A 30 anni dalla fine dell’assedio di Sarajevo: “ricordo tutto come se fosse accaduto stamattina”
Dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, l’assedio di Sarajevo da parte dell’Armata popolare jugoslava e delle forze serbo-bosniache fece 11.541 vittime, di cui 1.601 bambini. Durato 1425 giorni, fu l’assedio più lungo dell’età moderna. Edin Krehić aveva 18 anni quando la guerra arrivò nella sua città. Di quel periodo, dice, ricorda tutto

Ragazza
"La ragazza che corre", Sarajevo BiH © Mario Boccia
La guerra è un grande male che cammina
Entra nella casa, entra nell’anima.
e prende la casa e l’anima…
(Abdulah Sidran)
Tutto sembra un sogno che svanisce, un libro che ho letto su qualcun altro, un film completamente surreale con attori che mi assomigliano, o forse…
La verità è molto peggiore di ciò che sto per scrivere e di ciò che spesso racconto alle persone, perlopiù straniere, che non hanno mai vissuto la guerra e a cui auguro sinceramente che non la vivano.
Sì… la guerra può essere romantica solo in un film o in un romanzo.
Come giornalista, ho avuto l’opportunità di viaggiare in quasi tutto il mondo. Ho incontrato molti giornalisti stranieri a Sarajevo. Ogni nostro incontro si concludeva inevitabilmente con le loro domande sulla guerra!
Cosa ricordo meglio?
E cosa ricordo più spesso del periodo dell’assedio serbo di Sarajevo nel 1992-1996?
Una cicatrice nell’anima.
Talvolta quella cicatrice riappare come un vasto archivio di ricordi che ho represso per poter continuare a vivere un’esistenza normale, oppure ho assegnato quei ricordi ai protagonisti dei miei libri, forse per sentirmi più leggero.
Perché ricordo tutto come se fosse accaduto stamattina, in un film frenetico, in cui userei il telecomando per saltare la morte di mio padre il 12 dicembre 1992, la morte e il ferimento dei miei amici, l’umiliazione di dover dipendere dagli aiuti umanitari che ci venivano consegnati da tutto il mondo tramite un ponte aereo… Se non posso saltare quelle parti, almeno abbasserei completamente il volume, ma non funziona.
Il rumore delle granate, dei cecchini, dei civili feriti, delle persone che piangono i loro familiari uccisi… non puoi cancellarlo, non importa quanto ci provi, quindi ad un certo punto smetti di provarci perché sai che è inutile.
Eh sì…
Ricordo tutto: il fumo e la polvere da sparo nelle mie narici dopo che i primi proiettili colpirono un edificio; una sola barretta di cioccolato che divisi per il mio diciannovesimo compleanno nella capitale della Bosnia Erzegovina, dove non ci sono più negozi; l’odore della terra appena scavata nelle trincee e nelle tombe; i grattacieli dati alle fiamme; gli amici che non avevano paura e non si ritiravano mentre difendevano la città…
Ricordo il gorgoglio dell’acqua mentre riempiva la tanica, la deliziosa pita di mia madre senza niente dentro, un piccione affamato con le zampe legate e gonfie arrivato sul davanzale della finestra, a cui davamo le briciole delle ultime fette di pane finché non si fece più forte e strappò il filo con il becco, e poi con le piume lucide volò verso la libertà; i primi testi pubblicati, il basket sotto le bombe, le lacrime e le risate…

Un articolo di Oslobođenje del 20 marzo 1996.
Ricordo…
Ricordo Nijaz che mi teneva sottobraccio al funerale di mio padre.
Poco dopo, anche Nijaz venne ucciso.
Non ho dimenticato proprio nulla.
Ripeto: non potrei mai dimenticare, anche se lo volessi.
Ma non ne parlo con nessuno, a volte scrivo qualcosa. In questo momento, i ricordi stanno riemergendo dagli archivi, una raccolta di frasi che ho già scritto, pubblicato o salvato come schizzi su carta o vecchi file di computer.
Stando ai dati ufficiali, durante l’assedio di Sarajevo morirono 11.541 persone, di cui 1.601 bambini.
Sì… la guerra può essere romantica solo in un film o in un romanzo.
Ecco perché preferisco raccontare agli stranieri di concerti durante l’assedio, di libri che spuntavano come funghi, di sfilate di moda al Teatro da Camera, di un festival cinematografico nato in una città assediata, del Bosanski kulturni centar pieno zeppo di persone venute a vedere Pulp Fiction con tanto sangue finto sullo schermo, mentre fuori piovevano granate, dell’università che era aperta sono il martedì e il giovedì e dove le lezioni mi sembravano completamente surreali…
Andavo all’università, studiavo e sostenevo gli esami sotto le bombe, senza sapere se l’indomani sarei stato ancora vivo. Quelli che furono uccisi da granate nel sonno a casa propria, li consideravamo fortunati.
No, non è morboso, c’era di peggio.
Ecco perché preferisco parlare di arte. Dopo la guerra, ho avuto l’opportunità di visitare molti teatri. Ho anche assistito ai musical più famosi di Broadway.
Mai più però proverò quella sensazione di felicità, euforia e soddisfazione come quando da soldato dell’Esercito della Bosnia Erzegovina e poi da giornalista del quotidiano Oslobođenje, il più antico della Bosnia Erzegovina, tornavo a casa, mi cambiavo e dicevo che andavo a teatro.
