Europa, confini dell’arte e altri interrogativi

Una riflessione sulla mostra “Confini da Gauguin a Hopper” a Villa Manin (provincia di Udine), sui confini visibili e invisibili della percezione occidentale dell’arte e dell’Europa

26/02/2026, Božidar Stanišić
Foto dell'ingresso della mostra - © Studio esseci

Foto dell’ingresso della mostra

Foto dell'ingresso della mostra - © Studio esseci

Sono uscito dall’edificio espositivo dell’Esedra di Levante di Villa Manin, recentemente (e perfettamente) ristrutturato, nella cittadina friulana di Passariano di Codroipo, soddisfatto, però con qualche interrogativo inquietante. Non ricordo chi abbia detto che quando siamo soddisfatti non dobbiamo rovinare il momento. Io però ho tradito deliberatamente quest’idea.

La mostra “Confini da Gauguin a Hopper. Canto con variazioni” (11 ottobre 2025 – 12 aprile 2026) è stata concepita come culmine del programma GO! 2025 Nova Gorica – Gorizia, Capitale Europea della Cultura. A curare la mostra è stato Marco Goldin, considerato da molti come il promotore più poliedrico delle iniziative espositive in Italia. Giustamente definito “signor grandi numeri”, ha organizzato oltre quattrocento mostre, riscuotendo grande successo. Questa volta, i visitatori potranno ammirare più di cento opere di artisti di fama mondiale.

Soddisfazione?

Chi non proverebbe soddisfazione nel vedere ritratti e paesaggi da Constable, Turner e dai pittori della Hudson River School a Modigliani, Nolde e Hopper, passando per Courbet, Gauguin, Segantini, Van Gogh, Degas, Renoir, Monet fino a Modigliani, Nolde e Hopper, tutti riuniti in un unico luogo?

Ed effettivamente, la visita alla mostra di Villa Manin è paragonabile ad una degustazione dei migliori vini invecchiati. Era da tanto tempo che non godevo dei dipinti di Bonnard e Constable guardandoli dal vivo. Mi sono rallegrato anche nel vedere arrivare una scolaresca dopo l’altra, pronte a visitare la mostra. Ascoltavano attentamente la guida, ponendo delle domande. Ad un certo punto, mi è sembrato di sentire la voce del mio vecchio amico Dinko Štambak, il più parigino degli jugoslavi. Una volta Dinko mi aveva detto che il diavolo dell’era della tecnologia non era ancora riuscito a spazzare via tutto.

Oggi sostituirei quell’era della “tecnologia” con l’era digitale e l’intelligenza artificiale. Aggiungerei poi le scene quotidiane in cui i nostri contemporanei sono costantemente assorti nei loro telefoni, non li lasciano nemmeno in pizzeria, dove – seduti allo stesso tavolo – si scambiano messaggi e sciocchezze su Tik-Tok (e non solo).

Non sono uno di quelli che criticano “la valanga” di mostre di grandi maestri a cui si assiste anche in Italia. È innegabile che queste mostre abbiano anche una funzione didattica. Non sono nemmeno uno di quelli che si lamentano del costo elevato dei biglietti (questa volta mi è stato gentilmente concesso l’ingresso gratuito). Da che mondo è mondo tutto ha un prezzo.

È vero, da tempo ormai mi scervello pensando, ad esempio, a Van Gogh, che con i soldi che oggi servono per acquistare cinque o sei biglietti per una mostra si sarebbe procurato tutti i materiali necessari per dipingere e per qualche giorno si sarebbe concesso un pranzo decente in qualche modesta osteria bretone.

Interrogativi e “altro”?

Innanzitutto, chapeau a Goldin per aver creato un’aura estetica che, in un mondo sempre più cupo che ci circonda, regala momenti di gioia a chi non considera l’arte come un comodo accessorio da esibire con snobismo. Rischiando di andare controcorrente, ho apprezzato anche la capacità di Goldin di destreggiarsi nell’universo delle gallerie mondiali.

E ora qualche critica. È chiaro che il concetto di confine ha funto da comodo accessorio nel programma GO! 2025 Nova Gorica – Gorizia.

Come il curatore della mostra ha determinato i confini?

