriale”, ha dichiarato a inizio gennaio il presidente serbo Aleksandar Vučić, uno dei pochi leader regionali a prendere posizione sulla questione. “Non ci faremo però coinvolgere nello scontro”, ha poi aggiunto Vučić.

In Serbia, che in seguito all’intervento della NATO del 1999 ha perso il Kosovo – che ha poi dichiarato la propria indipendenza da Belgrado nel 2008 – la questione della modifica dei confini è particolarmente sentita.

Sulla Groenlandia Vučić ha accusato i paesi europei di ipocrisia. “Quanto incredibile, sbagliato e stupido suona oggi il loro invito a rispettare integrità territoriale e Carta delle Nazioni Unite riferendosi alle mosse americane. Quando l’avete fatto a noi, cosa avete detto?”

Una certa dose di malcelata critica è arrivata anche dai commenti e dalle analisi provenienti dalla Turchia, che pure in questa situazione prova a rilanciare un suo ruolo di mediazione tra le due sponde dell’Atlantico, per rafforzare la propria posizione nella NATO e tutelare i suoi interessi diretti, come il rilancio della propria partecipazione al programma F-35.

“Al di là degli aspetti strategici, con la questione Groenlandia la Turchia invita in qualche modo l’UE a smettere il ‘complesso di superiorità morale’ che l’Europa – secondo Ankara – continua ad arrogarsi nei suoi confronti, ed invita gli europei a dialogare su un piano utilitaristico e meno ideologico”, dice ancora Bettoni.

“La Turchia sembra dire all’Europa: ‘se le pretese USA sulla Groenlandia sono coloniali, non meno coloniale è il vostro approccio, non solo verso l’isola artica, ma anche verso di noi”.

Ancora più delicata la situazione in Ucraina, paese che – a poche settimane dal quarto anniversario dell’inizio dell’invasione russa – vede la questione Groenlandia come il sintomo di una crisi più ampia dell’ordine internazionale e del principio di integrità territoriale, alla base della sua lotta contro l’aggressione del Cremlino.

Sempre a Davos, il presidente Volodymyr Zelens’kyj, ha puntato il dito contro le titubanze europee: “L’Europa deve imparare a difendersi da sola. Se si mandano 40 soldati in Groenlandia, qual è lo scopo? Che messaggio si invia a Putin, alla Cina?”, ha incalzato

Kyiv non ha commentato direttamente le rivendicazioni statunitensi, ma diversi esponenti politici e analisti hanno colto l’occasione per sottolineare quanto le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia indeboliscano sia la posizione di Kyiv che dell’Occidente.

“Questa è una distrazione, ed ogni distrazione tra i nostri partner europei indebolisce la coalizione che ci sostiene. Indebolisce la Nato e indebolisce la solidarietà transatlantica”, ha dichiarato al britannico The Guardian Oleksandr Merezhko, presidente della commissione esteri del parlamento di Kyiv.

“Noi supportiamo l’integrità territoriale della Danimarca. Temo che la questione groenlandese faccia il gioco dell’idea di Putin di dividere il mondo in sfere di influenza”, ha concluso Merezhko.

L’atteggiamento discorde sulla questione Groenlandia si è inevitabilmente intrecciato con la risposta nella regione all’iniziativa lanciata da Trump per un cosiddetto “Consiglio di pace” (Board of Peace), presentato come uno strumento di mediazione globale alternativo all’ordine basato sulle Nazioni Unite.

Alcuni paesi dei Balcani, Albania, Kosovo, Bulgaria e Turchia hanno aderito rapidamente, vedendo nell’iniziativa un’opportunità di rafforzare il rapporto privilegiato con Washington e di guadagnare visibilità internazionale. Sofia è al momento l’unica capitale UE ad aver aderito al “Board of Peace” insieme a Budapest.

Altri Stati della regione hanno invece scelto di non aderire, o di non pronunciarsi sulla questione. La scelta riflette una divisione strategica: da un lato, paesi che considerano il legame con gli Stati Uniti una garanzia primaria di sicurezza; dall’altro, governi più attenti a non sovrapporre iniziative statunitensi ai meccanismi multilaterali europei e ONU, soprattutto in un momento in cui l’UE resta il principale orizzonte politico ed economico.

Una faglia che si sovrappone in modo visibile alle posizioni sulla volontà di annessione della Groenlandia da parte di Trump.

Quale che siano le posizioni in campo, è evidente che in Europa orientale la questione della Groenlandia non riguarda solo l’Artico. Pone piuttosto, per l’ennesima volta, domande scomode su quanto siano solide le norme che regolano la sovranità, e su chi può permettersi di metterle in discussione.

In un mondo percepito come sempre più insicuro il silenzio non è neutralità, ma una forma di sopravvivenza politica.

Sebastian Pricop (HotNews, Romania) ha contribuito alla realizzazione di questo articolo. 

Questo articolo è stato realizzato nell'ambito delle reti tematiche di PULSE, un'iniziativa europea coordinata da OBCT che promuove le collaborazioni giornalistiche transnazionali.