Con la legge da poco adottata riguardante gli aiuti alle famiglie degli imputati dal TPI, il nuovo premier si tira addosso parecchie critiche. La società civile urla il ritorno al passato mentre gli USA sospendono gli aiuti economici

05/04/2004 -  Luka Zanoni

In Serbia gli avvenimenti non mancano di certo. A distanza di poco più di due settimane dai tragici eventi del Kosovo, sui quali tanto l'opinione pubblica che i partiti politici si sono compattati, altre due notizie fanno discutere accanitamente.

Si tratta dell'introduzione della legge sugli aiuti agli imputati del TPI dell'Aia e alle famiglie degli stessi, e della sospensione degli aiuti economici degli USA alla Serbia e Montenegro.

Le due cose in un certo senso possono essere pure correlate. Va tenuto presente infatti che gli aiuti del governo americano alla Serbia e Montenegro, sono regolati da una legge adottata nel 2000 subito dopo la caduta del regime di Milošević. Gli aiuti sin da allora sono vincolati al rispetto di alcuni obblighi previsti dalla legge: i diritti umani, l'accordo di Dayton e la collaborazione con il tribunale dell'Aia. Negli ultimi tempi quest'ultimo impegno è diventato centrale, mentre gli altri due sono scivolati gradatamente in secondo piano.

Da quattro anni a questa parte la Serbia e Montenegro ha dovuto dimostrare entro il 31 marzo, data fissata per la verifica del rispetto degli obblighi previsti dalla legge, in particolare di collaborare con la giustizia internazionale. Tuttavia va rilevato che gli USA fino a l'altro giorno non hanno mai certificato gli obblighi alla data precisa. Nel 2001 la certificazione giunse il 2 aprile, pochi giorni dopo l'arresto di Slobodan Milošević; nel 2002 fu prorogata alla metà di maggio, nel 2003 giunse il 15 di giugno, 3 giorni dopo l'omicidio del premier Ðinđić, ma dopo la consegna di Milan Milutinović (già presidente della repubblica) e Vojislav Šešelj, consegnatosi volontariamente nel febbraio dello stesso anno. Il 2004 vede invece il rigoroso rispetto della data del 31 marzo.

Nonostante la Banca Mondiale abbia assicurato, dopo la sospensione USA, una fornitura di 550 milioni di dollari per la Serbia, occorre considerare che sia l'UE che gli USA lamentano un allentamento nella collaborazione col TPI, ed inoltre l'appoggio dei socialisti di Milošević al governo di Koštunica non è stato certo visto come un'apprezzabile mossa politica. Alcuni partiti di opposizione hanno accusato il governo di aver restituito il favore dell'appoggio adottando una legge a favore della coppia Miloševic-Marković (l'ex presidente serbo e sua moglie). Se pur smentita dagli stessi socialisti, i quali avevano dichiarato di non volere nulla in cambio dell'appoggio al governo, la legge varata introduce lo spettro di un ritorno al passato. Spettro temuto e denunciato dalle ONG belgradesi.

Dalle Donne in nero al Fondo per il diritto umanitario, il Comitato di Helsinki, il Centro per la decontaminazione culturale, il Centro per un'azione non bellica, l'Iniziativa dei giovani e altre ancora, congiuntamente hanno sottolineato come con questa legge i "criminali di guerra diventano eroi nazionali" e come ci sia il tentativo del nuovo governo insieme con i Radicali e i l'SPS di "far tornare le istituzioni e la società al passato". Anche Otpor ha fatto sentire la sua voce affermando che "è una grande vergogna che i cittadini della Serbia paghino di tasca propria le spese della difesa e le spese alle famiglie di coloro contro i quali per dieci anni si sono battuti, mentre rubavano alla stato e a tutti noi".

In realtà a ben guardare fino all'altro giorno le istituzioni hanno sempre aiutato, discretamente e per legge, le famiglie dei reclusi così come i reclusi stessi, se consegnatisi volontariamente. La nuova legge speciale introduce questa possibilità anche a quegli imputati, come Milošević, i quali non si sono consegnati volontariamente al tribunale internazionale.

