Elezioni in Ungheria, il sud est europeo col fiato sospeso
C’è grande attesa per le elezioni legislative di questa domenica in Ungheria, dove Viktor Orbán è dato in svantaggio rispetto allo sfidante Péter Magyar. Il voto coinvolge molti paesi del sud est europeo, abitati da minoranze ungheresi, e può cambiare alcuni equilibri

Peter Magyar, il leader del partito di opposizione Tisza © Istvan Csak / Shutterstock
Peter Magyar, il leader del partito di opposizione Tisza © Istvan Csak / Shutterstock
Da settimane la campagna elettorale magiara deborda oltre i confini dell’Ungheria. Viktor Orbán, al potere ininterrottamente dal 2010, è secondo gli ultimi sondaggi in svantaggio di una decina di punti rispetto allo sfidante conservatore Péter Magyar e per questo gioca su più piani, sia in patria che all’estero. In molti paesi del sud est europeo, che fino alla Prima guerra mondiale facevano parte dell’Impero austroungarico, la campagna elettorale ha inevitabilmente coinvolto le minoranze ungheresi, tradizionalmente fedeli a Fidesz, il partito di Orbán.
Ma non solo. In Serbia un curioso “attentato sventato” al gasdotto Balkan Stream ha permesso a Orbán di attaccare l’Ucraina. In Bosnia Erzegovina, e più precisamente a Banja Luka, è arrivato martedì Donald Trump Jr., il figlio del presidente americano, proprio mentre il vicepresidente JD Vance teneva un comizio a Budapest. L’Ucraina è essa stessa un tema della campagna elettorale ungherese, mentre in Romania la minoranza ungherese continua a sostenere Orbán malgrado l’appoggio di quest’ultimo al nazionalista romeno (e anti-ungherese) George Simion. Vediamo gli scenari principali e le analisi degli esperti.
Attentato al gasdotto in Serbia?
Domenica 5 aprile, la polizia serba ha trovato del materiale esplosivo nei pressi del cosiddetto Balkan Stream, un’estensione del gasdotto TurkStream che trasporta gas dalla Russia a Serbia e Ungheria. Dopo l’annuncio, fatto dello stesso presidente serbo Aleksandar Vučić, il premier ungherese Orbán ha convocato un “consiglio di difesa straordinario” e accusato l’Ucraina di aver tentato un sabotaggio per provocare una crisi energetica in Ungheria. Ma già l’indomani, i servizi segreti serbi hanno smentito un coinvolgimento di Kyiv.
“Si è trattato di un’operazione di false flag fallita miseramente”, commenta il politologo serbo Srđan Cvijić del Centro per la politica di sicurezza di Belgrado (BCSP), “Vučić ha cercato di aiutare Orbán negli ultimi giorni della campana elettorale, ma l’azione era poco credibile fin dall’inizio e la propaganda serba non si è allineata a quella ungherese, creando delle discrepanze”.
La speranza dell’opposizione serba
In un paese dove il presidente è un alleato di Orbán (e al potere, senza interruzioni, dal 2014), l’opposizione guarda con speranza ai sondaggi in vista del voto di domenica.
“Si pensa che una sconfitta di Orbán darà nuovo slancio all’opposizione serba, portando nel medio e lungo termine ad una debacle elettorale anche per Vučić, ma si tratta di una grande esagerazione”, commenta Srđan Cvijić, secondo cui l’unico impatto verosimile di una sconfitta di Orbán “sarà sul voto del partito ungherese in Serbia, l’Alleanza degli Ungheresi di Vojvodina (SVM), che è molto vicino non solo al Fidesz ma anche al Partito progressista serbo (SNS) di Aleksandar Vučić”.
In Serbia, dove vivono circa 300 mila ungheresi, principalmente nella regione settentrionale della Vojvodina, l’SVM è a volte determinante nelle elezioni. “Sono stati decisivi un paio di settimane fa, alle elezioni amministrative nel comune di Kula, dove senza di loro avrebbe vinto la Lista degli studenti”, conclude Cvijić, “Ma il cambiamento sarà lento, anche perché l’SVM ha interessi economici intrecciati con Vučić e non mi pare che figuri tra le priorità attuali di Tisza [il partito di opposizione in Ungheria, nda]. Vedremo in futuro, in caso di una sua vittoria, come si posizionerà Péter Magyar rispetto al partito ungherese della Vojvodina”.
La preoccupazione dell’amico Dodik
Nella vicina Bosnia Erzegovina non c’è una corposa minoranza magiara, ma le elezioni ungheresi sono comunque importanti per la personale alleanza che lega da anni Viktor Orbán a Milorad Dodik, l’uomo forte della Republika Srpska (RS), una delle due entità della Bosnia Erzegovina, di cui da anni Dodik cerca di promuovere la secessione.
“Negli ultimi otto anni, a partire dal 2018, Orbán è diventato per Dodik un punto di contatto nell’Unione Europea e nella Nato, e la persona che attivamente blocca tutte le iniziative di sanzioni contro di lui”, spiega Adnan Čerimagić, Senior Analyst all’European Stability Initiative (ESI) a Berlino. “Orbán tratta la RS come un partner bilaterale e non come una regione interna della Bosnia Erzegovina. L’Ungheria aiuta l’agricoltura della RS, finanzia campagne di PR, promuove la stessa retorica anti-islam di Dodik…”, prosegue Čerimagić. Insomma, nel caso di una sconfitta di Orbán, “Banja Luka perderebbe un partner importantissimo, mentre gli attori politici della Bosnia Erzegovina accoglierebbero la notizia con sollievo, anche se non dobbiamo dimenticare che pure l’HDZ BIH [il partito nazionalista croato, nda.] è molto vicino al Fidesz”, afferma Adnan Čerimagić.
