Boštjan Šefic

Boštjan Šefic

In Slovenia non si vedranno più le colonne di profughi. Lo ha detto il premier Miro Cerar, in occasione di un incontro con l'omologo austriaco. Sulla questione un'intervista a Boštjan Šefic, l’uomo che ha gestito l’emergenza migranti

16/09/2016 -  Stefano Lusa

(Pubblicato originariamente sul portale di Radiocapodistria. Ascolta l'intervista andata in onda nel corso della trasmissione "L'Argomento")

Una carriera fatta al ministero dell’Interno, nei servizi segreti, con un breve passaggio per una agenzia di consulenza prima di andare a occupare la poltrona di segretario di stato. Boštjan Šefic è esperto di terrorismo, impegnato in diversi organismi dell’Unione europea e della Nato. 

Le migrazioni sono un problema legato alla sicurezza?

Da un certo punto di vista possono esserlo. Noi lo avevamo detto sin dal luglio scorso, quando avevamo fatto le prime analisi. Questi processi sono sempre usati dalla criminalità organizzata, da gruppi estremisti radicali, che possono tentare di infiltrare loro uomini in queste masse, che necessitano di aiuto e dove ci sono persone che forse hanno diritto anche alla protezione internazionale. Eravamo consapevoli di questo pericolo e pertanto, abbiamo prestato attenzione a questi aspetti, anche se in primo piano c’è il problema umanitario.

Sta di fatto che dopo quello che è successo in Germania a Capodanno, dopo gli attentati terroristici e dopo la ricostruzione di quegli eventi si è dimostrato che le nostre valutazioni erano esatte, che i rischi erano reali, perciò continuiamo a tenere alta l’attenzione. Il fine è di avere il pieno controllo di quello che accade e questa è stata anche una delle nostre principali richieste sin dall’inizio della rotta balcanica. In sintesi la sicurezza è importante, ma senza dimenticare l’aspetto umanitario, soprattutto per coloro che hanno realmente bisogno di aiuto.

L’ondata migratoria ha sorpreso la Slovenia?

Eravamo pronti ad affrontare l’emergenza. Avevamo cominciato a prepararci per tempo, ci aspettavamo che ci fossero più richiedenti asilo. Invece, dopo che dalla Germania sono arrivati chiari segnali d’apertura, il desiderio dei migranti è stato solo quello di attraversare la Slovenia per arrivare al più presto alla meta. Noi ci siamo adeguati.

Se ad ottobre non ci fosse stata la totale mancanza di collaborazione dei croati non avremmo avuto alcun problema. Quello che ci è successo in quei dieci giorni, quando le persone passavano in maniera incontrollata la frontiera, ci ha causato gravi problemi sia di sicurezza sia logistici. Abbiamo dovuto affrontare una grossa sfida. Nella zona di Brežice ad un certo punto c’erano addirittura 22.000 persone; 13.000 delle quali sono arrivate in un solo giorno. Si pensi solo che a Monaco, una città di due milioni e mezzo di persone, in un fine settimana sono arrivati 15.000 migranti e hanno avuto grosse difficoltà, in alcuni settori addirittura maggiori delle nostre.

In sintesi non possiamo dire di essere stati sorpresi o di essere stati colti impreparati; ma è anche vero che abbiamo dovuto affrontare problemi causati dalla Croazia, da un membro dell’Unione europea, che non ci saremmo aspettati. Ci siamo organizzati in maniera molto rapida. Siamo stati i promotori di tutte le iniziative di coordinamento sulla rotta balcanica e sono contento che anche la Croazia, da un certo punto, si sia messa a collaborare. Oggi la cooperazione è buona e spero che sia così anche dopo le elezioni. In ogni modo se l’ondata dovesse riprendere siamo pronti a far fronte all’emergenza anche se non ci fosse coordinamento tra i paesi.  

Il ministro dell’Interno croato vi disse che non avevate da far altro che portare i profughi nella maniera più rapida possibile verso l’Austria.  

