Immagine che rappresenta linee d'ombra sul cemento - © Serhii Ivashchuk/Shutterstock

© Serhii Ivashchuk/Shutterstock 

Kosovo e Serbia hanno firmato a Washington un accordo di normalizzazione economica: l'entusiasmo del presidente USA Donald Trump - che l'ha definito "storico" - non riesce però a risolvere i numerosi dubbi sull'efficacia e sulle potenziali ricadute negative dell'intesa

10/09/2020 -  Francesco Martino

Un “risultato storico”, frutto della “diplomazia innovativa” del presidente americano Donald Trump. E ancora, negli slogan formato twitter dello stesso Trump, un accordo salvifico in grado di portare pace e futura prosperità non solo nei Balcani, ma anche sul tormentato scacchiere mediorientale (“There was a lot of fighting, now there’s a lot of love”).

Nella narrazione dell'attuale amministrazione americana, che lo ha cercato e inseguito soprattutto tramite l'opera dell'inviato speciale Richard Grenell, l'accordo firmato venerdì scorso a Washington tra il presidente serbo Aleksandar Vučić e il premier kosovaro Avdullah Hoti sembra destinato a cambiare i destini di un'intera regione – anzi di due, e in un colpo solo – e a restare a perpetua memoria nei libri di storia.

Ed effettivamente la firma dell'intesa (o meglio delle intese, ed è uno dei molti punti poco trasparenti dell'accordo) nell'ufficio ovale della Casa Bianca, presenziato da un Trump raggiante e volitivo, potrebbe avere conseguenze notevoli sui futuri rapporti tra Pristina e Belgrado: non è affatto chiaro, però, se tutte nella direzione del “lot of love” predicato dal presidente USA.

Per Trump, ne hanno già scritto in molti, il rinnovato sforzo diplomatico statunitense nei Balcani, culminato nella paparazzata “cerimonia-evento” della firma, ha poco a che fare con l'obiettivo strategico di stabilizzare quest'inquieta e complessa area d'Europa, sempre più lontana dagli orizzonti e dalle priorità americane, e molto a che fare con la campagna presidenziale a stelle e strisce, che si chiude a novembre.

Trump, in difficoltà nei sondaggi, voleva un successo internazionale da mostrare ai propri elettori, e l'ha avuto. Non solo: inserendo inaspettatamente l'elemento “mediorientale” nell'accordo, con il riconoscimento reciproco tra Kosovo e Israele, e la promessa di Belgrado di spostare entro luglio 2021 la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, ha potuto presentare agli americani un imprevedibile e insperato “doppio successo”, coronato da una nuova e benvenuta candidatura al Nobel per la Pace.

Nei documenti finali (Vučić e Hoti hanno firmato separatamente accordi dal testo leggermente differente) nulla è rimasto dell'idea, inserita in un primo momento e poi eliminata in fretta, di raggiungere una forma “soft” di riconoscimento reciproco, o di quella ambiziosa e temuta – soprattutto nelle cancellerie europee – di arrivarci attraverso uno scambio di territori tra Belgrado e Pristina.

Ed anche i punti rimasti nelle versioni finali (e in molti si chiedono se un documento con testi diversi e firme separate possa effettivamente essere classificato come un accordo internazionale in piena regola) sono spesso versioni riciclate di intese già raggiunte, accomunati da un generale senso di vaghezza e in conclusione che non lascia troppo spazio all'ottimismo, viste le storiche difficoltà nell'implementare tutti gli accordi firmati negli anni da Kosovo e Serbia, a partire da quelli di Bruxelles – anch'essi definiti “storici” - del 2013.

Anzi, la solidità dell'intesa è iniziata a vacillare ancor prima che l'inchiostro delle firme si asciugasse sulla carta: ieri voci non ufficiali ma ben informate, hanno lasciato intendere che la Serbia rifiuterà di spostare la propria ambasciata a Gerusalemme nel caso in cui Israele dovesse riconoscere il Kosovo, anche perché quest'ultimo impegno compare solo nella versione firmata da Hoti e non in quella sottoscritta da Vučić.

Anche se i risultati pratici degli accordi di Washington dovessero rivelarsi effimeri, per Donald Trump la loro firma rimane però un successo, una cartuccia da spendere nella difficile e spietata corsa alla Casa Bianca. Cosa resta invece per Serbia, Kosovo, per le loro attuali élite e per il processo negoziale nel suo complesso?