Una sconfitta di Orbán alle elezioni di domenica avrebbe, secondo Čerimagić, un effetto positivo sia nei Balcani che nel funzionamento interno dell’UE, con prospettive migliori per le politiche di allargamento verso l’Ucraina e la Moldova. “L’Ungheria di Orbán ha spesso giocato un ruolo destabilizzante in Bosnia Erzegovina, basti pensare al fatto che nel marzo scorso a Banja Luka c’erano degli agenti antiterrorismo ungheresi pronti a difendere Dodik in caso di un tentativo di arresto da parte della giustizia bosniaca”, conclude Čerimagić.
Minoranze ungheresi fedeli a Orbán
In tutti i paesi dell’ex Regno d’Ungheria, scomparso con il Trattato di Trianon nel 1920, si trovano minoranze ungheresi più o meno numerose. Il numero più alto è in Romania, dove gli ungheresi sono più di un milione. Segue la Slovacchia con circa 500 mila persone, l’Ucraina con 200 mila e così via, fino ad arrivare a Slovenia e Croazia dove si contano poche migliaia di individui. In tutti questi paesi, fatta eccezione per la Slovacchia e l’Austria, i cittadini magiari hanno spesso la doppia cittadinanza e quindi votano anche alle elezioni politiche in Ungheria.
“Quasi tutte le minoranze votano per Fidesz, perché spesso chi è critico nei confronti di Orbán non vota proprio. Tanti dicono: ‘non voglio votare alle elezioni di un paese in cui non vivo’, ma gli elettori di Fidesz non si fanno questi scrupoli”, afferma Péter Techet, ricercatore all’Istituto per la regione danubiana e la Mitteleuropa (IDM) a Vienna, “ecco che le elezioni all’estero si traducono spesso in vittorie schiaccianti per Fidesz (con oltre il 90% dei consensi) e quindi in 3, 4 o 5 seggi supplementari al parlamento di Budapest (non c’è un numero esatto perché non esiste una circoscrizione separata per la diaspora)”.

Manifesti elettorali del Fidesz imbrattati con la scritta “Russi, tornate a casa” © arpasi.bence / Shutterstock
Giochi politici in Romania, Ucraina e Slovacchia
In alcuni casi, però, Viktor Orbán ha preferito attenuare la sua retorica a favore della minoranza ungherese locale, pur di sostenere un partner politico. È il caso della Romania, dove gli ungheresi – che rappresentano circa il 5% della popolazione del paese, e superano il 20% in Transilvania e oltre il 90% in alcune città – sono forse rimasti sorpresi dalla decisione di Orbán si sostenere apertamente il candidato presidente romeno George Simion nel 2025. “George Simion aveva un’accesa retorica anti-ungherese”, ricorda Péter Techet, “eppure Orbán lo ha sostenuto con la speranza di guadagnare un alleato a livello europeo”.
L’Ucraina è citata costantemente nella campagna elettorale ungherese perché accusata dal Fidesz di ledere i diritti della minoranza magiara, avendo imposto nel 2019 l’uso dell’ucraino nella vita pubblica, a scapito delle lingue regionali come il russo e l’ungherese. “È vero che i diritti che sono stati tolti ai russi hanno avuto un impatto anche sugli ungheresi, ma la minoranza può ancora vantare delle scuole, un’università e a lungo è stata rappresentata al parlamento di Kyiv”, prosegue Techet, che nota “non dobbiamo poi dimenticare che molti ungheresi della Transcarpazia sono a favore dell’indipendenza ucraina e alcuni hanno persino combattuto in guerra. Lo stesso ambasciatore ucraino a Budapest è un membro della minoranza ungherese in Ucraina”.
Infine, il caso più eclatante di lesione dei diritti della minoranza ungherese è registrato in Slovacchia, dove da fine 2025 una legge vieta di criticare i cosiddetti decreti di Edvard Benes, approvati dall’omonimo presidente cecoslovacco nel Secondo Dopoguerra per permettere l’espropriazione delle proprietà dei cittadini tedeschi e ungheresi. “Quella legge è applicata ancora oggi, non tanto per colpire etnicamente la minoranza ungherese (di tedeschi non ce ne sono più), ma come mezzo per ottenere terreni privati senza pagarli”, spiega Péter Techet.
Tuttavia, Viktor Orbán e il Fidesz non hanno espresso alcuna condanna della nuova legge né hanno chiesto al premier slovacco Robert Fico di cambiare le cose. “È un calcolo politico: gli ungheresi della Slovacchia non hanno doppia cittadinanza e non votano in Ungheria”, prosegue Péter Techet. Il comportamento di Orbán è diventato così un’opportunità per il rivale politico Péter Magyar, che ha accusato il premier di abbandonare gli ungheresi della Slovacchia a favore dell’alleanza politica col Primo ministro slovacco. “Quando critica Fico, Magyar chiama la Slovacchia ‘Felvidek’ — ovvero “Ungheria superiore” — il nome storico dell’area usato prima del Trattato di Trianon del 1920”, nota Péter Techet. Come a dire, chi di revanscismo ferisce, di revanscismo perisce.
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