La vicenda delle violenze subite da un bambino in una scuola di un paesino sloveno ha rilanciato nel paese il dibattito sul sistema scolastico, che paga l’assenza di politiche integrative e di un serio confronto con la diversità e i pregiudizi presenti nella società

08/01/2015 -  Stefano Lusa Capodistria

Deskle, un paesino di 1.300 anime nei pressi di Canal d’Isonzo, nel goriziano. Una piccola scuola della provincia slovena. In realtà non è un bel posto. A pochi passi c’era una fabbrica che produceva pannelli in amianto, che ha avvelenato per decenni l’area. Proprio per lavorare in quello stabilimento erano arrivati, in passato, lavoratori da tutta l’ex Jugoslavia. Una zona con un alto tasso d’immigrazione, per i parametri sloveni, e non priva di tensioni etniche.

Il bambino bosniaco era arrivato in Slovenia ad agosto. Con la madre ed il fratello maggiore, avevano raggiunto il padre che era li oramai da sette anni. Lui a settembre ha cominciato a frequentare la quinta elementare. La loro abitazione è a pochi metri dalla scuola. Un piccolo istituto che sembrava offrire un ambiente famigliare, in cui tutti si conoscono e dove l’inserimento poteva sembrare meno traumatico rispetto a una struttura più grande. Le cose, però, sono andate male, anzi malissimo.

Ostilità

Il piccolo, sin da subito, è stato accolto con un clima di manifesta ostilità e di crescente violenza psicologica, che poi è diventata anche fisica. Alla fine è finito al pronto soccorso. Il bambino, tornato a casa da scuola, aveva vomitato, lamentava mal di testa e quando il medico ha visto una serie di ematomi non ha esitato a chiamare la polizia. Era stato picchiato.

Quando è tornato in classe i suoi compagni hanno pensato bene di manifestargli il “loro affetto” prendendo a manate un suo disegno, che era stato appeso sul muro insieme a quello degli altri. L’insegnante ha reagito togliendo dalla parete solo il lavoro del bambino. Dalla scuola danno ad intendere che quella sin dall’asilo è stata una classe problematica, con i genitori che difendono a spada tratta i loro pargoletti. Lo scorso anno a due di essi era stato comminato un provvedimento disciplinare e l’insegnante che lo aveva voluto si era trovato il suo nome iscritto sul monumento dedicato ai caduti della Resistenza.

Dalla scuola hanno subito cercato di minimizzare. La tesi è che per litigare bisogna essere almeno in due e che quindi una parte delle colpe è anche del ragazzino bosniaco, visto che non ha saputo inserirsi. Poi, in realtà, non si sarebbe trattato di un vero e proprio pestaggio, ma di qualche spintone, dovuto al fatto che non avrebbe voluto abbandonare la classe, mentre gli altri si stavano preparando per una recita. Il preside si è persino sentito in dovere di precisare che gli ematomi poteva anche esserseli procurati andando a sbattere accidentalmente contro un banco. Dello stesso tono anche le dichiarazioni dei genitori degli altri scolari, alquanto irritati per tutto l’eco che ha avuto quell’episodio sulla stampa.

La scuola, comunque, era perfettamente al corrente di quanto stava accadendo, tanto che da tempo, aveva autorizzato la madre del bambino ad essere presente durante la ricreazione. Solo così, infatti, il piccolo trovava il coraggio di uscire dalla classe. Ora l’istituto si sta impegnando per risolvere a modo suo la questione. Agli aggressori è stata messa un’altra nota, mentre il preside ha consigliato alla famiglia bosniaca di cambiare scuola. (sic!)

L'esclusione dei deboli e diversi

L’assurdo episodio narrato con estremo garbo da Vesna Humar, una delle penne migliori delle Primorske novice, il quotidiano di Capodistria, ha aperto di colpo nella società slovena il dibattito sulla scuola e sui suoi difetti. La storia è subito rimbalzata sui maggiori quotidiani e nei telegiornali. Presto si è capito che l’idea del direttore di far cambiare istituto alla vittima sembra proprio essere la soluzione classica con cui si concludono episodi di emarginazione, più o meno gravi. Ci si è anche resi conto che non serve essere immigrati per finire in questo tritacarne che spesso lascia genitori e figli soli senza né il supporto necessario delle istituzioni, né la solidarietà degli altri. In pratica un vero e proprio rito di iniziazione che esclude i più deboli ed i diversi; dove a vincere, spesso e volentieri, sono proprio i bulli. Difficile dire se ora le cose cambieranno. Probabilmente no.

In questi anni, di riforma in riforma, gli studenti e genitori hanno ottenuto sempre più potere e gli insegnanti e le istituzioni, spesso, non hanno più gli strumenti necessari per poter sanzionare gli indisciplinati. Una scuola molto nozionistica, che come nel passato regime non sembra per nulla propensa a sviluppare il senso critico e che non pare più prendersi la briga di dover educare i suoi studenti.

Ad onor del vero, tutto il sistema paga l’assenza di politiche integrative, di un serio confronto con la diversità e i pregiudizi presenti nella società a cui gli stessi insegnanti non sono immuni. Tutti problemi, questi, con cui né la Slovenia né tanto meno il ministero della Pubblica istruzione hanno sentito la necessità di fare i conti.

Tutto ciò accade in un paese ossessionato dalla scuola. L’istruzione rimane al centro del dibattito pubblico, mentre la scolarizzazione dei figli è un vero e proprio tormento per i genitori. Le chiacchiere sulla scuola continuano ad essere al centro delle discussioni tra i genitori; il più delle volte, però, tutti questi fiumi di parole servono più ad analizzare la forma che la sostanza, così la grande attenzione della società per la scuola non è pari alla sua efficienza.

D’altronde forse la scuola non è altro che lo specchio della società dove l’attenzione per l’etica sembra essere sempre meno importante. Il problema, quindi, dovrebbe probabilmente essere risolto anche al di fuori delle mura scolastiche, insegnando che, come diceva Aristotele, la buona democrazia e la felicità esistono quando noi siamo i primi a comportarci correttamente con gli altri.


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