Due sloveni in Groenlandia
Il governo sloveno non sembra avere dubbi sulla sua collocazione geopolitica: dopo le ultime sparate del presidente americano Donald Trump sulla Groenlandia, Lubiana ha deciso di inviare sull’isola artica due ufficiali dell’esercito

Groenlandia, Danimarca
Groenlandia, Danimarca © Daniel Karfik/Shutterstock
Un piccolo paese, che non dispone di armamenti nucleari né di un potente esercito per non essere in balia dei potenti di turno e per non tornare a essere un vaso di coccio tra vasi di ferro, non può che confidare nel diritto internazionale e nel principio dell’inviolabilità dei confini.
La Slovenia guarda quello che sta succedendo nel mondo e si interroga. Il concetto di Occidente sembra ormai dissolversi come neve al sole, il sistema consolidato delle alleanze pure, e adesso tutto sembra più instabile e incerto. Intanto le elezioni sono alle porte – si vota il 22 marzo – e le incognite sono molte. I cittadini sanno che il futuro non è solo nelle loro mani e che non dipende dal loro voto.
A Lubiana sono consapevoli che il mondo sta diventando maledettamente complicato. Intanto, negli ultimi due anni, il paese ha fatto esperienza ed ha messo “fieno in cascina”. I suoi rappresentanti hanno occupato il seggio non permanente all’interno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Un incarico che ai grandi stati può sembrare inutile ed effimero, ma che per la Slovenia è importantissimo.
Non è la prima volta che accade. Era successo anche tra il 1998 ed il 1999. All’epoca i diplomatici sloveni seppero intessere una serie di utili relazioni nelle alte sfere diplomatiche mondiali. Per il loro rappresentante, Danilo Türk, si ipotizzava addirittura la poltrona di segretario generale dell’ONU.
In quel periodo le priorità slovene erano entrare nell’Unione europea e nella NATO. Entrambi gli obiettivi vennero raggiunti pochi anni dopo. Molti assicurano che Samuel Žbogar, che ha guidato negli ultimi due anni la delegazione slovena a New York, ha saputo fare tesoro di quell’esperienza e proprio per questo non è ritornato a casa a mani vuote.
Nella lotta per conquistare il seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza, Lubiana aveva cercato di slegarsi dalla sua collocazione geopolitica. Aveva promesso di scommettere sull’importanza delle Nazioni Unite per redimere i conflitti, aveva ribadito la centralità del diritto internazionale ed aveva promesso che avrebbe avuto un occhio di riguardo per l’Africa ed in genere per i più deboli.
All’epoca molti dissero che era un’ottima strategia per ottenere i voti necessari all’incarico e pochi credevano che la Slovenia avrebbe mantenuto la parola data. In fondo, la politica estera di Lubiana è sempre stata attenta soprattutto a non irritare i suoi potenti alleati.
Questa volta le cose non sono andate così. Lubiana ha passato gli ultimi due anni a ribadire, all’interno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che il diritto internazionale era un principio a cui il mondo non avrebbe dovuto rinunciare. Forse si è sentita la voce slovena nel denunciare quanto stava accadendo a Gaza, e i politici sloveni non hanno nemmeno avuto paura di utilizzare a più riprese il termine “genocidio” quando parlavano dell’azione israeliana nella striscia.
Non stupisce più di tanto che Lubiana, “per ora”, abbia formalmente rinunciato a far parte del “Bord for Peace”, il consiglio per la pace istituito dal presidente americano Donald Trump per mettere pace a Gaza e probabilmente anche in altre parti del mondo.
Il premier Robert Golob, che si era visto recapitare una formale lettera d’invito direttamente dal presidente americano, ha precisato che il mandato dell’organismo è troppo ampio e che potrebbe mettere a rischio l’ordinamento internazionale costruito intorno alle Nazioni Unite.
Gli ha fatto eco la ministra degli Esteri Tanja Fajon, che ha ribadito come la Slovenia continui a puntare sul multilateralismo, sulla tregua a Gaza e su una soluzione che preveda la creazione di due stati in cui possano convivere israeliani e palestinesi. I due esponenti dell’ala liberale e socialdemocratica del governo hanno comunque cercato di “giocare di fioretto”.
Non ha avuto paura di brandire la scimitarra invece il ministro del Lavoro Luka Mesec, leader della sinistra radicale, che ha rimarcato come la più grande minaccia per la pace nel mondo oggi sia proprio il presidente statunitense Donald Trump. Proprio per questo gli ha suggerito di chiamare il suo consiglio per la pace “Consiglio per il caos”. Un gioco di parole tra “mir” e “nemir” (pace e non pace) che in sloveno funziona molto meglio che in italiano.
Intanto Lubiana potrebbe unirsi alla causa presentata dal Sud Africa alla Corte internazionale di Giustizia, in cui si accusa Israele di aver tenuto una condotta, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che potrebbe costituire genocidio nei confronti dei palestinesi a Gaza. A favore dell’iniziativa si sono schierati una serie di paesi, tra cui Spagna, Brasile, Irlanda, Turchia e Belgio. Il governo dovrebbe discutere e decidere nei prossimi giorni.
Quasi scontato che l’adesione arrivi prima dell’inizio della campagna elettorale. Del resto, il popolo del centrosinistra, fortemente schierato – anche acriticamente – a favore della causa palestinese, lo chiede da tempo al suo governo. Potrebbe servire alla coalizione di centrosinistra, che in vista delle elezioni arranca tra mille divisioni ed altrettanti distinguo.
La Slovenia – o almeno il suo attuale governo – non sembra avere dubbi sulla sua collocazione geopolitica. Dopo le ultime sparate del presidente americano Donald Trump sulla Groenlandia, Lubiana ha deciso di inviare sull’isola artica due ufficiali dell’esercito.
Naturalmente c’è stato chi l’ha presa sul ridere, ma c’è anche chi ha ricordato che il contingente francese conta 15 unità e che, in genere, i numeri dei soldati mandati in Groenlandia sono molto piccoli.
Non saranno certo le poche unità europee a fermare bellicosi propositi di conquista dell’isola. Ad annunciare di voler dare una mano ai danesi sono stati solo pochi paesi europei: Francia, Germania, Norvegia, Finlandia, Svezia, Regno Unito, Paesi Bassi e Slovenia. Un gruppo, dicono gli analisti, in cui indipendentemente da tutto è meglio esserci piuttosto che non esserci.
In fondo, è preferibile credere nell’Europa, nel suo stato sociale, nelle sue libertà, nella sua polizia “gentile”, nelle Nazioni Unite e nel multilateralismo, piuttosto che cantare le peane al presidente americano ed alla sua politica unilaterale, ai suoi interessi egoistici e alle sue minacce alle regole ed alle istituzioni internazionali.
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