Bosnia Erzegovina: la resistenza ambientale continua
Oltre alle multinazionali minerarie, gli attivisti per l’ambiente in Bosnia Erzegovina si scontrano con i leader politici locali che agevolano con entusiasmo lo sfruttamento delle risorse naturali. Pur trattandosi di un cammino impervio fatto di vittorie e sconfitte, gli attivisti non rinunciano alla lotta per l’ambiente

Monte Ozren, Bosnia Erzegovina © serato/Shutterstock
Monte Ozren, Bosnia Erzegovina © serato/Shutterstock
Idealmente, l’Unione europea, considerando i suoi solidi principi ambientali che promuovono la conservazione della natura e la biodiversità, dovrebbe collaborare con i movimenti nati dal basso in Bosnia Erzegovina per arginare le aspirazioni dei politici locali dannose per l’ambiente. Troppo spesso, però, i diplomatici internazionali si comportano come se fossero rappresentanti di aziende private.
Le richieste degli ambientalisti
Reagendo alla mancanza di tutela legale contro le minacce ambientali, gli attivisti bosniaco-erzegovesi spesso sottolineano come nell’Unione europea la protezione del territorio copra oltre il 25% della superficie, con l’obiettivo di raggiungere il 30% entro il 2030. Al contrario, in Bosnia Erzegovina la protezione si estende appena al 3,5% del territorio, includendo grotte, foreste antiche e riserve ornitologiche.
I piani territoriali dei comuni, come anche quelli dei cantoni e delle due entità costitutive della BiH, promettono una maggiore protezione, senza però incoraggiarne l’attuazione. Gli attivisti impegnati nella difesa dei monti Majevica e Ozren e del bacino idrografico di Trstionica-Boriva, situato tra Vareš e Kakanj, chiedono che queste aree, caratterizzate ancora da una natura in gran parte incontaminata, vengano tutelate come riserve naturali.
“Dovrebbero essere istituite aree rigorosamente protette per preservare la biodiversità. Oggi le aziende vanno dove vogliono. Attualmente, l’espansione delle attività industriali sta aumentando ad un ritmo molto più rapido rispetto alla tutela del territorio”, afferma l’ambientalista Majda Ibraković.
Alla mia domanda su cosa si aspetti dalla comunità internazionale, l’attivista Svjetlana Nedimović risponde affermando che in Bosnia Erzegovina “dovrebbero esserci gli stessi standard e le stesse leggi che vigono nell’Unione europea”.
“La comunità internazionale dovrebbe prendere decisioni sostenibili dal punto di vista ambientale e dovrebbe sostenere leggi che tutelino l’ambiente. Questo è il nostro messaggio”.
Le possibili risposte della comunità internazionale
Parlando del comportamento dei rappresentanti della comunità internazionale, Snežana Jagodić-Vujić commenta: “È come se dicessero: ‘La nostra aria sarà pulita perché guideremo auto elettriche, e nel vostro paese scaveremo tutto ciò di cui abbiamo bisogno e inquineremo la vostra terra, la vostra acqua e la vostra aria’”.
Ad oggi, la collaborazione tra imprenditori stranieri e politici bosniaco-erzegovesi si è dimostrata ben più solida di qualsiasi forma di cooperazione tra funzionari dell’Unione europea e attivisti locali.
Una delle principali aspirazioni di chi sostiene l’attività mineraria in BiH è legata all’industria automobilistica tedesca, che fatica a competere con quella cinese. L’azienda svizzera Arcore si impegna ad estrarre litio sul monte Majevica per rifornire un’azienda produttrice di batterie a Guben, in Germania, destinate poi alla Mercedes-Benz.
Contemporaneamente, il premier ungherese Viktor Orbán, alleato di lunga data del leader separatista serbo-bosniaco Milorad Dodik, spera di investire mezzo miliardo di euro in Republika Srpska quest’anno, con l’obiettivo di estrarre abbastanza litio da rendere l’Ungheria un importante paese produttore di batterie per auto elettriche.
Ricordiamo inoltre l’abile mossa di Milorad Dodik in vista della generosa revoca da parte del Dipartimento del Tesoro statunitense di tutte le sanzioni contro di lui e i suoi collaboratori. Nel maggio 2025, l’ormai ex presidente della RS si era offerto di agevolare la creazione di un sistema di approvvigionamento di minerali critici con gli Stati Uniti in collaborazione con l’Ungheria.
Nessuno di questi progetti è stato accolto con favore dagli agricoltori, dagli attivisti e dalle persone comuni in Bosnia Erzegovina.
Ho interpellato Kurt Bassuener e Valery Perry del think tank Democratization Policy Council per scoprire cosa potrebbero fare i funzionari internazionali per contribuire alla lotta per la tutela dell’ambiente in Bosnia Erzegovina.
“L’UE non comprende di avere bisogno del sostegno popolare in questi paesi per perseguire i propri interessi. Ha sempre scelto la scorciatoia rivolgendosi direttamente ai governi”, afferma Bassuener. “Se i governi fossero veramente rappresentativi, si potrebbe quasi perdonare questa scorciatoia, ma [a Bruxelles] sanno benissimo che questi governi non sono né rappresentativi né pronti ad assumersi le proprie responsabilità. Quindi, in sostanza, si schierano con i governi contro il popolo”.
