Bosnia Erzegovina-Italia, calcio e solidarietà
Trent’anni fa a Sarajevo, alla fine della guerra, si giocava la prima partita tra la nazionale di calcio della Bosnia Erzegovina e quella dell’Italia. Alla vigilia dello spareggio di stasera, ricordiamo quella partita del 1996 il cui significato va oltre il semplice gioco

Empoli 9 giugno 2024, Italia – BiH (Foto: Mirza Dajić)
Empoli 9 giugno 2024, Italia - BiH (Foto: Mirza Dajić)
Nella storia del calcio bosniaco-erzegovese, ci sono partite che vengono ricordate per quello che hanno rappresentato per una città e per l’intero paese. Una di queste è la partita disputata il 6 novembre 1996 allo stadio olimpico di Koševo a Sarajevo tra la nazionale di calcio della BiH e quella dell’Italia.
La squadra italiana era stata la prima nazionale straniera a mettere piede tra le rovine di Sarajevo dopo la fine dell’assedio.
A quasi trent’anni di distanza, la storia continua in modo simbolico. Oggi, 31 marzo, allo stadio di Bilino Polje a Zenica, la Bosnia Erzegovina ospita nuovamente l’Italia, questa volta nella finale degli spareggi per la qualificazione ai Mondiali. Si attende l’arrivo degli amici, ma anche una vera e propria battaglia sul campo.
Nonostante la distanza temporale e generazionale, le due partite sono accomunate dalla stessa emozione. L’Italia fa parte di un’importante storia di rinascita e di fiducia in un momento in cui il calcio aveva contribuito affinché Sarajevo si riaprisse al mondo.
Un giorno da ricordare
Non dimenticherò mai quel giorno. Avevo ventiquattro anni. Era una giornata di sole d’autunno. Un fiume di persone, avvolte in grandi sciarpe, si era diretto verso lo stadio, sventolando alte le bandiere della Bosnia Erzegovina, un paese appena uscito dalla guerra, pronto a tifare la sua nazionale e i suoi giocatori. Un paese che desiderava ardentemente una vita normale e serena, un traguardo importantissimo dopo un assedio durato quasi quattro anni, in cui la popolazione di Sarajevo era rimasta senza luce, acqua e gas, rischiando costantemente la vita sotto le granate e i colpi dei cecchini.
Migliaia di tifosi provenienti da tutto il paese si erano riversati nella capitale della Bosnia Erzegovina. Gli spalti erano gremiti, proprio come l’8 febbraio del 1984, quando nello stesso luogo erano stati inaugurati i XIV Giochi Olimpici Invernali. Quasi quarantamila persone erano accorse per celebrare il ritorno alla normalità, il ritorno a casa della nazionale bosniaca e il ritorno del calcio come simbolo di rinascita.
In precedenza, la Bosnia Erzegovina aveva giocato la sua partita casalinga contro la Croazia, nelle qualificazioni ai Mondiali, in Italia, a Bologna, l’8 ottobre 1996, e aveva perso.
Affinché la nazionale bosniaco-erzegovese potesse disputare partite internazionali sul proprio territorio era necessario che una squadra straniera venisse ad “inaugurare” lo stadio di Sarajevo. Era stata l’Italia a farlo in una partita amichevole. E che partita!
Il tecnico Arrigo Sacchi aveva scelto la rosa più forte. A Sarajevo lo ricordano tutti, a indossare la maglia azzurra erano stati Toldo, Marchegiani, Carnasciali, Torricelli, Apolloni, Albertini, Maldini, Padalino, Di Matteo, Giunti, D. Baggio, Lentini, Casiraghi, Ravanelli, Zola, Chiesa e Simone.
Dall’altra parte c’erano Dedić, Konjić, Pintul, Begić, Jašarević, Šabić, Dadicć, Glavaš, Halilović, Kapetanović, Salihamidžić, Beširević, Bolić, Brkić, Baljić e Musić. Il tecnico era Fuad Muzurović.
Simbolo di dignità
La partita si era disputata di giorno perché i riflettori dello stadio non funzionavano.
