Adem Rizainović (foto Laetitia Moreni)

Adem Rizainović (foto Laetitia Moreni)

Luoghi sospesi nel tempo, lontani dalla frenesia della capitale e dalle cucine high tech. Sono le kafane di Belgrado e ne raccontano un’anima tutta particolare

20/03/2017 -  Giovanni Vale Belgrado

“La storia vuole che Gavrilo Princip abbia pianificato proprio qui l’attentato all’arciduca austriaco Francesco Ferdinando. Probabilmente, la decisione venne presa tra una partita di biliardo e l’altra”. Seduto ad un tavolo della Zlatna moruna (lo “Storione dorato”), lo scrittore serbo Dušan Veličković ricorda l’evento che diede inizio alla Prima guerra mondiale. Le gambe accavallate e la mano destra appoggiata sulla coscia, l’autore di “Serbia hardcore” lascia che il suo sguardo vaghi tra le sedie vuote e sparpagliate. “Negli anni Novanta, con le privatizzazioni, questo posto è diventato un centro scommesse, poi un negozio cinese. Ora, anche se non c’è nulla che ne ricordi il passato, è perlomeno tornato alla sua funzione originaria”, prosegue Veličković, avvolto come in una sciarpa dal fumo della sigaretta che tiene tra le dita. A due passi dal mercato di Zeleni Venac e poco lontano dalla stazione ferroviaria, questa kafana è una delle più celebri della capitale serba e, al tempo stesso, una delle più trascurate.

Vittime del tempo, delle mode o del libero mercato, con cui devono confrontarsi senza una legge che ne protegga il prestigioso curriculum, le kafane belgradesi passano di mano, si trasformano e, spesso, scompaiono, com’è successo alla Zlatna moruna per un breve tratto della sua secolare esistenza. Questi luoghi di incontro senza tempo, con la cucina aperta ad ogni ora e dove “si rifà il mondo”, a volte nel vero senso della parola, raccontano un’importante parte della vita di Belgrado, che mescola le abitudini della società e il fermento costante della politica. “Che poi, fu un eroe o un terrorista Gavrilo Princip?”, riprende Dušan Veličković con un sorriso compiaciuto. E senza aspettare una risposta, segue subito il filo del proprio pensiero. “Col senno di poi, io direi che fu un terrorista. Ma non lo si può più giudicare con gli occhi di allora. In ogni caso, era giovane, naïf e un po’ matto e, soprattutto, manipolato da ufficiali dell’esercito serbo…”, aggiunge l’autore, consapevole di iniziare così, a pochi passi dalla via dedicata proprio a Princip, una tipica discussione da kafana.

Non parliamo di politica

Branko Dimitrijević (foto G. Vale)

Branko Dimitrijević (foto G. Vale)

“Nećemo o politici” è il titolo di uno dei romanzi di Branko Dimitrijević ed è anche una di quelle frasi che vengono regolarmente pronunciate nei locali di Belgrado. “Vi prego, non parliamo di politica!” potrebbe essere la nostra traduzione, l’intervento provvidenziale che evita la degenerazione di una partita di briscola in una rissa ideologica. Esperto di questi territori fumosi e delle conversazioni sdrucciolevoli che vi germogliano, Dimitrijević ha ambientato quasi tutti i suoi libri nelle kafane di Belgrado. “Sono dei luoghi ibridi, che hanno degli elementi austriaci e turchi. Come questa città, d’altra parte”, spiega lo scrittore, emigrato negli Stati Uniti nel 1985 e rientrato in patria solo nei primi anni Duemila. “Si beve caffè e non tè, si può leggere il giornale, si mangia gulasch, pasulj, ma anche carne alla griglia, come i ćevapčići o la pljeskavica. Si può fumare all’interno e le tovaglie sono di solito come questa, a quadretti bianchi e rossi”, afferma Dimitrijević, passando una mano su un tavolo della Srpska Kafana, in via Svetogorska.

