BiH: Sarajevo premia l’umanità

Elvir Karalić, fondatore dell’organizzazione umanitaria Pomozi.ba, ha ricevuto il premio “6 aprile” della città di Sarajevo. Nata da una semplice iniziativa a favore dei bambini, l’associazione di Karalić oggi riunisce migliaia di persone convinte che la solidarietà possa fare la differenza

25/03/2026, Edin Krehić Sarajevo
Elvir Karalić - Foto Pomozi.ba

Elvir Karalić – Foto Pomozi.ba

Elvir Karalić - Foto Pomozi.ba

In un momento, come quello attuale, in cui è difficile costruire la fiducia e le dichiarazioni di solidarietà spesso rimangono lettera morta, la storia di Elvir Karalić dimostra quante iniziative positive possano scaturire dalla semplice decisione di aiutare gli altri.

Il fondatore dell’organizzazione umanitaria Pomozi.ba è stato insignito del premio “6 aprile” [anniversario della liberazione di Sarajevo dall’occupazione nazifascista, ndt], il più alto riconoscimento conferito dalla capitale della Bosnia Erzegovina per l’impegno continuo e le azioni di solidarietà a favore della comunità.

Quella che è nata come una iniziativa spontanea per donare una tavoletta di cioccolato per bambini si è trasformata in una delle più importanti organizzazioni umanitarie nell’area ex jugoslava, e oltre. Oggi, attraverso progetti di aiuto, ristoranti solidali e iniziative in tutto il mondo, Pomozi.ba promuove un’idea potente nella sua semplicità: l’umanità inizia con un piccolo gesto, ma può davvero fare la differenza.

La storia di Pomozi.ba è iniziata con un post su Facebook: “Non voglio un like, voglio un cioccolatino”. In quel momento gli era passata per la mente l’idea che un gesto così spontaneo si potesse trasformare in un’organizzazione capace di aiutare centinaia di migliaia di persone?

Il messaggio: “Non voglio un like, voglio un cioccolatino” è stato scritto da Maja, una mia compagna di università, alla fine del 2011. Voleva in qualche modo scuotere le coscienze e mostrare che era più importante fare qualcosa di concreto che mettere like sui social.

Dopo la pubblicazione di quel post, Maja ha chiamato me e Omar, un nostro amico comune, chiedendoci se potessimo darle una mano per mobilitare le persone. Siamo partiti con un obiettivo modesto: raccogliere un centinaio di cioccolatini per bambini in difficoltà. Tuttavia, i cittadini hanno reagito con molto più entusiasmo di quanto non ci aspettassimo. Alla fine, abbiamo raccolto talmente tanti beni alimentari, prodotti per l’igiene, vestiti e altre cose da riempire tre furgoni.

In quel periodo stavo vivendo un momento di incertezza. Non avevo un lavoro e stavo seriamente valutando l’idea di lasciare la Bosnia Erzegovina. Di lì a poco però ho trovato un impiego nel settore informatico e, ripensando a quella prima iniziativa, ho preso una decisione, probabilmente la più importante fino ad allora: dedicare la mia vita ad aiutare gli altri.

Lei ha lasciato un lavoro ben retribuito e una carriera sicura per aiutare gli altri. Quando ha capito che questa era la strada giusta da intraprendere?

Dal 2012, quando ho iniziato a partecipare attivamente alle azioni umanitarie, la nostra organizzazione si è sviluppata rapidamente. Se in un primo momento abbiamo aiutato individui e famiglie in tutta la Bosnia Erzegovina, ben presto abbiamo iniziato a partecipare a iniziative più ampie.

All’inizio del 2013, ho fatto parte del primo convoglio umanitario dalla Bosnia Erzegovina verso la Siria. Abbiamo percorso circa duemilacinquecento chilometri e siamo riusciti a raggiungere il confine tra Turchia e Siria per prestare soccorso alle persone che vivevano in aree di conflitto.

In quel periodo dividevo il mio tempo tra un lavoro ben retribuito e attività umanitarie. Lavoravo otto ore in azienda e almeno altrettante a progetti umanitari. I fine settimana erano riservati alle attività sul campo, visitando le famiglie bisognose.

Ad un certo punto mi sono reso conto di non poter andare avanti così. Dovevo prendere una decisione: dedicarmi seriamente al lavoro umanitario o continuare a lavorare in azienda. Quando ho deciso di lasciare il mio lavoro nel settore informatico, molti sono rimasti stupiti e mi hanno chiesto se fossi sicuro di aver preso la decisione giusta. Oggi, vedendo tutti i risultati che la nostra organizzazione ha raggiunto, sono convinto che sia stata una delle decisioni più importanti della mia vita.

Foto pomozi.ba

Foto pomozi.ba

I cittadini della Bosnia Erzegovina, come anche quelli di altri paesi dei Balcani e oltre, considerano Pomozi.ba una realtà seria e affidabile. Come siete riusciti a costruire questa fiducia?

Per me il più grande successo della nostra organizzazione non è il numero di progetti realizzati né l’entità degli aiuti forniti, ma proprio la fiducia che abbiamo conquistato tra i cittadini. Senza la fiducia, nulla di tutto questo sarebbe stato possibile.