Il ministro Ostojć si dimenticò che noi siamo un paese dell’area Schengen, che il nostro è il confine di Schengen e che abbiamo più obblighi. Loro comunque avrebbero dovuto fare come noi, visto che sono ai confini esterni dell’Unione europea. Era nostro dovere effettuare le registrazioni dei migranti e le necessarie verifiche e lo abbiamo fatto. Il procedimento non era semplice, ma ora sappiamo chi è transitato per la Slovenia e possiamo ricostruire, assieme agli altri paesi, il viaggio di ognuno: abbiamo le impronte digitali, le fotografie e quant’altro. Ciò ci ha consentito di collaborare per tutto il periodo ottimamente con i colleghi austriaci. La critica di Ostojć non era seria, era irresponsabile, soprattutto visto che veniva da un paese candidato ad entrare nell’area Schengen.

La rotta balcanica è stata comunque un corridoio informale aperto dalla cancelliera tedesca Angela Markel.

La Germania ha dato ad intendere chiaramente che avrebbe accolto un gran numero di persone. Noi, come ci ha raccomandato il parlamento, abbiamo agito con umanità; ma abbiamo anche difeso il confine di Schengen, facendo in modo che il sistema non andasse in frantumi.

Chi ha chiuso la rotta balcanica? L’idea di fermare i migranti in Macedonia era stata lanciata dal premier sloveno Cerar.

Lei sa quanto era difficile la situazione. Nel nord Europa avevano cominciato a chiudere i confini e lo stesso stava facendo anche l’Austria. C’era la reale possibilità che la Slovenia divenisse una sorta di sacca, visto che gli altri paesi sulla rotta facevano passare. Era urgente giungere ad una posizione coordinata ed era importante tornare a far rispettare le leggi. Era necessario allestire in Grecia, il paese di primo arrivo, punti dove espletare tutte le pratiche prima di una ricollocazione in paesi terzi. Questa era la nostra idea. A tutto ciò bisogna aggiungere gli aspetti legati alla sicurezza, la preoccupazione dopo gli attentati e la consapevolezza che il sistema non poteva più reggere. Così a livello europeo è stato raggiunto l’accordo di chiudere la rotta, di aiutare la Grecia, di creare nuove modalità d’accoglienza. Bisogna riconoscere ad Atene che ha fatto grandi passi avanti. Abbiamo aiutato la Macedonia a controllare il confine con la Grecia. In sintesi l’Unione europea ha in qualche modo approvato i provvedimenti che hanno portato alla chiusura della rotta balcanica.

Già anni fa la Slovenia era uno dei pochi paesi, che assieme all’Italia diceva che quello migratorio era un problema comune dell’Unione europea. C’è adesso una politica unitaria?

Dei passi avanti sono stati compiuti. Già il fatto che in soli cinque giorni, su iniziativa del presidente della Repubblica Borut Pahor e del premier Miro Cerar, l’Unione europea abbia reagito e convocato, una consultazione sulle migrazioni è stato una sorta di record. Io credo che ciò sia stato uno stimolo per una più attiva ricerca della soluzione dei problemi ed ha anche portato ad una maggiore consapevolezza del fatto che soluzioni parziali non erano più praticabili.

Il ministro dell'Interno italiano nei consigli europei aveva più volte posto l’accento sul problema delle migrazioni, lo abbiamo fatto anche noi, ma una vera consapevolezza non c’è stata fino a poco tempo fa. I cambiamenti della politica d’asilo che sono ora in discussione sono dei passi avanti. Bisogna risolvere i problemi dove insorgono e qui dei progressi sono stati fatti. Il mio parere personale è che tutto stia andando troppo a rilento, bisognerebbe occuparsene in maniera molto più intensa e sarebbe necessario definire in maniera più concreta gli obiettivi da raggiungere, la tattica e le misure da prendere. Provvedimenti parziali possono lenire un problema, ma senza obiettivi ben definiti, senza una strategia non si ottengono gli effetti desiderati.