“Un’altra costante di questi posti è il servizio generalmente scadente”, lancia a bassa voce e piegandosi leggermente per sfuggire alle orecchie del cameriere, impeccabile nella sua camicia bianca e nell’atteggiamento scontroso. “Ai tempi della Jugoslavia, eravamo tutti dipendenti e a chi lavorava nelle kafane, non importava se si vendesse o meno. Così, poteva capitare di aspettare anche un’ora prima che qualcuno venisse a prendere le ordinazioni e di solito si limitava ad un secco: Cosa vuoi?”, ricorda Dimitrijević divertito. Oggi, anche se la concorrenza ha imposto un minimo di attenzione alla clientela, l’efficienza di sala non è ancora di casa, o perlomeno (e forse anche per fortuna) non è ancora ai livelli delle tavole calde più moderne, dove i tablet hanno sostituito i taccuini e la comunicazione con la cucina si fa sulle onde invisibili dell’internet senza fili. “Per me, la principale novità resta la birra fresca. Al tempo, i frigoriferi erano piccoli e d’estate la si beveva tiepida troppo spesso”, prosegue Dimitrijević, sistemandosi poi più comodamente sulla sedia prima di precisare a quale “tempo” stia facendo riferimento.

Il triangolo delle Bermuda

“L’età d’oro delle kafane belgradesi si svolse tra la fine degli anni Sessanta e i primissimi anni Ottanta. Belgrado era la capitale della Jugoslavia, un grande stato multietnico, ed in posti come questo si incontravano persone arrivate da ogni dove. Erano questi individui, con i loro accenti, le loro barzellette e le loro discussioni, a creare quell’atmosfera unica”, afferma lo scrittore, fissando la città oltre la finestra e sorseggiando il caffè, ormai freddo. Emigrato appena in tempo per non assistere allo sfascio, ai discorsi d’odio e alle guerre, l’autore di “Oktoberfest” (da cui l’omonimo film di Dragan Kresoja) ricorda un periodo che corrisponde alla sua giovinezza e su cui è cresciuta negli anni una rigogliosa nostalgia. “Le kafane erano ovunque”, da Kalemegdan ai quartieri meridionali di Belgrado. Il solo centro storico poteva contare su Kolarac, Znak pitanja, Brankovina, Majestic, Proleće e Ruski car (poi diventata “Zagreb” ed ora chiusa). Passata piazza della Repubblica, o scendendo verso la Sava e il Danubio, l’elenco proseguiva e se ne contavano più di cinquanta.

Zlatna moruna interno (foto G. Vale)

Zlatna moruna interno (foto G. Vale)

La loro concentrazione era poi particolarmente elevata nei pressi delle sedi dei giornali, della radio e della televisione. Tre locali, disseminati sullo spiazzo che si apre davanti all’edificio del celebre quotidiano Politika, costituivano il così detto “triangolo delle bermuda”: Pod lipom, Grmeč e Šumatovac, delle quali non resta che quest’ultima, diventata però un elegante ristorante. “La si chiamava così per il fatto che molte persone vi si perdevano tra un bicchiere e l’altro e sparivano per giorni”, prosegue Branko Dimitrijević, che ricorda anche come i giornalisti della Tv di Stato avessero battezzato altri due posti con i nomi di “Studio 3” e “Ufficio di produzione”. “Se cercavi qualcuno e ti dicevano “E’ all’ufficio di produzione”, sapevi che dovevi scendere in strada ed entrare al Lasta”, un piccolo buffet che ha recentemente riaperto vicino alla chiesa di San Marco. L’autore scoppia in una risata, poi ammutolisce. Davanti a lui, ora, la Jugoslavia multietnica non esiste più, Politika fatica a ricostruire la propria reputazione compromessa negli anni di Milošević e la kafana in cui ci troviamo è mezza vuota. E’ tutto perduto?

Giovani marinai

Dimitrijević esita. Da un lato, questi locali, passati attraverso la febbre del nazionalismo e gli anni del capitalismo selvaggio, non gli sembrano più quelli di un tempo. “Mancano gli sloveni, i bosniaci, i croati, i macedoni…”, spiega. Dall’altro lato, però, ammette che gli è difficile separare il ricordo delle kafane dalla trama della propria giovinezza. Quella sì, definitivamente perduta. Per trovare una risposta, allora, bisogna uscire dalla Srpska kafana, risalire Svetogorska, passare l’ormai inoffensivo triangolo delle Bermuda ed approdare al Mornar (“il Marinaio”), che per qualche scherzo del destino si trova davanti alla Dom omladine, la Casa della gioventù di Belgrado. All’interno, tra i tavolini blu mare e i posacenere che fumano come piccoli battelli, dei gruppi di giovani rifanno il mondo proprio come cinquant’anni fa, anche se i cellulari spuntano ogni tanto tra i bicchieri. Scelgono Mornar perché è economico e confortevole, ma anche per via del suo fascino discreto e trasandato, proprio quello che lo scrittore ricordava con rimpianto.