In Bosnia Erzegovina, soprattutto dopo la guerra [degli anni Novanta], vi è una certa diffidenza nei confronti delle organizzazioni umanitarie. Quindi, è stato molto difficile conquistare la fiducia della popolazione. Sin dall’inizio, abbiamo cercato di operare con la massima trasparenza e di mostrare al pubblico dove va a finire ogni donazione.

Da un lato, coltiviamo la trasparenza, e dall’altro un lavoro costante e appassionato sul campo. È stata questa combinazione a permetterci di conquistare la grande fiducia dei cittadini e la loro disponibilità ad aiutare gli altri attraverso la nostra organizzazione.

Nei vostri progetti spesso si sottolinea che un pasto non è soltanto cibo, ma anche un incontro e una conversazione per le persone anziane che vivono da sole. Quanto questi incontri cambiano la vostra prospettiva sulla vita?

Questi incontri sono forse la parte più importante del nostro lavoro. Quando si va a trovare una persona anziana che vive da sola e si vede quanto siano importanti per lei anche solo pochi minuti di conversazione, ci si rende conto che l’aiuto non è solo materiale.

Molte persone non hanno nessuno che le vada a trovare. A volte un sorriso, una conversazione o la sensazione di non essere dimenticati sono importanti quanto un pasto. Questi incontri ci ricordano quanto sia importante la vicinanza umana e quanto spesso ci dimentichiamo di quelli che vivono nel silenzio e nella solitudine.

Lei ha portato aiuti in zone dilaniate dalla guerra, come la Siria, aiutando anche la popolazione in Palestina e Yemen. Ritiene che i cittadini della Bosnia Erzegovina provino una particolare empatia per chi oggi vive in aree di conflitto?

I cittadini bosniaco-erzegovesi hanno davvero un grande cuore e un forte senso di empatia per chiunque abbia bisogno di aiuto, ovunque nel mondo.

Questo vale in particolare per le aree lacerate da guerre e conflitti. L’esperienza vissuta durante la guerra degli anni Novanta ha lasciato un segno profondo nella nostra società. Molti cittadini della Bosnia Erzegovina sanno bene cosa significa perdere una vita sicura e un tetto sopra la testa.

Ecco perché la popolazione bosniaco-erzegovese ha dimostrato innumerevoli volte di essere pronta ad aiutare gli altri, a prescindere dalla distanza e dai confini.

Una volta lei ha descritto l’ingresso in un ospedale da campo in Siria come un momento travolgente…

Quando andai per la prima volta in Siria, la guerra era appena iniziata. Visitammo gli accampamenti di tende e i luoghi dove vivevano gli sfollati, ma niente mi colpì quanto la visita agli ospedali improvvisati.

Lì vidi bambini gravemente feriti, bambini senza braccia e gambe, bambini che avevano perso la vista o erano gravemente ustionati. Sono scene che non si possono dimenticare. Anni dopo, quelle immagini continuano a riaffiorare nella mia mente.

Per me, quel viaggio ebbe un significato speciale. Durante la guerra in Bosnia Erzegovina, gli aiuti arrivavano da tutto il mondo. In Siria capii per la prima volta che anche noi avevamo l’opportunità di aiutare gli altri. Quel convoglio era piccolo, ma il messaggio era forte: anche noi possiamo essere d’aiuto.

A Gaza durante gli aiuti - Foto Pomozi.ba

A Gaza durante gli aiuti – Foto Pomozi.ba

La sua idea non è solo quella di aiutare le persone, ma anche di restituire loro la dignità attraverso il lavoro. Perché questo aspetto è importante per lei?

Uno degli esempi migliori sono i nostri ristoranti solidali. Non funzionano come le classiche mense pubbliche. L’idea era quella di creare spazi simili a ristoranti, dove le persone potessero consumare un pasto in un ambiente dignitoso e accogliente, senza la sensazione di essere lì per ricevere aiuti umanitari.

Per noi è altrettanto importante aiutare le persone a rimettersi in piedi attraverso il lavoro. Nel corso degli anni, abbiamo donato serre, macchinari agricoli, piantine, bestiame e diverse attrezzature a molte famiglie affinché potessero avviare una propria produzione.

Il nostro obiettivo non è solo aiutare qualcuno oggi, ma aiutarlo in modo da non aver più bisogno di aiuti umanitari domani.

C’è una storia in particolare che ancora oggi le ricorda perché fa questo lavoro?

È difficile scegliere una sola storia, perché nel corso degli anni ce ne sono state tante. Abbiamo incontrato persone che hanno perso quasi tutto, ma che hanno conservato una forza e una fede incredibili nella vita.

Ogni volta che vediamo la vita di qualcuno cambiare, qualcuno che sta meglio, che trova una casa o che ricomincia a lavorare, ci ricordiamo perché facciamo questo lavoro.

Recentemente lei è stato insignito del premio “6 aprile” della città di Sarajevo. Cosa significa per lei questo riconoscimento?

Per me questo premio non è un riconoscimento personale. Appartiene a tutte le persone che fanno parte di questa storia, ai nostri volontari, ai donatori e a tutti quelli che hanno creduto nell’idea di aiutare gli altri.

Questo è un riconoscimento per la solidarietà e l’umanità dimostrate dalle persone in tutta la Bosnia Erzegovina e nella diaspora. Senza di loro, nulla di tutto questo sarebbe stato possibile.

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