Bosnia Erzegovina: l’assalto delle multinazionali alle risorse minerarie
Ricca di risorse naturali, la Bosnia Erzegovina è saccheggiata da compagnie internazionali, che si fanno strada grazie alla corruzione diffusa. La popolazione locale, però, oppone resistenza tenace. Seconda di quattro puntate sull’attivismo ambientale, fenomeno molto dinamico oggi nel paese

Monte Ozren, BiH, territorio minacciato dalle miniere della Lykos – Foto P. Lippman
Monte Ozren, BiH, territorio minacciato dalle miniere della Lykos - Foto P. Lippman
Ad ogni tentativo delle multinazionali di estrarre minerali preziosi in Bosnia Erzegovina, la popolazione reagisce lanciando iniziative locali e regionali per proteggere il suolo e i corsi d’acqua. I cittadini della Bosnia Erzegovina sono consapevoli dei potenziali effetti dello sfruttamento delle risorse minerarie. Sanno che nella Serbia orientale, nello specifico a Majdanpek e Bor, dove si trovano due grandi miniere di rame, la salute della popolazione è seriamente compromessa dall’attività estrattiva.
La campagna contro lo sfruttamento minerario nell’area di Majevica è solo uno dei tanti casi di resistenza contro le pratiche estrattive distruttive che si riscontrano in Bosnia Erzegovina. Sulle alture di Ozren, a ovest di Majevica, la compagnia australiana Lykos intende estrarre nichel, cobalto e altri minerali strategici. Un forte movimento di protesta, nato dal basso, nei villaggi intorno ad Ozren, ha messo in chiaro che la popolazione locale si opporrà con fermezza a qualsiasi attività mineraria in quell’area. Uno dei loro striscioni di protesta recita: “Andatevene finché siamo ancora gentili”.
Nella città di Kupres, nel sud ovest della Bosnia Erzegovina, una campagna pluriennale contro il progetto di estrazione del magnesio è riuscita, per il momento, a scongiurare i piani della società tedesca Magnesium for Europe (MFE) di sfruttare i giacimenti sugli altipiani circostanti.
MFE spera di collaborare con le aziende locali che detengono la concessione per l’attività estrattiva in quest’area. Ambientalisti e gruppi giovanili stanno esercitando pressione sulle autorità locali affinché la concessione venga revocata per evitare la contaminazione dei corsi d’acqua e i danni al settore turistico.
L’azienda Vareški Metali, precedentemente nota come Seven Plus, di proprietà dell’imprenditore Miloš Bošnjaković, spera di aprire una miniera di cromo vicino a Vareš. Il cromo è un altro minerale strategico la cui estrazione rischia di inquinare l’acqua e l’aria nella valle del fiume Krivaja.
La popolazione locale è consapevole dei danni ambientali derivanti dall’estrazione del cromo, come quelli registrati a Bulqize, in Albania, dove si trova uno dei più grandi giacimenti di questo minerale in Europa. Un rapporto evidenzia problemi ambientali quali “inquinamento atmosferico, contaminazione del suolo, contaminazione delle acque superficiali e sotterranee, degrado del paesaggio, distruzione e alterazione di ecosistemi e habitat”. Oltre al degrado irreversibile dell’ambiente, l’attività mineraria porta anche al rilascio delle polveri contenenti un sottoprodotto del cromo che può causare il cancro ai polmoni
“Se questa miniera venisse aperta, sarebbe una bomba ecologica per l’area circostante e per il fiume Krivaja, perché tutto ciò che si trova entro un raggio di circa 120 chilometri, comprese tutte le principali città della Bosnia Erzegovina, verrebbe contaminato”, ha dichiarato un professore di scienze forestali della BiH.
La corruzione lubrifica gli ingranaggi del saccheggio
È evidente che gli agricoltori e gli abitanti della Bosnia Erzegovina si trovano ad affrontare una grave minaccia ambientale e sanitaria su molteplici fronti. La loro resistenza si scontra con le potenze internazionali alimentate dalla sete di profitto e agevolate da una corruzione dilagante. I ministeri dell’Ambiente, delle Miniere e delle Finanze della BiH, tra gli altri, si adoperano per spianare la strada alle aziende locali e straniere per saccheggiare le risorse naturali della Bosnia Erzegovina.
“Anche quando affermano che ‘tutto viene fatto secondo gli standard ambientali più moderni e sicuri’ in realtà le concessioni vengono rilasciate con pratiche corruttive. Questo non potrebbe accadere in Germania. Parlano di ‘tecnologie che non inquinano’. Se queste tecnologie esistessero, le userebbero in Germania”, denuncia Andrijana Pekić, attivista per la tutela dell’ambiente di Majevica.
Alcuni ministri sono tristemente noti per episodi di corruzione. Incoraggiano chi specula sull’ambiente, rilasciando permessi in violazione alla legge sulla proprietà. Gli abitanti delle zone potenzialmente colpite sono gli ultimi a venire a conoscenza di tali concessioni, spesso anche dopo l’avvio delle attività esplorative. A Jezero, un’azienda affiliata a Lykos ha condotto gli scavi senza nemmeno avvisare la popolazione locale.
Anche gli ispettorati statali sono parte del problema. Gli ispettori solitamente sostengono che tutto sia in regola anche quando gli scarti derivanti dalle attività minerarie finiscono nei fiume rendendoli torbidi.