“E’ il mio posto preferito, perché bisogna aspettare dei secoli prima che un cameriere venga a servirti ed è quest’atmosfera lenta che lo rende speciale”, spiega Natalija Ostojić, seduta davanti ad una pinta di birra e ad un’agenda fitta di appunti scritti in colori diversi. Da quando l’Hotel Royal (celebre per la sua area ristorante aperta 24/24) ha chiuso per lavori, questa giovane architetta belgradese è una habituée di Mornar. Quella che descrive, inconsciamente, è un’atmosfera da “età dell’oro delle kafane”. “Non si viene qui per una chiacchierata rapida o un caffè al volo, ma per starci finché chiude, scambiando intanto sorrisi, parole e živeli con degli sconosciuti”, racconta, assicurando che “nessuno fa conversazioni spicciole nelle kafane”, ma si condividono “opinioni, pensieri, paure e desideri”. Insomma, attorno a questi tavoli rigorosamente quadrati - “mai rotondi perché i quattro lati rappresentano altrettanti punti di vista diversi”, precisa Natalija - lo spirito dei luoghi continua ad aleggiare, anche grazie ad una generazione che ha fatto pace con il “vecchio”, o il “vintage”, come si direbbe ora.

La kafana sull’isola

Evitato così lo scoglio della nostalgia e con le vele tese dalla rinnovata energia dei giovani belgradesi, questa storia può ora avviarsi verso la sua conclusione, per la quale sarà necessaria una barca vera e propria. Lasciato Mornar, l’appuntamento è infatti sulla via che porta alla Sava, dove aspetta Milan Simić, un artista di 33 anni che ha fatto dei fiumi di Belgrado il suo spazio di lavoro, disegnando i battelli e le chiatte che sfilano ai lati di Kalemegdan. La kafana preferita di Milan non si trova nel centro storico, né nella parte nuova della città, ma sull’Ada Međica, l’isoletta vicina alla sorella maggiore, Ada Ciganlija, e raggiungibile soltanto con un piccolo traghetto. Sulla riva meridionale dell’isola, tra le palafitte dall’aria trascurata costruite accanto all’acqua e gli alberi dai rami cascanti, la “vera kafana” - come l’ha presentata il giovane pittore - è la tana di Adem Rizainović, originario di Banja Luka ed arrivato a Belgrado alla fine degli anni Sessanta. Un posto informale, che pare sospeso nel tempo, ma che d’estate può accogliere decine di persone attorno ai tavoli in riva al fiume.

All’interno, l’atmosfera è lontanissima dalla Zlatna Moruna, dal biliardo e dal chiasso degli ambienti urbani. Uno stufato di carne cuoce sul fuoco a legna, mentre lo stereo suona delle sevdalinke bosniache e delle canzoni di Rade Šerbedžija che Adem vuole assolutamente ascoltare. “Zitto un attimo!”, dice all’amico Nikola, intento a spiegare come si fa la rakija di mele. Una contemplazione silenziosa prende allora il posto della conversazione. “Questa è vera vita”, sorride Milan, giocherellando col bicchiere. Sul tavolo arrivano intanto libri, album fotografici e dischi, si parla di letteratura e gastronomia. La politica fa capolino soltanto quando Nikola, nato nella capitale, assicura che “a Belgrado non abbiamo mai chiesto: da dove vieni?”. “Finché non è arrivato Šešelj”, lo corregge Adem. “Non chiedermi come la penso - sussurra Milan - crederesti ch’io sia un nazionalista”. L’argomento è allora evitato e Nikola può riprendere il filo: “Con dieci chili di mele fai un litro di jabukovača”. Dalla frutta comprata in Ungheria si passa agli aneddoti sulla Voivodina e lentamente ci si perde.

Mentre il sole tramonta, la kafana scivola in un viaggio al termine della malinconia, in cui la tovaglia a quadri, su cui si accumulano le bottiglie vuote, si trasforma in un palcoscenico di ricordi. Arenati e senza esserci in realtà mai mossi di là, ne usciremo soltanto dopo il crepuscolo, quando Adem solcherà al buio le acque della Sava per riportarci sulla terraferma.


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