Per quanto riguarda i ritratti, ha sottolineato “il confine dell’interiorità”, mentre per i paesaggi ha utilizzato “il confine del mare” e “il confine del cielo”. Ad esempio, nel caso delle Ninfee di Monet, il confine è il giardino dell’artista a Giverny. Ognuno può stabilire, percepire e vivere i confini seguendo la propria intuizione, riprendendo o meno le definizioni enciclopediche.

L’insistenza di Goldin sul concetto di confine è stata riconosciuta dal ministero della Cultura per la sua rilevanza culturale e scientifica: “Un apprezzamento che premia la qualità del progetto e la capacità dell’esposizione di affrontare il tema della frontiera in modo innovativo e multidisciplinare”.

Se Goldin e il ministero la pensano così, pazienza. Personalmente, non cercherei un gatto nero in una stanza buia se sapessi che è già dentro. Né tanto meno chiederei in una spa se l’acqua delle piscine fosse piacevolmente calda.

Il tema del confine?

Non sono un esperto di organizzazione di mostre di grande formato. Da frequentatore occasionale di arti figurative, mi limito a notare alcune differenze tra le mostre curate da un solo esperto, come questa di Goldin, e quelle preparate da comitati scientifici o gruppi di autori. Non so nemmeno come gli organizzatori di Gorizia e Nova Gorica abbiano collaborato nel mettere in piedi l’intero evento. Un evento di rilevanza europea, lo ricordo, en passant. Tuttavia, so che l’organizzatore italiano ha sottolineato la quintessenza culturale ed estetica della mostra, che territorialmente non si esaurisce a Villa Manin.

Europa, Villa Manin, Gorizia-Nova Gorica?

È qui che, almeno per me, sorgono alcune ambiguità che, ovviamente, non negano il significato né la bellezza della mostra. Ambiguità che forse possono essere superate con una digressione. Una trentina di anni fa, durante una conversazione informale con un professore veneziano, avevo appreso che fino a poco tempo prima a Venezia si credeva che oltre ai confini degli ex territori della Serenissima iniziasse un mondo pieno di paludi e orsi.

In parole povere, a prescindere dalle qualità e dal significato della presentazione delle opere dei grandi maestri (dell’Europa occidentale, sia chiaro), “qualcosa” si è fermato a Villa Manin. (Un tempo apparteneva alla Serenissima).

Qualcosa? Forse il Muro non è mai crollato? Forse abbiamo dimenticato anche uno dei migliori saggi sull’Europa, a firma di Massimo Cacciari? È la domanda inevitabile: dove comincia e dove finisce l’Europa? Da cui poi sorge un altro interrogativo: cos’è l’arte europea e chi è il suo unico “vero” fautore?

Se Goldin si fosse solo chiesto se questa volta le sue (evidenti) conoscenze e (ancor più evidenti) competenze sarebbero state sufficienti, forse avrebbe proposto ai suoi colleghi cechi, polacchi, ungheresi, romeni, sloveni, croati, perché non anche serbi e bosniaci (quindi “extracomunitari”) di inviare almeno un’opera rappresentativa.

Così a Villa Manin avrebbero trovato posto Autoritratto (1907) di František Kupka, Carro con fieno (1890) di Jozef Pankijević, Discorso della montagna (1896) di Károly Ferenczy. Forse anche per Autoritratto con cane (1910) di Miroslav Kraljević, Salpare le reti (1935) di Ismet Mujezinović, Il grano (1939) di Milan Konjović e…? Concludo qui la mia semplice passeggiata attraverso la Seconda Europa, che evidentemente continua a vivere anche dopo il Muro.

Ogni forse è solo un’eco delle domande che assillano i nostri (e quanti altri?) animi? Se riuscirò a sciogliere questo dilemma, ve lo farò sapere.

In conclusione, vi consiglio di visitare la mostra “Confini”, nonostante il titolo problematico e l’approccio incentrato sull’Occidente. Le opere sono opere, vale la pena vederle e immergersi nell’unicità dell’arte. Se il titolo non vi piace, immaginatene un altro. Più autentico.

E non fatevi distrarre dalle riflessioni sui “buoni vecchi confini”.