Belgrado-Sarajevo: esempi di solidarietà in tempi di guerra

Una recente tavola rotonda, organizzata al Museo degli Anni Novanta di Belgrado, ha dato voce ad alcune esperienze di solidarietà concreta tra Belgrado e Sarajevo nel corso degli anni Novanta. Un resoconto della serata

29/01/2026, Massimo Moratti

Tavola rotonda Belgrado 2026

I partecipanti alla tavola rotonda - foto di Massimo Moratti

Belgrado e Sarajevo durante la guerra in Bosnia Erzegovina degli anni ‘90 si trovavano su fronti opposti del conflitto. Sarajevo, assediata dalle milizie serbo bosniache, finanziate e sostenute dall’establishment di Belgrado, visse probabilmente la pagina più drammatica della propria storia, con l’assedio durato 1425 giorni, che aveva bloccato tutte le vie d’accesso alla città. 

La storia dell’assedio è nota. Quello che è meno noto però è che nonostante l’odio e il dolore causati dal conflitto, la solidarietà tra gli abitanti delle due città non fu totalmente azzerata, anzi alcuni gruppi di attivisti e operatori umanitari di Belgrado aiutarono gli abitanti di Sarajevo inviando assistenza umanitaria e visitando la città. 

A questa straordinaria iniziativa di solidarietà, sconosciuta ai più, giovedì 22 gennaio a Belgrado è stata dedicata una serata al Muzej Devedesetih, nell’ambito del progetto europeo Trancityons, guidato dall’Università di Bologna e di cui OBCT fa parte. L’evento ha voluto ricordare e rendere omaggio agli sforzi di coloro che volevano “restare umani”, per usare un’espressione oggi in voga, in mezzo all’odio e al conflitto. 

L’evento, organizzato nello stesso spazio della mostra sull’assedio di Sarajevo, ha avuto un’ottima risposta di pubblico e tramite gli stessi protagonisti ha tratteggiato gli aspetti più significativi di questa esperienza. L’evento è stato moderato dal giornalista Slobodan Stupar e sono intervenuti Boro Kontić del Media Centar di Sarajevo, Lula Mikijelj, attivista e leader del gruppo “Živeti u Sarajevu” e Rade Radovanović giornalista di Belgrado che addirittura si recò a Sarajevo durante la guerra. 

Commentando quegli anni, Boro Kontić ha ricordato che prima o poi ci si abitua a tutto, incluso l’assedio, ma che poi la gente vuole superare o evitare di parlarne. Nessuno può dimenticare quella terribile esperienza, diventata ormai parte della vita dei sarajevesi ed estremamente rilevante ancora ai giorni nostri. 

Lula Mikijelj ha raccontato le difficoltà nel mandare gli aiuti umanitari da Belgrado a Sarajevo: fino a che le linee telefoniche erano funzionanti vi furono addirittura degli esponenti politici che organizzarono i primi invii. Ma ben presto furono solo le organizzazioni umanitarie e in particolare ADRA, l’organizzazione umanitaria della chiesa avventista, che stabilì la sua rete e permise che i pacchetti arrivassero a Sarajevo, superando tutti i controlli da parte degli assedianti. 

C’erano dei limiti però, dato che le organizzazioni umanitarie non consentivano che si inviasse caffè, alcol, sigarette e generi alimentari, che per ironia della sorte erano i generi umanitari più richiesti dai sarajevesi. Per ovviare a ciò i gruppi a Belgrado dovevano ricorrere agli espedienti più fantasiosi per riuscire a mandare quanto necessario, nascondendo le sigarette in lattine sigillate o il caffè nelle scatole del tè. 

Oltre ai pacchi umanitari la gente di Belgrado si premurava anche di far arrivare le notizie su come andavano le cose in Serbia, grazie anche radioamatori che cercavano di mettere la gente in contatto tra di loro per scambiarsi notizie. 