“È difficile da descrivere a parole, ma dalla prospettiva odierna sembra davvero incredibile che alcuni dei migliori giocatori al mondo – Zola, Maldini, Baggio, Ravanelli – avessero giocato contro di noi, sul nostro campo”, afferma Muhamed Konjić, capitano della nazionale bosniaca nel 1996.
Ancora oggi Konjić viene accolto con canti e cori dai tifosi quando si reca in Inghilterra, dove ha indossato la maglia del Coventry City e del Derby County. Con grande rispetto, i tifosi del Coventry gli hanno dato il soprannome di Big Mo. In precedenza aveva giocato per l’AS Monaco e il FC Zurigo.
“È risaputo che ci sono molti protocolli da rispettare nell’organizzazione di una partita, ma gli italiani ci avevano messo così tanto impegno e tanta emozione che ci eravamo sentiti importanti, degni della loro compagnia”, racconta l’ex capitano della nazionale bosniaco-erzegovese.
Konjić ricorda un dettaglio in particolare.
“Si erano impegnati talmente tanto a sostenerci, con un’attenzione che non avevo mai visto prima nella mia lunga carriera. Il giorno prima della partita ci eravamo ritrovati a pranzo insieme, i membri della nostra nazionale e gli italiani, a dimostrazione del loro sincero desiderio di portare a termine con successo la missione che si erano prefissati”.
Rammenta che durante la partita a Sarajevo si respirava un clima speciale, diverso da quello che solitamente regna sugli spalti dove ci sono sempre tifosi in trasferta e tifosi di casa.
“A Sarajevo si festeggiava, si tifava per entrambe le squadre come se il risultato non contasse. Erano questi i momenti in cui il calcio diventava più di un semplice gioco e mostrava la sua forza, presentando Sarajevo e la Bosnia Erzegovina come luoghi sicuri e capaci di organizzare le competizioni FIFA e UEFA”, spiega Konjić.
Anche per lui, l’amichevole contro l’Italia del 1996 rappresenta il simbolo del ritorno alla vita, della dignità e della speranza per tutta la Bosnia Erzegovina.
Un sogno che diventa realtà
“Mentre guidavo la nazionale allo stadio di Koševo in veste di capitano, avevo sentito una grande responsabilità, ma anche l’orgoglio di rappresentare un paese che aveva vissuto tante tragedie ed era rimasto compatto”.
Mentre stringeva la mano e si scambiava doni con Maldini, Konjić aveva la sensazione di aver raggiunto tutto ciò che avesse mai osato sognare.
“Giocare per la nazionale del mio paese, nello stadio più grande e gremito, contro la nazionale più titolata al mondo”, afferma Muhamed Konjić.
I sarajevesi ricordano anche il risultato di quella partita.
Al quinto minuto, la Bosnia Erzegovina era passata in vantaggio con Salihamidžić, poi al decimo minuto Chiesa aveva pareggiato portando il risultato sull’1-1.
A segnare il gol decisivo al 43° minuto era stato Bolić, un giocatore che ha lasciato un segno indelebile, soprattutto in Turchia, dove ha militato in grandi squadre come Galatsaray e Fenerbahçe, ma anche nel Rayo Vallecano in Spagna e in altri club. Uno dei suoi gol non è stato dimenticato. Pochi giorni prima dell’amichevole a Koševo, il 30 ottobre 1996, si era disputata una partita tra Manchester United e Fenerbahçe all’Old Trafford, quando i padroni di casa, allenati da Sir Alex Ferguson, avevano subito la loro prima sconfitta casalinga in una competizione europea. A segnare era stato Elvir Bolić, dodici minuti prima del fischio finale, con un pallonetto magistrale scavalcando il portiere Peter Schmeichel.
Uno dei gol indimenticabili
Quasi una settimana dopo, a Sarajevo, Bolić aveva segnato il gol decisivo per la vittoria per 2-1 della Bosnia Erzegovina contro l’Italia.
“È uno dei miei gol preferiti. Non eravamo nemmeno consapevoli di quanto potessimo fare, eppure avevamo una nazionale di qualità”, afferma Bolić, ricordando quel periodo in cui tutto era ancora in fase di costruzione e la partita contro l’Italia aveva spianato la strada all’arrivo di altre squadre straniere in BiH.
