Da Sarajevo a Teheran, un messaggio di umanità
Nonostante il divieto imposto dalle autorità, i cittadini di Sarajevo hanno sfilato per le vie del centro storico, tenendo in mano le fotografie delle bambine iraniane uccise con il messaggio che la sofferenza dei bambini non va strumentalizzata a fini politici

Sarajevo, BiH. Manifestazione di solidarietà per le bambine uccise in Iran
Sarajevo, BiH. Manifestazione di solidarietà per le bambine uccise in Iran - Foto © Alen Ališah
A Sarajevo, città sopravvissuta ad uno degli assedi più lunghi della storia moderna (1992-1996), le notizie dell’uccisione di bambini vanno oltre la cronaca. Rievocano i ricordi personali dei bombardamenti, delle aule e dei cortili delle scuole diventati bersagli di guerra, fanno riaffiorare nella mente i nomi dei bambini uccisi.
Ecco un esempio. Il 9 novembre 1993, nel quartiere di Alipašino Polje a Sarajevo, una granata lanciata dalle forze serbo-bosniache colpì una scuola improvvisata, uccidendo l’insegnante Fatima Gunić e tre dei suoi alunni, mentre altri ventitré rimasero feriti.
Ecco perché le immagini delle ragazze iraniane uccise tra i banchi di scuola hanno sconvolto molti cittadini della Bosnia Erzegovina, quasi come se la tragedia li toccasse personalmente. Di fronte alle immagini dei piccoli corpi avvolti in lenzuola bianche e ricoperti di fiori, che hanno fatto il giro del mondo, abbiamo avuto l’impressione che la strage, pur essendo avvenuta a migliaia di chilometri di distanza, non fosse né geograficamente né umanamente lontana.
Un corteo pacifico
Un gruppo di cittadini ha cercato di organizzare una marcia pacifica per le strade di Sarajevo per rendere omaggio alle ragazze e ai civili uccisi in Iran. Il percorso pianificato era simbolico: da Baščaršija, passando per le vie del centro storico, fino alla Fiamma Eterna, un monumento dedicato alle vittime del fascismo nel cuore della città. Tuttavia, la polizia ha vietato il corteo, parlando del “rischio reale” che la manifestazione minacciasse la sicurezza delle persone e delle proprietà e che turbasse la quiete e l’ordine pubblico.

Sarajevo, BiH, marzo 2026. Corteo in solidarietà con le bambine uccise in Iran – © Sead Kreševljaković
Il divieto non è però riuscito a impedire la manifestazione di solidarietà. I cittadini si sono riuniti tenendo in mano le immagini delle bambine iraniane uccise, lanciando un chiaro messaggio: la sofferenza dei bambini non va strumentalizzata a fini politici.
Per molti sarajevesi è del tutto normale scendere in piazza per esprimere solidarietà alle persone che soffrono in BiH e in tutto il mondo. Sono particolarmente solidali con Gaza, quindi ogni martedì si riuniscono nel centro storico per leggere i nomi dei bambini palestinesi uccisi.
Nel tentativo di comprendere meglio la tragedia che si consuma in Iran in un contesto più ampio, diverso da quello ridotto alla prospettiva geopolitica da cui solitamente viene osservato questo paese, abbiamo interpellato due esperti che hanno una profonda conoscenza diretta della società iraniana.
Tradizione e cultura
Il professor Elvir Musić, oltre ad essere un pacifista convinto, è uno dei massimi conoscitori della cultura iraniana e della lingua persiana in Bosnia Erzegovina. Ha dedicato gran parte della sua carriera accademica allo studio della cultura e della letteratura iraniana e parla l’arabo, il farsi, il turco, l’inglese, l’albanese e il macedone.
Nel 2009 è stato proclamato studente dell’anno dell’Università di Teheran, secondo straniero nella storia dell’Università a ricevere questo riconoscimento. Poi nel 2016 ha ricevuto il Premio per l’eccellenza accademica nel campo delle scienze sociali, conferito dall’Università Mevlana di Konya, in Turchia. Tra i numerosi riconoscimenti internazionali ricevuti, spiccano anche il premio per il libro dell’anno in Iran e il premio per il miglior contributo scientifico al Festival internazionale della ricerca culturale. La sua attività di ricerca è concentrata principalmente sul poema Masnavi, uno dei capolavori della letteratura persiana.
Il professor Musić spiega che l’immagine dell’Iran nei media internazionali è spesso semplificata.
“Ho avuto l’opportunità di vivere in Iran per quasi quindici anni e di conoscere da vicino una società molto più complessa e vivace rispetto all’immagine offerta dalla narrazione mediatica dominante”, afferma Musić. “Il popolo iraniano è molto orgoglioso della propria storia, cultura e identità”.
