Ancora troppi senzatetto in Europa
La crisi degli alloggi è un problema sempre più serio, e a farne le spese sono spesso le persone o comunità più fragili. Per la prima volta anche l’UE ha avviato delle iniziative specifiche contro la crisi abitativa

Abitazione a Belgrado, Serbia
Abitazione a Belgrado, Serbia (© the_doctor88/Shutterstock)
Secondo dati diffusi recentemente dalla Commissione europea, i prezzi reali delle case all’interno dell’UE sono aumentati in media del 24% nell’ultimo decennio. Il costo degli affitti nelle grandi città è cresciuto ancora di più, con una media del 45% e picchi che hanno raggiunto il 125%. Circa un abitante dell’UE su sei vive in case sovraffollate – segno di un forte squilibrio tra la domanda e l’offerta di alloggi a prezzi accessibili –, e tende ad aumentare il numero delle persone senza fissa dimora.
I piani della seconda Commissione guidata da Ursula Von der Leyen includono varie ambizioni e strategie legate alla crisi abitativa. Gli strumenti principali sono tre, di cui il primo è la strategia europea contro la povertà, che mira a ridurre la povertà assoluta e il rischio di esclusione sociale entro il 2030 e include alcuni obiettivi specifici sugli alloggi.
C’è poi il piano per gli alloggi accessibili, che si concentra proprio sul diritto alla casa. Il piano intende definire criteri comuni per l’accessibilità e armonizzare le politiche fiscali e di investimento nel settore residenziale. Infine, la Revisione del Piano d’azione del pilastro europeo dei diritti sociali include un capitolo dedicato al diritto alla casa e alle persone senza fissa dimora. Idealmente, entro il 2030 l’UE dovrebbe risolvere la condizione di queste ultime, in linea con quanto proclamato con la Dichiarazione di Lisbona sulla piattaforma europea per la lotta al fenomeno dei senzatetto del 2021.
Politiche inefficaci
Nell’ottobre 2025 FEANTSA – la federazione europea delle ong che lavorano per le persone senza fissa dimora – e la Fondation pour le Logement des Défavorisés hanno pubblicato un rapporto sull’esclusione dall’abitare in Europa. Secondo lo studio, la crisi degli alloggi nel nostro continente non è mai stata così grave.
Le politiche per l’edilizia sociale, che dovrebbero aiutare proprio le persone che si trovano in condizione di maggiore marginalità e di minore prosperità economica, spesso finiscono per fornire case al ceto medio, finanziando soluzioni “intermedie” che non risolvono la reale emergenza abitativa. Gli alloggi sociali veri, con canoni accessibili, stanno sparendo, e chi non ha reti di protezione viene ignorato. Il sistema tende a proteggere chi una casa già ce l’ha, mentre gli altri restano invisibili.
FEANTSA e la Fondation pour le Logement des Défavoris invitano la Commissione europea a dare priorità ai bisogni delle famiglie più povere, a difendere e rilanciare l’edilizia sociale, a garantire finanziamenti UE stabili e sufficienti, a imporre degli standard minimi per gli affitti e i diritti degli inquilini, e a sostenere modelli abitativi non-profit o di proprietà collettiva.
Decine di migliaia di senzatetto
Anche se i problemi legati agli alloggi presentano delle caratteristiche comuni a livello europeo, le forme che assume la crisi abitativa variano notevolmente da Paese a Paese e da regione a regione.
In Italia, come scrive Silvia Martelli sul Sole 24 Ore, si stima che le persone senza fissa dimora siano oltre 120mila. Il patrimonio abitativo destinato all’edilizia sociale è appena il 4%, uno dei tassi più bassi di tutta Europa, e migliaia di famiglie rischiano lo sfratto.
Il caso della Grecia è simile, secondo Lena Kyriakidi del nostro partner Efsyn. Le persone senza fissa dimora sono circa 44.000: ad Atene centinaia di persone dormono per strada, persino nei giardini di Piazza Syntagma di fronte al Parlamento, mentre altri trovano rifugio nel principale centro di accoglienza della capitale, il “Multipurpose Homeless Centre”. Le condizioni della struttura sono però pessime: letti infestati da insetti, scarsa igiene, personale ridotto e carichi di lavoro insostenibili. La Grecia è uno dei cinque paesi UE che non dispone di un registro nazionale sul fenomeno delle persone senza fissa. Anche se la crisi abitativa resta ai margini dell’agenda politica, il 26% della popolazione greca si trova a rischio povertà o esclusione sociale, con picchi più alti tra le persone con disabilità e i migranti.