Pur essendo trascorso tanto tempo da quella partita, per Bolić i ricordi restano vividi. “La prima partita a Sarajevo, in Bosnia Erzegovina, era stata ricca di emozioni”, afferma Bolić.
Come Muhamed Konjić, anche lui ricorda di aver trascorso del tempo con i giocatori italiani. “Il loro arrivo, quel gesto ci aveva aiutato”, sottolinea l’ex calciatore, ricordando l’attenzione che quella partita aveva attirato in tutto il mondo.
Una partita che, come spiega Bolić, aveva portato il vento in poppa ai giocatori della Bosnia Erzegovina che poco tempo dopo avevano sconfitto la Slovenia in trasferta.
“La partita contro l’Italia a Sarajevo è uno dei ricordi più belli, che tutti conserveranno per sempre”, conclude Elvir Bolić.

Edin Džeko © ph.FAB/Shutterstock
Ricambiare la solidarietà
Durante una recente conferenza stampa, Edin Džeko, “il diamante bosniaco”, come viene chiamato a Sarajevo, capitano della nazionale di calcio della BiH, ha parlato dell’atteggiamento del popolo bosniaco nei confronti dell’Italia.
“L’Italia è un paese amico e mi piacerebbe che, quando viene intonato l’inno italiano, ci alzassimo tutti in piedi ad applaudire, perché gli italiani erano stati i primi a venire nel nostro paese nel 1996 e a giocare un’amichevole con noi, e per questo siamo loro grati”, ha affermato Džeko.
Edin Džeko è un simbolo della Bosnia Erzegovina, un modello per i giovani, e molti bambini portano il suo nome. Nel corso della sua carriera lunga oltre vent’anni, Džeko è diventato sinonimo di affidabilità, intelligenza di gioco e un istinto sportivo che non si affievolisce con l’età. La sua capacità di decidere le partite nei momenti cruciali lo ha reso uno degli attaccanti più rispettati in Italia e in Europa.

Il post di Edin Džeko sul suo profilo Facebook il 30 marzo 2026
Una meravigliosa giornata di sole
Durante la partita del 1996, in tribuna, tra i giornalisti, c’era anche Bakir Tiro, che aveva seguito numerose partite in tutto il mondo. Ricorda l’amichevole tra Bosnia Erzegovina e Italia del 1996 come se fosse accaduta ieri.
“Era una bellissima giornata di sole, anche se faceva freddo. A Sarajevo si ricominciava a respirare la libertà dopo la guerra. Dopo quattro anni di assedio, eravamo pieni di energia e desiderosi di tornare ad una vita normale”, racconta Tiro.
Ricorda che l’atmosfera era come se si stesse giocando la finale dei Mondiali.
“Un evento sportivo sensazionale. Se non erro, Sacchi fu rimosso poco dopo. Ricordo anche l’esultanza dopo il gol di Hasan Salihamidžić, la grande promessa del nostro calcio e di quello europeo in quel momento. Ricordo anche le forti emozioni durante l’esecuzione del nostro inno nazionale, ma anche gli applausi per i nostri amici, gli italiani. Eravamo molto grati che fossero venuti a sostenerci”, racconta il cronista sportivo.
Con l’arrivo della sua squadra a Sarajevo, l’Italia aveva ribadito di essere un paese amico della Bosnia Erzegovina.
Vittorie memorabili
“Quella partita era stata cruciale per la FIFA e l’UEFA per permettere lo svolgimento di gare internazionali ufficiali sul nostro territorio. Era stata organizzata in modo impeccabile e senza alcun incidente. Poco dopo avevamo ricevuto il via libera da Zurigo e Nyon, per poi ospitare la Grecia a Sarajevo per le qualificazioni l’anno successivo”, ricorda Tiro.
Bakir Tiro spera che la Bosnia Erzegovina vinca oggi a Zenica.
“Ma se dobbiamo perdere e non qualificarci ai Mondiali, preferiamo che sia l’Italia a sconfiggerci”, conclude Bakir Tiro.
Alcune vittorie non si ricordano solo per il risultato, ma anche per i cambiamenti innescati. E la vittoria di Sarajevo del 1996 continua ancora oggi.
Tag: Sport
In evidenza
- Escalation diplomatica
- Studenti e politica
- Carceri e fondi europei










