Picasso - Guernica

Alla luce dei tragici eventi verificatisi due mesi fa in Kosovo, la scrittrice Melita Richter, stila con passione un testo, pubblicato sul Piccolo di Trieste, con l'intento di mostrare l'esistenza di un sentire comune tra membri di nazionalità differenti

11/05/2004 -  Anonymous User

Scrive Melita Richter Malabotta
"Nei mesi scorsi una donna anziana è stata bastonata a morte nel suo bagno; un bambino di due anni è stato ferito e sua madre uccisa con un colpo di fucile; due giovani sono stati uccisi con il lancio di una granata e una donna non osa pronunciare il proprio nome in pubblico per paura che coloro che hanno tentato di violentarla possano tornare. Tutte queste vittime sono serbe.
E' triste dirlo, ma questi non sono degli incidenti isolati. Molti dei serbi che sono rimasti si sono chiusi nelle loro case, terrorizzati da un'atmosfera in cui ogni suono che sentono sembra loro una minaccia, ogni automobile che si ferma può portarli via, verso la morte.
C'è anche il caso della coppia di anziani che non hanno niente da mangiare e che hanno paura di avventurarsi a uscire di casa per andare a comprare il cibo perché sono consapevoli che la loro scarsa conoscenza della lingua albanese sarebbe notata. I loro vicini albanesi non possono dare loro alcun cibo perché gli è stato intimato di "non nutrire i serbi".
So come possano sentirsi i serbi e i rom che sono rimasti; lo so perché io stesso con quasi 2 milioni di albanesi mi ero trovato nella stessa identica situazione solo due mesi e mezzo fa. Riconosco la loro paura. Noi avevamo saputo dalla radio che Belgrado aveva dato alle sue truppe la licenza di uccidere - incluso donne, bambini e vecchi - secondo la propria volontà.
Allo stesso tempo, poco o nessun aiuto potevamo aspettarci dai nostri vicini serbi.
E' per questo che non posso nascondere la mia vergogna scoprendo che, per la prima volta nella nostra storia, anche noi, albanesi del Kosovo, siamo capaci di simili mostruosi atti".

Queste potrebbero essere voci di cronaca attuale, ma non lo sono. Sono le parole che l'intellettuale albanese kosovaro Veton Surroi, editore del più noto quotidiano del Kosovo "Koha Ditore" e uno dei leader del gruppo albanese di negoziazione agli incontri di Rambouillet e di Parigi, aveva scritto alcuni mesi dopo l'inebriante vittoria albanese seguita dalla guerra della NATO in Kosovo nel 1999. L'eccezionalità di questa testimonianza è che essa viene pronunciata da un intellettuale albanese che denuncia non soltanto il crimine commesso dai propri connazionali, ma la profonda vergogna per quanto stava succedendo. Potremmo aspettarci che una denuncia simile arrivi alle nostre orecchie in questi tempi bui, quando un'altra ondata di pulizia etnica si sta accanendo sulla popolazione serba del Kosovo?
La lettera di Veton Surroi è stata tradotta in molte lingue ed ha girato il mondo, ripresa da diverse edizioni internazionali. Il codice morale di cui gli Albanesi vanno fieri è stato miseramente infangato con i delitti perpetrati sulla popolazione civile, sulle donne e bambini, sugli anziani. Oggi alla stessa aberrante pratica di pulizia etnica si sono aggiunte le devastazioni dei luoghi di culto, chiese e monasteri che testimoniano la secolare presenza dei serbo ortodossi.

Solo qualche mese prima della pubblicazione della lettera di Surroi, Natasa Kandic, intellettuale serba e responsabile del Humanitarian Law Center di Belgrado, era una delle poche persone partite da Belgrado verso il Kosovo durante la fase più accesa della repressione scatenata dal regime di Milosevic - inferocito per i bombardamenti NATO -, con l'intenzione di tirare fuori dall'inferno quanti più poteva dei suoi amici albanesi, membri dello stesso Centro. Con un costante rischio per la loro e per la propria vita, Natasa ha viaggiato in lungo e in largo in quelle terre messe a ferro e fuoco annotando accuratamente quanto stava accadendo, quanto lei poteva osservare: le case sventrate, bruciate, il panico della popolazione perseguitata, il vagare della gente, le sue sofferenze, le sue narrazioni, le umiliazioni subite, i crimini dei quali sono stati testimoni forzati, le morti inflitte ai loro familiari dalle incursioni degli uomini in uniforme serba, mascherati, oppure di quelli a volto scoperto, spavaldi e tuttora non giudicati. Natasa raccoglierà frammenti di storie raccapriccianti che raccontano nel dettaglio il modo in cui avvenivano i crimini, chi li commetteva e chi li subiva. Nomi e cognomi dei morti, assassinati, sgozzati. Il Dossier di Humanitarian Law Center di Belgrado è inverosimilmente spesso. Oggi, nella capitale serba, al nuovo governo democraticamente eletto esso procura molto fastidio, soprattutto a coloro che non vogliono vedere il proprio nazionalismo e riconoscere i misfatti commessi in nome del proprio popolo. Per la Corte Internazionale dell'Aia, esso rappresenta un prezioso documento.
Sono rare le testimonianze come quelle di Surroi e della Kandic, personalità dotate di straordinario coraggio nella denuncia del crimine compiuto dal proprio nazionalismo, non da quello altrui.