A Bucarest, in Romania, l’inverno arriva in fretta. Le stazioni della metropolitana e i sottopassi diventano presto dei rifugi per chi non ha più un tetto. Secondo la Direzione generale per l’assistenza sociale della capitale, oggi oltre duemila persone vivono per strada a Bucarest, più del doppio rispetto al 2020. Molti sono noti come boschetari, dal romeno boschet, “cespuglio”: “quelli che vivono nei cespugli”. Un termine che, più che descrivere una condizione, marchia un’intera categoria sociale. «È lo Stato che ci rende boschetari», denuncia un uomo intervistato da HotNews.
Per Marian Ursan, direttore dell’organizzazione Carusel e docente all’Università di Bucarest, la crisi abitativa in Romania affonda in parte le radici nei decenni scorsi: «Molti dei senza dimora di oggi sono bambini cresciuti negli orfanotrofi del periodo post-rivoluzionario, da cui uscirono a diciott’anni senza una rete familiare né un luogo dove tornare». Secondo Ursan, la Strategia nazionale per l’inclusione sociale 2022-2027 e la Strategia abitativa 2022-2050, che promuovono il modello “housing first”, restano per ora sulla carta. «La gente ha smesso di fare domanda per una casa. La burocrazia li ha sconfitti», aggiunge.
I problemi per le comunità rom
I problemi legati agli alloggi si uniscono con discriminazioni su base etnica o con un vero e proprio razzismo istituzionale, che finisce per mettere al margine intere comunità. Secondo uno studio su dieci Paesi europei condotto dall’Agenzia per i diritti fondamentali dell’UE, il 22% dei cittadini rom vive in case senza un impianto idrico interno e l’82% in abitazioni sovraffollate.
In Romania molte delle persone senza fissa dimora appartengono proprio alla comunità rom. Sono vittime di sgomberi e di discriminazione da parte delle stesse istituzioni. Migliaia di famiglie non compaiono nei registri ufficiali, perché vivono in case “non legali” o in rifugi informali: le amministrazioni non vogliono registrare la loro presenza sul territorio e sostenere i nuclei familiari con servizi sociali.
Il caso più emblematico è quello di Pata Rât, alla periferia di Cluj-Napoca: centinaia di persone rom, sgomberate nel 2010, vivono tuttora accanto a una discarica industriale, senza riscaldamento né acqua potabile, in condizioni definite “inumane” da Amnesty International. Benché la Romania abbia aderito al Quadro strategico dell’UE per i rom 2021-2030, le misure di inclusione abitativa rivolte a questo segmento della popolazione restano marginali e frammentate.
Simile è il caso delle comunità rom in Bulgaria. Anche lì subiscono ripetutamente demolizioni e allontanamenti e si ritrovano senza fissa dimora a causa di decisioni istituzionali legate al razzismo di Stato. Sempre Amnesty International ha denunciato ripetute demolizioni di abitazioni di persone rom a Sofia e Plovdiv, che hanno lasciato intere famiglie senza rifugio e senza alternative. Secondo le ong locali, molti finanziamenti pubblici destinati all’inclusione abitativa finiscono in realtà in progetti “vetrina” che non migliorano davvero la vita delle comunità.
Anche in Serbia le persone rom subiscono frequentemente sgomberi, che di rado si accompagnano a soluzioni alternative messe in piedi dalle istituzioni e lasciano così per strada migliaia di cittadini ogni anno. Le famiglie espulse finiscono in baracche improvvisate, lontano dai servizi e dalle scuole.
La povertà abitativa non è insomma solo una questione economica, ma segue linee di frattura sociali e culturali coltivate da istituzioni negligenti e invisibilizzanti. Come ricorda sempre FEANTSA nel suo ultimo rapporto, in Europa «le persone senza casa non sono solo quelle che dormono in strada, ma anche quelle che vivono senza sicurezza, senza diritti, senza voce». Finché i boschetari di Bucarest, le baracche di Sofia e le periferie di Belgrado continueranno a nascondere vite dimenticate, l’Europa continuerà a rimanere divisa da un confine invisibile: quello tra chi ha un tetto e chi ha solo il cielo.
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