Se le testimonianze presentate nell’ambito della tavola rotonda hanno sottolineato il ruolo dei contatti con la comunità serba di Sarajevo nella realizzazione delle operazioni umanitarie, l’unico studio ad oggi disponibile su questa esperienza sottolinea che la solidarietà era rivolta “verso coloro per cui l’aiuto era assolutamente necessario, senza prestare attenzione alla loro religione, nazione o etnia”.

Ricevere questi pacchetti a Sarajevo voleva dire tutto per chi li riceveva, dato che nell’estate del 1992 in città oramai non c’era più cibo. A Sarajevo, si era trovato uno spazio comune in cui i pacchetti venivano distribuiti e uno dei principali artefici dei convogli umanitari fu Dragoslav Pecikoza, manager musicale e uno dei creatori del gruppo Crvena Jabuka che durante il conflitto tornò a Sarajevo a più riprese portando sempre aiuti umanitari. 

Ma a Belgrado non ci fu solo lo sforzo umanitario. Gli attivisti cercarono anche di far sentire la propria voce per dar forma al processo di pace: nel 1994 in tutto il mondo si raccolsero firme a sostegno della Dichiarazione per una Sarajevo libera e unita e, secondo Lula Mikijelj, furono oltre 15 mila le firme raccolte a Belgrado a quel tempo. La dichiarazione poi fu firmata da oltre 700 mila persone in tutto il mondo. 

Anche dal punto di vista mediatico, alcuni giornalisti professionisti cercarono di opporsi coi fatti all’odio che veniva instillato nella società dal regime di Milošević. E questo è stato uno dei punti che ha toccato Rade Radovanović nel suo intervento. 

Gli sforzi dei giornalisti erano impari dato che dovevano confrontarsi con l’apparato della propaganda che lavorava da anni per creare odio e fomentare divisioni. 

Rade Radovanović fu protagonista di una visita storica: un gruppo di trentotto persone, giornalisti inclusi, viaggiò via terra da Belgrado fino a Sarajevo nel bel mezzo del conflitto, nel 1995. Un viaggio lungo più di milleottocento chilometri, passando per l’Ungheria, entrando in Croazia e raggiungendo Sarajevo dalla costa dalmata e l’entroterra erzegovese, per poi arrivare nei pressi della città assediata ed entrarvi attraverso il famoso  tunnel, sperando di non essere intercettati dalle truppe serbo bosniache. 

I giornalisti furono ospitati dal Srpsko Gradjansko Vijeće (SGV), il consiglio cittadino dei serbi, l’organizzazione non governativa che si era opposta alla politica ufficiale del Partito Democratico Serbo, l’SDS di Radovan Karadžić. Vennero a questa riunione i membri del SGV da tutta la Bosnia Erzegovina, oltre 400 delegati, nonostante le difficoltà ad entrare a Sarajevo a quel tempo.  

Circa un terzo dei delegati erano in uniforme e portavano quella dell’Armija della Repubblica di Bosnia Erzegovina, una cosa sorprendente per gli ospiti belgradesi, perché a Belgrado si diceva che l’Armija fosse un esercito composto solo da musulmani. Tra i delegati c’era anche Ivan Stambolić, l’antagonista di Milošević che Sarajevo accolse come uno dei suoi. La delegazione ripartì dopo tre giorni portando con sé pacchetti e regali che gli abitanti di Sarajevo volevano far arrivare a parenti e amici a Belgrado. 

A trent’anni dalla fine dell’assedio, oramai c’è tanta gente che visita le due città, come fa notare Kontić, sono state rimosse sia le barriere fisiche che quelle psicologiche, nonostante il mondo politico non abbia fatto troppi passi avanti e la retorica degli anni ‘90, ha mutato forma ma continua ad esser presente. 

Così come sono presenti le bugie e le menzogne che furono diffuse nel corso del conflitto, che non furono mai smentite e che ancora oggi continuano ad alimentare tensioni tra le due città e che vengono manipolate ad arte dal potere politico. Fare un po’ di “debunking” degli anni ’90, come proposto da Radovanović dovrebbe essere un tema per i prossimi incontri, per confrontare la propaganda di quel tempo con la realtà.

Trancityons è finanziato dall’Unione europea nell’ambito di CERV-2024-CITIZENS-REM