E’ stata l’Ungheria a dettare i tempi della soluzione della politica migratoria dell’Unione?

Non sarei del tutto d’accordo. L’Ungheria, forse, con alcune misure ha stimolato determinate discussioni. Qui però ci sono anche altri paesi impegnati su questo fronte: Slovenia, Francia, Olanda, Svezia, Danimarca e Germania. Esiste la consapevolezza che bisogna risolvere insieme questo problema. Ci sono differenze su come farlo. Io comprendo alcuni paesi dell’est che si chiedono cosa succederà se la situazione dovesse complicarsi alle loro porte di casa. E’ importante applicare le regole ed è importante che ci sia solidarietà, che ognuno nell’ambito delle sue possibilità faccia la sua parte. Dobbiamo però trovare le giuste formule per la redistribuzione. Questo è uno dei temi su cui discutiamo: i meccanismi e le chiavi per la ricollocazione.

I paesi del gruppo di Visegrád , e l’Ungheria in particolare, dicono in maniera alquanto chiara di non volere i migranti.

In Ungheria ci sarà il referendum ed è un appuntamento importante. Per quanto riguarda gli altri paesi più che la ricollocazione dei migranti vengono contestate le quote obbligatorie e le multe ventilate, non le quote volontarie, tanto che alcuni stati hanno già accolto migranti. Dobbiamo trovare la giusta chiave con cui redistribuire i richiedenti asilo, tenendo conto del numero degli abitanti, del PIL, delle capacità integrative ad altre specificità dei singoli membri. Questi sono i dilemmi. Io non comprendo chi dice aprioristicamente mai e niente, ma bisogna discutere sulle condizioni.

Esiste però nella società una crescente paura nei confronti dei migranti. Accade anche in Slovenia.

La preoccupazione è giustificata. La Slovenia è stata attraversata da mezzo milione di persone. Posso dire che abbiamo impiegato enormi energie per informare la popolazione, i comuni, le comunità locali e via dicendo, ma abbiamo constatato che non abbiamo usato abbastanza i media locali. In sintesi abbiamo fatto molto, abbiamo profuso tanti sforzi, ma si può fare di più anche per sfatare alcuni tabù.

Dal punto di vista della sicurezza quali sono i problemi che si sono registrati?

Durante il passaggio attraverso la Slovenia non abbiamo registrato nessun incidente tra i migranti e la popolazione locale. Non ci sono stati reati, eccessi o conflitti di nessun tipo. Ciò dimostra che eravamo ben organizzati, che la nostra polizia e l’esercito hanno fatto un buon lavoro.

Ci sono stati alcuni incidenti tra i migranti e nei centri d’accoglienza. Perlopiù si è trattato di episodi minori di disturbo della quiete pubblica, anche se ci sono stati alcuni fatti di maggior rilievo. A Brežice, nel centro d’accoglienza, sono state date alle fiamme alcune tende del campo. Una delle cause era che in quel periodo avevamo un enorme numero di persone in uno spazio molto ristretto, ma la situazione è stata tenuta bene sotto controllo dalle forze dell’ordine. Ci sono stati, poi uno o due casi di accoltellamenti tra migranti, senza gravi conseguenze. Considerato il tutto possiamo dire che ci sono stati pochissimi problemi, in tutto non più di 25 episodi segnalati, il che è da considerare insignificante.

Il sistema in Slovenia era di tipo chiuso. Le persone non giravano liberamente per il paese.

I migranti arrivavano, si procedeva all’identificazione ed a tutte le verifiche del caso. Nei centri di accoglienza stavano al massimo 12 ore, molti proseguivano il viaggio molto rapidamente, altri venivano smistati nei campi, dove attendevano di venir accolti in Austria. In maniera informale il sistema era di tipo chiuso: era limitata la liberà di circolazione. In tal modo abbiamo fatto si che non ci fossero conflitti con la popolazione. In uscita a Šentilj ad esempio è stata allestita una particolare fermata del treno per farli arrivare direttamente al centro d’accoglienza, mentre in entrata a Dobova arrivavano a ridosso del centro d’identificazione.