Ampliando il concetto di transizione oltre l’attuale “trasformazione verde” per includere anche la transizione economica post-socialista avviata in Bosnia Erzegovina dopo la guerra, è chiaro che le due fasi sono strettamente connesse. Dal periodo immediatamente precedente alla dissoluzione della Jugoslavia fino alla conclusione della devastante guerra, la caccia al profitto è diventata una delle tendenze maggiormente diffuse tra i leader nazionalisti e separatisti. La guerra del 1992-95 è stata caratterizzata da saccheggi a vari livelli, dal semplice furto all’espropriazione di intere fabbriche.
Al saccheggio diffuso si è aggiunta la quasi totale omogeneizzazione etnica del territorio che, a lungo termine, ha reso le comunità divise ancora più facili da manipolare e controllare.
Nella Bosnia Erzegovina post-bellica, i signori della guerra e i loro eredi politici hanno indossato abiti eleganti, sedendo in parlamento e continuando a devastare il paese con altri mezzi. Instaurando la cosiddetta “partitocrazia”, le élite hanno avviato la privatizzazione delle aziende statali a tutti i livelli, comprese le grandi corporazioni pubbliche che un tempo facevano prosperare l’economia bosniaco-erzegovese. Una miriade di aziende che sarebbero dovuto rimanere in mano pubblica sono state privatizzate e smembrate come auto rubate, con i profitti destinati ai leader dei partiti politici e ai loro sodali.
Questo processo è tuttora in corso – con il conseguente impoverimento e l’esodo di decine di migliaia di persone comuni – ed è ora accompagnato anche dall’assalto alle ricche risorse naturali della Bosnia Erzegovina.
“L’intero paese è stato saccheggiato”, afferma Robert Oroz di Fojnica, da anni ormai impegnato a difesa dei fiumi. “Hanno rubato tutto quello che potevano rubare. Ad esempio, le grandi aziende come EnergoInvest e Hidrogradnja – un tempo concorrenti – hanno visto sparire tutte le loro proprietà. Poi si è passati alle risorse naturali. Prima hanno preso le nostre foreste e l’acqua, poi sono venuti a prendere i minerali”.

Foresta del monte Ozren “Vendete ma nessuno ci ha chiesto nulla” – Foto P. Lippman
Il dilemma della produzione di energia inquinante
Con oltre due miliardi e mezzo di tonnellate di carbone disponibili nel sottosuolo della Bosnia Erzegovina, non sorprende che più del 60% della produzione energetica del paese dipenda da questo combustibile. Come sottolinea il giornalista Predrag Zvijerac, il carbone copre l’80% del mix energetico di Sarajevo.
Tuttavia, la dipendenza della Bosnia Erzegovina dal carbone è problematica non solo perché si tratta della fonte di energia più inquinante. La maggior parte delle cinque principali centrali a carbone del paese (Stanari, Ugljevik, Kakanj, Gacko e Tuzla) è in gravi difficoltà. La produzione nella centrale di Ugljevik è diminuita negli ultimi anni a causa dei problemi riguardanti la catena di approvvigionamento del carbone.
Era prevista la costruzione di nuove centrali elettriche a Ugljevik e Tuzla, ma il progetto è fermo da anni. Le cinque principali centrali hanno un’età media di oltre 40 anni, anche se quella privata di Stanari è stata inaugurata dieci anni fa. Le altre quattro centrali sono molto inquinanti. Dato lo stato precario di questi impianti obsoleti, è chiaro che il sistema energetico incentrato sul carbone versa in condizioni critiche.
A peggiorare la situazione, nonostante le ingenti riserve di carbone disponibili, anche le miniere sono in cattive condizioni. La principale miniera di carbone di Zenica è in fase di chiusura a causa di una pessima gestione finanziaria, lasciando senza lavoro cinquecento minatori.
È chiaro dunque che le prospettive a lungo termine per l’industria del carbone non sono promettenti, soprattutto se la Bosnia Erzegovina aderirà alla strategia dell’Unione europea per abbandonare completamente il carbone.
Il futuro incerto dello sfruttamento del carbone, unito alle numerose criticità legate allo sviluppo di fonti energetiche alternative, ha portato l’economia della Bosnia Erzegovina in una situazione difficile. Alla domanda su una possibile soluzione sostenibile ai problemi del settore energetico in BiH, l’attivista di Sarajevo Svjetlana Nedimović suggerisce di considerare la riduzione del consumo energetico come parte della soluzione. “Tutta l’energia rinnovabile del mondo non basterebbe ad alimentare le guerre, l’esplorazione spaziale e gli stili di vita lussuosi”.
“Ogni esistenza umana è un intervento nella natura”, afferma Nedimović. “Quindi, bisogna semplicemente trovare il giusto equilibrio. Ciò che mi interessa è impedire che il settore energetico finisca in mani private”.
Storicamente, è stato lo stato jugoslavo a controllare le attività minerarie e a gestire la transizione del secondo dopoguerra da un’economia agricola ad un’economia industriale. Tuttavia, parallelamente agli altri processi di transizione successivi alla guerra degli anni Novanta, negli ultimi decenni tutti i grandi investimenti in BiH sono stati effettuati da soggetti privati.
“Se permettiamo la privatizzazione del settore energetico, permettiamo la privatizzazione di tutto. Se tutta la produzione energetica finirà in mani private, allora saremo una società schiavizzata a lungo termine”, conclude Svjetlana Nedimović.
In evidenza
- Escalation diplomatica
- Studenti e politica
- Carceri e fondi europei