La mamma è sempre la mamma.
“Calmati, sei appena arrivato!”
Invano.
“Sei pazzo?”
Invano.
“Vai a piedi, stanno sparando!”
Invano.
“Sono stanca di perdite e preoccupazioni!”
Invano.
“Torni prima del coprifuoco (22:00)”.
Invano.
Gli abitanti di Sarajevo rischiavano letteralmente la vita camminando per ore sotto le bombe solo per vedere una nuova opera teatrale, un nuovo film, assistere ad un concerto…
In queste settimane, OBCT co-organizza una mostra fotografica dedicata all’assedio di Sarajevo, basata sugli scatti di Mario Boccia, realizzata nell’ambito del progetto Trancityons. Dopo le tappe al MITAG di Rovereto e al Muzej Devedesetih di Belgrado, la mostra si sposterà il 5 maggio a Zagabria, per poi arrivare a Sarajevo entro la fine dell’anno. Potete sfogliare qui una galleria fotografica degli scatti di Mario Boccia.
Resistenza spirituale
Chiedetelo a loro oggi e vi diranno tutti che ne è valsa la pena.
Fu una resistenza spirituale contro la barbarie che colpì la città olimpica. Sarajevo è probabilmente l’unica città dove, nel bel mezzo dell’assedio, senza luce, acqua, cibo e gas, fu fondato un nuovo teatro: il Sarajevski ratni teatar (SARTR), parecchio frequentato tutt’oggi.
E così, ora dopo ora, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno…
Fino agli Accordi di pace di Dayton.
Avevo ventidue anni e lavoravo come giornalista. Ho sempre amato scrivere reportage e per me il giornalismo, in un certo senso, è stato il preludio alla letteratura.
Dovevo scrivere reportage sulla reintegrazione di Sarajevo, sul recupero dei quartieri occupati dai quali, durante l’assedio, veniva attaccata la città: Rajlovac, Nedžarići, Nahorevo, Hadžići, Ilidža… e infine Grbavica.
A Rajlovac, alcuni ragazzi, serbi, stavano in piedi lungo la strada e aspettavano i camion che il loro governo aveva promesso, solo per andarsene, mentre oggi si mente parlando di un esodo. Attraversai la strada e tesi la mano. Mi guardarono con sospetto.
“Da dove vieni?”, chiesero.
“Da Sarajevo”.
Uno di loro si rivolse agli altri dicendo:
“Guarda, è un uomo normale”.
A quale propaganda furono sottoposti? O forse la accettarono spontaneamente?
Volevo raccontare loro di teatri, sfilate di moda, film sotto assedio.
Ma non lo feci.
Non li rividi mai più.
La difficile reintegrazione
A Hadžići, negli anni Settanta, i miei genitori comprarono un pezzo di terra e costruirono una piccola casa. Era il loro angolo di paradiso. Fu distrutto durante la guerra. Poi abbiamo ristrutturato la casa e ora ci vado con la mia famiglia.
Frequentai le superiori a Ilidža, dove andavamo anche in gita. Lì, vidi i ritornanti piangere sulle soglie delle loro case saccheggiate e bruciate, con in mano le chiavi dei loro appartamenti senza più portoni. Poi però sorridevano, consapevoli di aver riconquistato la propria vita… Osservai i cartelli minacciosi lasciati dall’esercito serbo: “Torneremo!”. Successivamente furono ricoperti di vernice. L’intera area odorava di fumo e umidità. Molti edifici non avevano finestre. Alcune finestre furono distrutte a guerra finita dai serbi in ritirata.
Andavo a Grbavica per giocare a basket vicino ad una scuola elementare, che paradossalmente si chiamava “Fratellanza e Unità”. Il nostro campo era di cemento, e le regole erano semplici: chi vince resta, chi perde aspetta. Il gioco era veloce, serrato, con tanti blocchi e salti. Arrivavano giocatori di alto livello, come Samir Avdić, membro della nazionale di basket della BiH. Avevamo i nostri re del campo, le nostre vittorie che celebravamo come se fossero medaglie d’oro ai Mondiali, le nostre sconfitte che ci facevano più male dei graffi sulle ginocchia.
La guerra non porta via solo le persone. Distrugge la routine. Le strade. Il percorso di vita.
Sì… la guerra può essere romantica solo in un film o in un romanzo.
Sono passati tre decenni. Oggi ho cinquantadue anni.
Quando ripenso a febbraio e marzo del 1996, non vedo solo il fumo e le fiamme. Vedo le mani tese, le persone che, nonostante tutto, sono rimaste normali. E una città che, come nel film, alla fine trova una via d’uscita dall’oscurità. Una città ferita, ma pronta a tendere la mano a chi l’ha distrutta.
Sembra incredibile, ma è assolutamente vero.
Grande invidia
Eppure, questa città continua ad essere un bersaglio di parole dure, false accuse, odio…
Perché? Mi viene in mente una sola risposta: perché è più elevata. Perché qui crediamo che la diversità sia una risorsa, non una maledizione. Si invidia sempre chi è migliore.
Qui riemergono le vecchie domande e frasi che ripeto ogni tanto a me stesso e agli altri: le nuove generazioni continueranno a vivere sempre sull’orlo di una nuova catastrofe che, in un cerchio quasi perfetto di distruzione, continua a ripetersi di generazione in generazione?
Chi lo sa.
Ma una cosa è certa. La guerra può essere romantica solo in un film o in un romanzo.
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