Il filo spinato ed i pannelli al confine, se paragonati ai muro ungherese o macedone sembrano un palliativo.

Sin dall’inizio noi le definiamo barriere tecniche, previste, peraltro, dalla normativa sulla tutela dei confini. Ciò significa che vengono adoperate per indirizzare le persone e per evitare transiti incontrollati. Sono la diretta conseguenza di quanto accaduto con la Croazia. Nulla di simile a quanto fatto da altri paesi o ai reticolati dei tempi della guerra fredda. In ogni modo sono d’aiuto alla polizia slovena e all’esercito per il controllo della frontiera, che così si sorveglia molto più facilmente. Se il flusso delle migrazioni illegali nel prossimo futuro dovesse ingigantirsi agiremo di conseguenza. Non possiamo ipotizzare ora quali saranno le nostre decisioni in caso di un radicale aggravamento della situazione. Questo è un comunque un chiaro segnale che è necessaria la collaborazione tra i paesi e che la Slovenia non vuole diventare una sacca per i migranti, visto che non ha capacità, uomini e risorse per gestire da sola grandi numeri di migranti.

L’Ungheria è molto decisa a difendere il confine di Schengen, quanto lo è la Slovenia.

La Slovenia difende il confine di Schengen in sintonia con i suoi obblighi: questo è anche il nostro confine di stato e dobbiamo farlo. Siamo uno stato sovrano che decide autonomamente chi ed a che condizioni entra. Siamo decisi a difendere il confine. Noi controlliamo il confine, controlliamo la linea verde, i valichi e l’interno del paese. Se la situazione dovesse aggravarsi abbiamo già pronte una serie di misure che useremo, per la Slovenia, per i nostri cittadini e per l’Unione europea.

Lei è un esperto anche di terrorismo. Gli attentati in Europa più che da migranti sono stati fatti da cittadini dell’Unione europea.

Le migrazioni rappresentano un fattore di rischio. Non dobbiamo chiudere gli occhi, una parte di queste persone, uno su mille, tra quelli che abbiamo identificato, forse meno, rappresentano probabilmente un fattore di rischio. Sta di fatto, comunque, che gli attentati sono stati compiuti prevalentemente da persone che vivevano, avevano la cittadinanza dell’Unione europea ed erano di seconda generazione. Il mio convincimento è che bisogna essere attenti alle migrazioni illegali e dall’altra che bisogna studiare le cause che originano la radicalizzazione, l’estremismo. Per evitare tutto ciò bisogna lavorare con i giovani; tanti degli autori degli attentati erano molto giovani e questo è preoccupante. Dobbiamo confrontarci con le cause, così sarà più facile vigilare. Solo con le misure di repressione non si riuscirà a controllare completamente la situazione. In sintesi da una parte non dobbiamo essere ingenui e credere che questi flussi migratori non rappresentino un pericolo, d’altra parte non dobbiamo potenziarli eccessivamente e distogliere l’attenzione dai problemi che causano o che diventano i motivi che originano il terrorismo.

In Slovenia ci sono segnali di radicalizzazione nella comunità islamica.

La questione riguarda più i servizi di sicurezza che me, ma a quanto ne so non si registra una radicalizzazione. Ci sono singoli o gruppi che possono avere una visione più fondamentalista, ma è un bene che la comunità islamica abbia preso le distanze con una posizione molto netta di condanna degli attentati. È importante che il dialogo tra stato e comunità religione sia buono e bisogna continuare su questa strada.

La cosa più delicata per la Slovenia è che nelle nostre vicinanze operano gruppi radicali. Mi riferisco a tutti i paesi dell’Unione e della regione. La Slovenia è una zona di transito, siamo in un crocevia e le nostre forze dell’ordine devono tener conto di ogni indizio per reagire per tempo.


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