Una scena del film “Družina – The Family” di Rok Biček

Una scena del film “Družina – The Family” di Rok Biček

Si è da poco chiusa la rassegna cinematografica di Portorose, un festival dedicato al cinema sloveno. Tra i lavori più convincenti, due documentari

11/01/2018 -  Nicola Falcinella

Anche nell'anno appena trascorso sono stati i documentari a dare le maggiori soddisfazioni al cinema sloveno. In particolare due, che saranno presentati in prima italiana all'imminente Trieste Film Festival, in programma da venerdì 19 fino al 28 gennaio, in gara nel concorso documentari.

Si tratta di “Družina – The Family” di Rok Biček, il regista di “Class Enemy”, già vincitore ad agosto della Semaine de la critique al Locarno Festival, e “Playing Men” di Matjaž Ivanišin. Nel concorso lungometraggi triestino sarà invece presente il film “The Miner – Rudar” di Hanna Slak, premio per la miglior regia al festival di Portorose.

Quest'ultimo, svoltosi a settembre nella località istriana per la 20° edizione, è stato un festival di buon livello, a sancire una delle migliori annate della cinematografia slovena dell'ultimo periodo, con parecchie proposte valide anche tra i cortometraggi e le animazioni.

“Družina – The Family” è quasi un “Boyhood” europeo. Il lavoro di Rok Biček segue per un decennio Matej, ragazzino che cresce con genitori e fratello disabili e che impara un modo di rapportarsi al mondo e alle emozioni tutto suo. Diventato padre a vent'anni, si separa quasi subito da Barbara iniziando una serie di scontri per occuparsi della piccola Nia. Tra servizi sociali, lavori al computer, una nuova relazione, le corse in auto, una giovinezza di contraddizioni e di idee estreme come la sterilizzazione. Un ventenne scapestrato e tenero, capace di scelte estreme. Il regista, che non ha neanche dieci anni più del suo protagonista, lo filma con vicinanza distaccata e attraverso di lui provoca e scuote lo spettatore e lo costringe a interrogarsi a lungo dopo la visione. Un documentario potente che sembra una storia dei fratelli Dardenne girata alla Cristi Puiu, ma con la sensibilità e l'asciuttezza che Biček, anche produttore, aveva già mostrato nell'esordio.

A Trieste anche il vincitore tra i lungometraggi documentari di Portorose, il curioso e sorprendente “Playing Men”, quasi un viaggio filosofico nel mondo del gioco in vari luoghi del mondo, da un festival di wrestling turco alla morra, dal maiorchino (una tradizione di Novara di Sicilia che consiste nel far rotolare forme di formaggio per le ripide strade del paese) alla petanque, dal sadomasochismo fino al tennis. Il culmine è l'incredibile festa che Spalato ospitò nel 2001 per accogliere, quasi fosse un re, il campione Goran Ivanišević reduce dallo storico successo di Wimbledon.

Nel concorso lungometraggi sarà presente “The Miner – Rudar” di Hanna Slak, premio per la miglior regia a Portorose. Un'opera claustrofobica che funziona soprattutto come thriller con punte quasi horror. È il 2009 e Alija è un minatore bosniaco da molti anni trasferitosi in Slovenia. Mentre si celebra l'anniversario del massacro di Srebrenica del luglio 1995, l'uomo è incaricato di ispezionare una parte della miniera chiusa da decenni. Spaventato di perdere il posto come altri compagni di lavoro, accetta il pericoloso compito affidatogli dal direttore, ma trova nel cunicolo un ammasso di cadaveri. Un fatto rimosso da tutti in paese che la regista, partendo da una storia vera, associa un po' troppo seccamente a quanto accaduto a Srebrenica.

A Trieste nella sezione animazioni anche “Nočna ptica – Il nottambulo” di Špela Čadež, una dei capofila dell'interessante movimento dell'animazione slovena.

Tornando al Festival di Portorose, come miglior film di finzione, nonché premiato per la miglior sceneggiatura e la migliore attrice protagonista (Maruša Majer, già Shooting Star all'ultima Berlinale), è stato scelto “Ivan” di Janez Burger. Una storia che inizia, come “Družina”, con le immagini in primo piano di un parto. Non è l'unica affinità tra le due storie: se là era un giovane padre a fuggire la paternità, qui è una giovane donna in crisi dopo il parto. Più che una coincidenza, è il segno di una riflessione sulla paternità e sulla maternità che i registi pongono all'attenzione, con tutte le implicazioni anche simboliche, politiche e culturali. Del resto la famiglia è stato un tema ricorrente durante la manifestazione, presente in quasi tutti i film più importanti e in diversi titoli, compreso “Famigliola” traduzione letterale di “Družinica – The Basics Of Killing” di Jan Cvitković, che ha ottenuto vari premi tecnici, come la fotografia di Marko Brdar (“Sole alto” e altre opere) o le musiche di Damir Avdić.

Burger segue una giovanissima, Mara, che dà alla luce un figlio tra mille dubbi, per primo il nome. Gli assegnerà Ivan, anziché Taras, desiderato dal padre Rok, un uomo molto più grande di lei, appena uscito di prigione per corruzione e coinvolto in traffici illeciti. Quest'ultimo passerà dal non riconoscerlo al tentativo di abbandonare il figlio. Intanto la giovane, picchiata più volte dall'uomo, si interroga sulle violenze e i soprusi che subisce e la scelta se occuparsi di Ivan o lasciarlo a una famiglia affidataria.

Il sopracitato “Družinica” di Jan Cvitković non è stato invece selezionato a Trieste, e dovrà attendere un'altra occasione per il debutto italiano del più conosciuto dei registi sloveni, autore di “Pane e latte” e “Di tomba in tomba”. Un dramma solido che racconta di genitori che perdono il lavoro, in particolare la moglie per non aver ceduto alle avance del suo capo, e i figli reagiscono come riescono. Per una volta la famiglia resta unita mentre tutto va a rotoli, mentre l'unico impiego che Marko trova è riscuotere crediti da padri in difficoltà proprio come lui. Anche Cvitković pone domande scomode e costringe a guardare le cose ponendosi dal punto di vista degli altri.


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