“Se l’Unione europea vuole conquistare la fiducia delle persone comuni in Bosnia Erzegovina – continua Bassuener – dovrà imparare a parlare direttamente con loro, non tramite gli oligarchi locali. Dovrà inoltre abbandonare il suo approccio puramente commerciale”.
Per gli attivisti, la lunga sottomissione coloniale del paese si è semplicemente trasformata in neocolonialismo. I cittadini non dimenticano che la Bosnia Erzegovina fu governata prima dall’Impero ottomano, poi da quello austro-ungarico. Oggi, i vecchi pilastri del potere imperiale sono stati sostituiti dai consigli di amministrazione delle multinazionali. Le aziende straniere gravitano verso le aree periferiche dove lo stato di diritto è debole. A giocare a loro favore è anche lo spopolamento della Bosnia Erzegovina iniziato durante la guerra, e poi proseguito nel dopoguerra.
Nonostante i funzionari locali promuovano con entusiasmo gli investimenti stranieri nel settore minerario come soluzione ai problemi economici della Bosnia Erzegovina, la popolazione non ne percepisce i benefici. La percentuale di profitto derivante dalle materie prime estratte in BiH che viene restituita alla comunità è talmente irrisoria da offendere i cittadini, che vedono distrutti i luoghi dove da bambini nuotavano e andavano in gita.
Ad esempio, nel settembre 2025, quando Adriatic Metals ha venduto i suoi impianti (compresa la miniera di Rupice) alla compagnia Dundee Precious Metals per 1,25 miliardi di dollari, il comune di Vareš non ha ricevuto alcun compenso finanziario diretto da questo affare.
“La comunità internazionale si comporta come se fossimo di sua proprietà, come se non dovessimo essere consultati e come se fossimo irrilevanti”, commenta Andrijana Pekić, attivista di Majevica. Viste le azioni dei rappresentanti dell’UE, è chiaro che gli attivisti per l’ambiente in Bosnia Erzegovina non possano contare sulla buona volontà dei funzionari stranieri per scongiurare la distruzione ambientale.
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Uno schema ricorrente
Osservando l’assalto industriale alle risorse naturali in Bosnia Erzegovina e la campagna di mobilitazione popolare, emerge uno schema ricorrente che merita di essere sottolineato.
Primo, il danno è permanente.
Durante le nostre conversazioni, Hajrija Čobo, attivista di Kakanj, ha parlato dell’avvelenamento dell’acqua potabile della città, della devastazione dei luoghi della sua infanzia e della scomparsa dell’habitat naturale nelle vicinanze della miniera in precedenza gestita dall’azienda Adriatic Metals. “Questi luoghi hanno già subito danni irreparabili. Non potranno essere ripristinati nemmeno tra mille anni”, denuncia Hajrija.
Secondo, le vittorie degli attivisti sono temporanee.
Gli attivisti che difendono l’ambiente e le attrazioni turistiche intorno a Kupres hanno ottenuto una vittoria, impedendo alla compagnia mineraria tedesca MFE di procedere con un progetto di sfruttamento dei giacimenti di magnesio sugli altipiani intorno alla città. Nonostante la forte protesta locale, la MFE non si arrende, anzi ha recentemente dichiarato che ingaggerà esperti per condurre una ricerca che, secondo l’azienda, sarà imparziale. Come se una compagnia così determinata a portare avanti lo sfruttamento minerario fosse in grado di elaborare una valutazione obiettiva.
Similmente, nel 2022 gli attivisti della vicina Serbia hanno costretto il loro governo ad annullare la concessione che avrebbe permesso alla multinazionale Rio Tinto di effettuare attività esplorative alla ricerca del litio nella valle del fiume Jadar. Il progetto è stato oggetto di continue polemiche per poi essere rilanciato nel 2024. Attualmente, la grande mobilitazione anticorruzione in Serbia blocca la costruzione della miniera, ma non vi è alcuna garanzia che il progetto possa essere completamente abbandonato.
In entrambi i casi citati, come in molti altri, gli attivisti hanno capito di dover essere sempre all’erta.
Terzo, la battaglia ambientalista continua.
Dalla fine della guerra in Bosnia Erzegovina nel 1995, gli attivisti hanno condotto con tenacia numerose campagne dal basso per il ritorno dei rifugiati, per la giustizia, per la memoria e per i diritti umani. Oggi, gli attivisti ambientali sono in prima linea nella lotta per la giustizia e non vi è alcun segno di rallentamento della mobilitazione. Gli attivisti, a prescindere dal loro livello di istruzione e dalla condizione sociale, comprendono di dover lottare non solo per la sopravvivenza e la salute, ma anche per la propria identità e cultura.
Da un lato, gli imprenditori e gli speculatori locali vedono la natura come una fonte di minerali e ricchezza da accaparrarsi. Dall’altro, i cittadini della Bosnia Erzegovina, che hanno un legame profondo con la loro terra, la considerano fonte di vita. Le posizioni delle due parti sono inconciliabili.
L’economia della Bosnia Erzegovina è in rovina, anche per colpa della leadership nazionalista al potere da ormai trent’anni e dei funzionari corrotti. È tempo che i cittadini, con la loro prospettiva più ampia sulla giustizia, si impegnino per ricostruire quello che i profittatori hanno distrutto. La popolazione deve continuare questa battaglia.
Tag: Attivismo ambientale
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