Per Vučić il bilancio è a luci ed ombre: nel gioco delle rappresentazioni simboliche, elemento centrale nella partita a scacchi della diplomazia, il presidente serbo è uscito piuttosto ammaccato dall'incontro. Una foto eloquente e molto commentata lo ritrae, solo, seduto di fronte alla scrivania di Trump come uno scolaretto nervoso prima dell'interrogazione. Un'altra immagine – divenuta virale – lo mostra invece sfogliare nervoso il testo appena firmato dopo l'annuncio di Trump che l'ambasciata serba si sposterà a Gerusalemme, come se non sapesse esattamente a quali passi avesse appena impegnato il paese che guida.

Nel complesso, però, Vučić è riuscito a rilanciare ancora una volta il proprio ruolo di interlocutore privilegiato, credibile e affidabile dell'Occidente senza pagare un prezzo troppo alto e potendosi vantare di fronte ai cittadini serbi di aver sventato con decisione il tentativo di far passare sottobanco il riconoscimento del Kosovo da parte di Belgrado.

A soffrire potrebbero essere i rapporti con Mosca, raffreddatisi visibilmente negli ultimi tempi, e in parte con la Cina (uno dei punti proibisce ai contraenti di acquistare “materiale tecnico 5G da parte di 'fornitori inaffidabili'”, con chiaro riferimento a Pechino), ma per il presidente serbo l'equilibrismo tra i grandi blocchi geopolitici, ereditato in parte dalla tradizione jugoslava, non è certo qualcosa di nuovo, e domani le carte in campo potrebbero cambiare ancora, e in fretta.

Per Avdullah Hoti le possibilità di spazio negoziale erano ridotte al lumicino fin dalla partenza. Per il Kosovo, in generale, è difficile dire di “no” agli USA, principale garante della propria indipendenza, ma l'attuale esecutivo è particolarmente in debito con l'amministrazione Trump, che secondo molti osservatori ha dato il contributo decisivo a far cadere il precedente governo di Albin Kurti (Vetëvendosje), vincitore delle ultime elezioni, proprio per avere un interlocutore bendisposto alla firma degli accordi di Washington.

Il riconoscimento reciproco con Israele, sempre nel caso venga portato effettivamente in porto, è un risultato significativo, ma il prezzo pagato da Pristina è alto. Ancora sul fronte simbolico, il Kosovo diventa infatti, nelle parole entusiasticamente twittate da Trump, “un paese a maggioranza islamica che normalizza i rapporti con Israele”, costringendo il paese in una categoria etno-religiosa che Pristina rifiuta e si è sempre guardata attentamente dal fare propria, anche solo in parte.

L'obiettivo centrale, quello del riconoscimento da parte serba, resta intanto lontano e al momento irraggiungibile. Non solo: il Kosovo si è impegnato a congelare per un anno i propri sforzi per cercare l'ammissione a organismi e organizzazioni internazionali (mentre la Serbia si è impegnata a bloccare, sempre per dodici mesi, la sua campagna di de-riconoscimenti).

Sul fronte del processo negoziale, è invece ancora difficile capire quali saranno le ricadute della firma a Washington nel medio e lungo periodo. Per alcuni “euro-ottimisti” la velleità e l'opportunismo dell'azione diplomatica di Trump rilanciano indirettamente i negoziati facilitati da Bruxelles, confermando che l'unico attore in grado di raggiungere una normalizzazione dei rapporti sostenibile è l'Unione europea, attraverso la prospettiva di integrazione di entrambi i contendenti.

Perché l'ottimismo si trasformi in risultati, però, sarebbe necessario un rilancio dell'investimento politico Ue nell'area, che al momento resta dubbio, nonostante la nomina di Miroslav Lajčák a nuovo inviato speciale, arrivata al traino del rinnovato interesse americano alla questione serbo-kosovara.

La dinamica degli ultimi eventi conferma però che Ue e USA approfondiscono le divergenze sulla questione serbo-kosovara (la diplomazia europea, ad esempio, non ha nascosto la sua disapprovazione su un eventuale spostamento di ambasciate a Gerusalemme), rendendo il tradizionale lavoro in “tandem” tra Bruxelles e Washington sempre più problematico, soprattutto in caso di rielezione di Trump.

Quello che è certo è che l'approdo finale è lontano e incerto. Reduci dalla sbornia mediatica di venerdì a Washington, con l'inizio della nuova settimana lavorativa Vučić e Hoti si sono di nuovo incontrati a Bruxelles per parlare – stavolta lontano dalla luce dei riflettori - di persone scomparse, rifugiati, protezione delle minoranze, reciproche rivendicazioni economiche: tutti piccoli e fondamentali passi nel lungo e faticoso percorso verso la normalità, rimasti fuori dagli accordi “storici” di Trump.


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