Per il professor Musić, l’ospitalità è una delle caratteristiche più riconoscibili della società iraniana.
“Gli iraniani cercano di fare tutto il possibile per i loro ospiti, in modo che questi ultimi portino a casa i ricordi più belli dell’Iran. Questa attenzione per gli altri è profondamente radicata nella cultura iraniana”.
Allo stesso tempo però, come sottolinea Musić, non accettano imposizioni esterne e preferiscono non schierarsi né con l’Oriente né con l’Occidente.
“Gli iraniani mettono al primo posto la tradizione, la cultura e la famiglia, insieme alla fede e all’indipendenza”.

Il professor Elvir Musić a Teheran, Iran – Foto archivio privato
Il professor Musić sottolinea in particolare l’importanza della civiltà iraniana.
“Oggi, raramente si parla dell’Iran come di uno stato successore di una delle civiltà più antiche del mondo. Questo paese ha prodotto grandi pensatori come Ibn Sīnā (Avicenna), Jalāl ad-Dīn Rūmī e Hafez, le cui opere continuano a plasmare la storia culturale e spirituale dell’umanità”.
La lingua persiana, aggiunge il professore, è uno dei tesori più preziosi che custodisce la storia secolare della letteratura e della cultura.
“Gli iraniani sono consapevoli che alcune dimensioni dell’esistenza umana hanno un valore inestimabile. Ecco perché oggi quelli che cercano di osservare la situazione con razionalità non riescono a comprendere un cittadino iraniano che scende in piazza per difendere il proprio voto alle elezioni ed è pronto a sopportare intensi bombardamenti da parte dei più moderni aerei da guerra solo per preservare la propria indipendenza”, afferma Musić.
Il professore sottolinea una specificità della società iraniana, ossia la sua propensione culturale a risolvere autonomamente i problemi interni, accompagnata da una scarsa tolleranza verso le ingerenze esterne.
Appena intuiscono che un attore esterno cerca di strumentalizzarli per soddisfare i propri interessi – spiega Musić – gli iraniani si uniscono e mettono da parte le loro differenze per poter contrastare la minaccia esterna.
Giovani e istruiti
Musić sottolinea che oggi l’Iran è un paese di giovani e istruiti.
“Il sistema educativo è molto avanzato e le università vantano una solida tradizione di attività scientifica. È curioso notare come le donne costituiscano più della metà della popolazione studentesca e in alcune aree fino a due terzi”.
Le donne nella società iraniana sono spesso molto più influenti di quanto non sembrino ad un osservatore esterno.
“Stando alle statistiche, le donne costituiscono una parte significativa della popolazione studentesca in Iran, spesso più del 50% nelle università, e in alcuni campi, come la medicina e le scienze naturali, la quota femminile si attesta attorno al 70%”.
Alla domanda su come si possano spiegare i tragici destini di molte giovani donne in una società, come quella iraniana, con un livello così alto di istruzione femminile, il professor Musić innanzitutto esprime la sua solidarietà alle famiglie delle ragazze uccise.
“Qui, pur rischiando di essere frainteso, mi preme sottolineare che chi adotta una prospettiva culturale europea semplicemente non è capace di cogliere appieno alcuni fenomeni presenti nelle società musulmane, società che non sempre però sono capaci di tollerare alcune rivendicazioni”, spiega il professore.
“Questo è uno dei motivi per cui spesso si verificano scontri tra chi chiede cambiamenti che sono in contrasto con alcune caratteristiche culturali della società iraniana e chi si oppone a tali richieste. Naturalmente, sono le autorità iraniane a dover trovare una soluzione, quindi non posso e non voglio assolverle dalla loro responsabilità”.
Musić spiega che i giovani desiderano una società che corrisponda al loro livello di istruzione e consapevolezza e che il divario tra le aspettative e l’inazione delle istituzioni a volte porta a proteste e tensioni sociali.
Parlando del recente attacco ad una scuola femminile in Iran in cui sono state uccise molte ragazze, Musić non nasconde il suo shock.
“È difficile anche solo pensare a questo crimine. Due razzi hanno colpito la scuola, il secondo pochi minuti dopo il primo, quando i genitori e i soccorritori erano già sul luogo della tragedia”.
Un silenzio assordante
Per il professor Musić questo evento ha un forte valore simbolico.
“È come se sulla lapide dell’umanità fosse stato inciso il più triste degli epitaffi”.
Ancora più preoccupante, spiega Musić, è la mancanza di sincero rimorso, ma anche il rifiuto di assumersi la responsabilità.
“Nessuno si è scusato, nemmeno formalmente. La riluttanza ad esprimere rammarico per un crimine di tale portata, anche solo limitandosi ad affermare che si è trattato di un errore, dimostra che per qualcuno quanto accaduto forse non è stato un errore”, sottolinea il professore.