Il quotidiano "Blic" del 1° aprile titola appunto, "Ma anche per loro dobbiamo pagare?". Riferendosi in particolare alla coppia Milošević-Marković e specificando quanto siano tutt'altro che poveri. L'editoriale sul settimanale "Danas Vikend" (3-4 aprile), sottolinea invece come "al posto giustificare la sua creazione frankesteiniana e di stupirci con delle mosse inaspettate quali potevano essere, il pagamento dei debiti nei confronti dei pensionati, oppure un'azione per comprare le lenzuola per gli ospedali, il DSS ha aumentato ancora di più il valore dell'azione del SPS e ha sputato in faccia alla vittime del regime di Milošević, non trovando proprio un modo più discreto, e anche meno irritante di rilassare la situazione riguardante l'Aia, di quello di aggiungere ai cittadini della Serbia ancora più male di quello che li ha derubati, umiliati e guidati nell'avventurismo bellico".

Le famiglie di alcune delle vittime del regime di Milošević, come la famiglia dell'ex presidente brutalmente liquidato Ivan Stambolić e la famiglia del giornalista assassinato Slavko Ćuruvija, hanno valutato la nuova legge come "catastrofica".

Resta da chiedersi il perché il partito di Koštunica abbia fatto questa mossa, aprendo di fatto la porta al SPS e al SRS (socialisti e radicali), dal momento che i partiti di coalizione non hanno votato la legge in questione. Forse va tenuto presente che la Serbia a breve (13 giugno) andrà alle elezioni presidenziali, dove il candidato favorito sarà Tomislav Nikolić, il nuovo leader dei Radicali, il quale aveva già avuto un largo consenso pure alle precedenti elezioni, fallite per il mancato raggiungimento del quorum necessario. Quorum che alle prossime elezioni non rappresenterà più un ostacolo per la elezione del presidente, perché tolto dalla procedura di elezione.

Secondo l'analista politico e direttore della rivista Nova Sprska Politčka Misao, Ðorđe Vukadinović, il partito di Koštunica (DSS) sin dalla formazione del governo ha fatto i conti con la possibilità di raccogliere la maggioranza su determinate leggi sia dalla destra che dalla sinistra dei partiti che compongono il governo di minoranza. In sostanza secondo Vukadinović, al quale comunque non è chiaro il perché della discussa mossa politica, non sarà né la prima né l'ultima contorsione del governo per poter rimanere in piedi.

Vladimir Goati, consigliere scientifico dell'Istituto per le scienze sociali e uno dei più influenti analisti politici del paese, è invece del parere che il governo in Serbia ormai è formalmente composto dal Partito democratico della Serbia (DSS), dal Partito socialista (SPS) e dal Partito radicale (SRS). Al quotidiano di Novi Sad, "Dnevnik" (2 aprile), Goati ha precisato che ormai è evidente che al DSS non sono più necessari i voti dei partner di coalizione perché in parlamento gode dell'appoggio dei radicali e dei socialisti, mentre il "G17 plus, l'SPO e NS rappresentano sono la parte amministrativa del governo, la quale non è importante per l'approvazione delle decisioni".

Nel frattempo il paese dovrà adottare una nuova costituzione, la quale dovrebbe finalmente prendere la distanze da quella tutt'ora in vigore voluta dal regime di Milošević. Certo, anche in questo caso i punti di disaccordo tra i partiti sono parecchi.

Tuttavia entro il 28 giugno, giorno di San Vito, la Serbia, secondo le dichiarazioni del neo presidente del parlamento Predrag Marković, avrà sia la costituzione che un nuovo presidente. Peccato che tanto gli analisti quanto i primi dati degli istituti d'indagine diano più che favorito il candidato dei radicali ultranazionalisti, Tomislav Nikolić.

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