Zarana Papic, una delle leader del movimento femminista e pacifista di Belgrado, figura nota internazionalmente, morta prematuramente nel settembre del 2002, aveva svolto una spietata analisi della genesi del delirium tremens del nazionalismo serbo accompagnato da un incontrollabile imbarbarimento dei modelli culturali. Secondo lei, il destino dell'ex Jugoslavia si era indirizzato verso una serie di guerre quando Milosevic aveva iniziato ad alimentare e orientare l'odio dei serbi verso gli albanesi, presentandolo come un sentimento legittimo e perfino fondante dell'identità nazionale serba. "Al momento in cui questo odio grande, innegabile (visto dai serbi) veniva scatenato, una serie di 'odi minori' diventava immanente alle guerre che divennero possibili in Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina. Poi, il cerchio del crimine è giunto al suo punto di partenza". Ma, come constata un'altra autorevole voce serba, quella di Latinka Perovic, nota storica e filosofa e figura di spicco della scena politica jugoslava, già dimissionaria della Presidenza del Comitato Centrale della Jugoslavia e condannata nel 1972 per liberalismo, "il crimine non viene considerato tale, ma lo strumento di una politica che è stata sconfitta solo nei fatti, non nelle menti. Non bisogna ingannarsi: quanto è avvenuto rappresenta una profonda regressione delle coscienze".
La regressione delle coscienze e l'incessabile produzione da parte dei media dello stereotipo etnico sull'Altro hanno creato l'indifferenza dei Serbi verso le vittime Albanesi e l'indifferenza degli Albanesi verso i Serbi. La distruzione dell'Altro Corpo era diventata parte costituente della "normalità" degli ultimi quindici anni. Oggi questa distruzione si accanisce contro i simboli della presenza storica, spirituale e culturale del popolo serbo nella terra di Kosovo, ed è la stessa che vede le bande nazionaliste incendiare e profanare le moschee nelle città serbe. Muhamedin Kullashi, dottore di filosofia contemporanea e teoria politica che ha a lungo insegnato all'ateneo di Pristina prima di essere stato allontanato con altri novecento universitari albanesi in seguito a una vasta politica discriminatoria del regime di Milosevic e che attualmente vive ed insegna a Parigi, mi ha riportato delle testimonianze che lui stesso aveva avuto occasione di raccogliere, sia dalla parte serba che quella albanese. Tra le altre, il commento di un vecchio albanese che, rattristato nel vedere come gli albanesi toglievano le statue dei personaggi storici serbi nella città di Prizren, aveva commentato: "Il potere serbo aveva tolto di forza tutti i monumenti che appartenevano all'eredità culturale albanese agli inizi degli anni '90. Questa volontà di cancellare tutte le tracce della presenza dell'Altro si riproduce ora nei gesti delle loro vittime. Si ha percezione che perlomeno alcuni Albanesi, dopo quel che hanno sofferto, non vedano altro sbocco che la vendetta. La ripetizione degli stessi gesti, della stessa logica.... Un circolo vizioso."
Questo circolo vizioso sembra aggiungersi alla vecchia spirale che avvolge le popolazioni kosovare ancora dai tempi ottomani: oppressione-rivolta-sconfitta-repressione-fuga. Attualmente tocca ai serbi, ma la spirale non risulta essere arrivata alla fine. Ce lo ricorda ancora una volta Surroi:

"Chi pensa che la violenza cesserà quando l'ultimo serbo sarà cacciato via, s'illude. La violenza sarà semplicemente volta verso gli altri albanesi. E' veramente questo ciò per cui abbiamo combattuto?"
La società albanese non si pone una simile domanda e il discorso di un coraggioso intellettuale rimane la voce di una discorso fatto in solitudine. E mentre la indecisione della comunità internazionale di prospettare una soluzione del nodo Kosovo rivela tutta la sua incapacità politica, mentre in queste lande nessuno ha mai punito qualcuno per non avere lottato per il mantenimento e la crescita della società multietnica, i più impazienti spingono verso l'uso della violenza. Del resto, si è visto che nei Balcani la violenza paga e che le enclave etniche sono ben viste dalla comunità politica internazionale (vedi la Bosnia disegnata a Dayton) perché "semplificano" la complessità balcanica e la rendono più governabile/manipolabile. In questo clima riscaldato dai roghi dei monasteri, delle chiese, delle moschee e dei libri santi, due graffiti apparsi sui muri della cittadina del pianeggiante Banato, Pancevo, dicono così: "Evviva l'amicizia serbo-albanese!" e "Non abbandoniamo i nostri Albanesi!". Messaggi che hanno scandalizzato gli spiriti nazionali e tutti coloro che in essi hanno individuato l'evidente cospirazione anti-serba. La costernazione è stata ancora più grande alla scoperta che gli esecutori di questo grave fatto siano stati il caporedattore del rispettabile settimanale locale "Pancevac", Nenad Zivkovic e il direttore artistico Dunja Sasic.

E' del tutto probabile che i due pagheranno cara la loro follia cosmopolita, la loro coraggiosa fuoriuscita dai prestabiliti cori nazionalisti che aizzano allo sterminio (impunito) dell'Altro, ma questa azione accende l'esile speranza sulla possibilità (anche se di minoranze sparute) di rivedere le relazioni e il dialogo tra i due gruppi etnici. Che questa via non è del tutto impossibile, lo dimostra la pronta reazione di 57 associazioni non governative (ONG) che si sono riunite il giorno 19 marzo, ossia due giorni dopo lo scoppio delle violenze in Kosovo e dopo la immediata rivalsa contro le minoranze in Serbia e che da differenti luoghi di Belgrado e Pristina, hanno condannato tutte le violenze commesse nei ultimi giorni, hanno proposto un coordinamento per il piano di attività urgenti della società civile, chiesto la cessazione delle persecuzioni e distruzioni delle proprietà e dei monumenti culturali e il ritorno di tutti i profughi nelle loro case. Richieste necessariamente accompagnate da un urgente innalzamento del livello di sicurezza per tutti i cittadini del Kosovo.

Di Melita Richter Malabotta vedi anche:

Sono le soglie, non i confini, a facilitare l'incontro


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