Mette inoltre in guardia su alcuni effetti più ampi del conflitto in corso.
“Questa guerra potrebbe trasformarsi in una grave crisi globale. L’aumento dei prezzi dei carburanti suggerisce che le conseguenze si faranno sentire in tutto il mondo”.
Tuttavia, ciò che preoccupa di più il professor Musić è l’incapacità di comprendere la società iraniana. L’Iran non è una massa omogenea e non può essere controllato esercitando pressioni esterne.
“Ripudio la guerra e sono profondamente dedito alla pace e al rispetto dell’altro. Questa guerra però non mi ha colto di sorpresa. Avevo intuito che quella resa dei conti durata dodici giorni non sarebbe finita lì. Alla fine la mia intuizione si è rivelata corretta. Ho paura di ammettere anche a me stesso che questo conflitto si è già trasformato in una grave crisi globale”.
Per il professor Musić l’attacco di USA e Israele all’Iran è totalmente insensato.
“A incutermi angoscia e paura è soprattutto l’incertezza”, confessa il professore.
Abituarsi alla tragedia
Anche Edina Kamenica, giornalista pluripremiata e nota attivista per i diritti umani, è rimasta profondamente scossa dalla notizia della strage alla scuola femminile.
“Guardando le immagini dei loro corpi avvolti in abiti bianchi, ricoperti di fiori, si ha l’impressione che il mondo si stia lentamente abituando alla tragedia”.
Secondo la giornalista, le persone comuni, in tutto il mondo, hanno reagito in modo molto più forte rispetto alle strutture politiche.
“Sembra che la tragedia abbia scosso i cittadini, ma non anche quelli che ci governano”.
È particolarmente indignata per il divieto di protesta a Sarajevo.
“Scendere in strada ed esprimere empatia sarebbe pericoloso. Non è pericoloso uccidere i bambini, ma è pericoloso protestare contro gli assassini. Che ipocrisia!”.
Kamenica ritiene che il divieto imposto dalle autorità di Sarajevo rappresenti un precedente pericoloso.
“Le autorità evidentemente preferiscono che la nostra empatia rimanga nascosta così da non infastidire le grandi potenze”, denuncia la giornalista.
Le affermazioni secondo cui ad uccidere le ragazze sarebbero stati gli stessi iraniani le ricordano la guerra a Sarajevo.
“Anche le forze serbo-bosniache, che avevano assediato la città, attaccandola ogni giorno, sostenevano che ci bombardassimo da soli”.
La leadership della Bosnia Erzegovina – sottolinea Kamenica – per ragioni egoistiche volta lo sguardo di fronte alla grande ingiustizia subita dall’Iran, eppure un domani la stessa cosa potrebbe accadere anche a noi.
“Se consideriamo che circa ventimila bambini sono stati uccisi a Gaza, che migliaia di loro sono rimasti feriti e molti sono rimasti senza uno o più arti, sono diventati orfani, non hanno più nemmeno un tetto sopra la testa, non possono accedere alle cure mediche, non hanno nemmeno abbastanza acqua, non possono ricevere un’istruzione, e il mondo chiude un occhio di fronte a questa tragedia e parla sempre meno di Gaza, allora che dire?!”, chiede polemicamente la giornalista.
“Oggi viviamo come talpe nell’oscurità, solo raramente usciamo alla luce, ma poi subito scappiamo perché è più comodo nascondere la testa sotto la sabbia”.

Sarajevo, BiH, marzo 2026. Corteo di solidarietà per le bambine uccise in Iran © Alen Ališah
Un appello all’umanità
Edina Kamenica ha visitato l’Iran due volte: nel 1996 e nel 2011. Ricorda i parchi di Teheran pieni di fiori, busti di poeti e i loro versi.
“Un popolo che ama così tanto la poesia e l’arte sfugge agli stereotipi”, afferma Kamenica.
Ricorda in particolar modo l’atmosfera dei vecchi bazar e dei negozi, che rievocano immagini delle fiabe orientali.
“Se fermassi qualcuno per strada per chiedere indicazioni, quella persona ti accompagnerebbe anche per mezz’ora solo per mostrarti la strada”.
Col tempo, ammette la giornalista, si è resa conto che molti dei pregiudizi con cui era arrivata in Iran erano sbagliati.
“Sono andata in Iran con molte domande e dubbi, ben presto però ho capito quanto quel paese fosse culturalmente ricco e orgoglioso”.
Alla fine, resta un fatto semplice che nessuna politica può cancellare: i bambini sono lontani da qualsiasi guerra, strategia geopolitica e propaganda. I cittadini di Sarajevo lo sanno bene ed è per questo che rivolgono a Teheran e al mondo intero un messaggio profondamente umano.
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