Dejan Milovac vice direttore di MANS (foto Monitor)

Dejan Milovac vice direttore di MANS (foto Monitor)

Il Montenegro continua ad essere afflitto da grossi problemi legati alla criminalità e alla corruzione, che vedono protagonista in prima persona l'élite al potere. Ne parla Dejan Milovac vice direttore della ong MANS

07/06/2019 -  Milena Perović – Korać Podgorica

(Originariamente pubblicato dal settimanale Monitor il 30 maggio 2019) 

Recentemente vi è stato l’anniversario dell’omicidio del giornalista Duško Jovanović. A distanza di 15 anni, il caso resta ancora irrisolto. Lei ha affermato che le autorità montenegrine, con il loro atteggiamento nei confronti di questo caso, inviano un messaggio pericoloso e che questo dimostra quanti pochi passi avanti abbia fatto la società montenegrina sulla strada della democratizzazione. Fin dove siamo arrivati nel processo di democratizzazione?

L’integrazione europea è un destino inevitabile del Montenegro, a prescindere da quando avverrà, e le date continuano a essere strumentalizzate a fini prettamente politici, e ancora più spesso per nascondere la reale situazione nel paese. Ed è per questo che nell’opinione pubblica montenegrina è diffusa la percezione che i progressi compiuti nel processo di integrazione europea, di cui parla il governo, non siano accompagnati dalla democratizzazione della società e dal rafforzamento dello stato di diritto.

Il fatto che a distanza di 15 anni l’omicidio del caporedattore del quotidiano Dan Duško Jovanović resti ancora irrisolto dimostra, purtroppo, che non si tratta solo di percezione, ovvero che molte delle riforme intraprese dal governo montenegrino hanno prodotto cambiamenti meramente cosmetici e che la corruzione e la criminalità organizzata continuano a rappresentare il principale ostacolo per la trasformazione del Montenegro in un paese minimamente ordinato.

Per quanto il governo si sforzi, ricorrendo ai metodi più vili, di convincerci del contrario, per le persone comuni lo stato di diritto resta un sogno. Si continua a discutere ampiamente delle questioni nazionali e identitarie, invece di dare riposte ai numerosi e urgenti problemi che riguardano la vita dei cittadini. Preferirei che tutte quelle bandiere, quegli stemmi e altri simboli nazionali, che vengono quotidianamente strumentalizzati dalla maggior parte dei partiti politici montenegrini, venissero esposti nelle nuove fabbriche, scuole, ospedali e altre strutture così da contribuire alla creazione di nuovi posti di lavoro e al miglioramento della qualità di vita dei cittadini.

Il presidente Milo Đukanović ha recentemente dichiarato che in Montenegro i media indipendenti e una parte del settore non governativo sono il fulcro dell’opposizione e che perseguono solo interessi economici e politici. Come interpreta questa affermazione? Si tratta di un altro messaggio pericoloso?

Đukanović ha pronunciato affermazioni molto più pericolose ed esplicite contro i media e la società civile, e questo modo di esprimersi fa parte integrante della sua retorica. Come ogni altro dittatore al potere da molti anni, anche Đukanović sta cercando di intimidire – bersagliandoli in ogni possibile occasione – i nemici dell’illegalità e dell’ingiustizia, due fenomeni che costituiscono il fulcro del suo potere.

Non stupisce che Đukanović percepisca la società civile e i media indipendenti, piuttosto che l’opposizione, come principali forze di resistenza contro il suo potere. I media e la società civile affrontano i principali problemi riguardanti l’operato del potere con molta più attenzione rispetto ai partiti di opposizione, che si lasciano facilmente coinvolgere in discussioni su questioni di secondaria importanza e sono molto più vulnerabili alle trappole di cui è piena la palude della politica montenegrina. Una palude in cui Đukanović naviga molto bene ormai da 30 anni, cercando di svuotare di ogni significato la resistenza contro il suo regime.

Quando qualcuno da anni si rifiuta di abbassarsi al livello di Đukanović e, al contempo, lavora con grande dedizione per portare alla luce la corruzione e la criminalità organizzata, su cui in buona parte poggia il suo potere, questo suscita in Đukanović frustrazione e nervosismo, che negli ultimi anni sono più che evidenti.

La scorsa settimana la procura di Podgorica ha respinto la denuncia presentata dalla Rete per l’affermazione del settore non governativo (MANS) – di cui lei è vicedirettore – contro il direttore dell’Agenzia per la prevenzione della corruzione (ASK) Sreten Radonjić, sospettato di abuso d’ufficio per aver rifiutato di avviare un’indagine nei confronti del presidente Đukanović. Riesce a immaginare che la procura o l’Agenzia per la prevenzione della corruzione indaghino su Đukanović?

Radonjić, che è una mera pedina al servizio del potere, è stato piazzato alla direzione dell’Agenzia per la prevenzione della corruzione con il compito di svuotare questa istituzione di ogni significato, e soprattutto con l’intento di soffocare ogni tentativo di indagare i più alti funzionari statali e di partito per corruzione e arricchimento illecito. Anche quest’anno la Commissione europea, nella sua relazione sui progressi compiuti dal Montenegro nel processo di adesione, si è occupata dell’operato dell’Agenzia per la prevenzione della corruzione, ribadendo la propria preoccupazione per la scarsa indipendenza e credibilità dell’Agenzia e per il modo in cui definisce le priorità di intervento.

Per quanto riguarda la procura, è sufficiente dire che il cosiddetto periodo del “silenzio assoluto della procura”, con Ranka Čarapić come procuratore generale, può essere considerato il periodo d’oro della procura, che a quel tempo non veniva usata per ripulire le biografie di diversi politici e criminali ad essi legati. Invece il duo Stanković-Katnić [Ivica Stanković, attuale procuratore generale, e Milivoj Katnić, attuale procuratore speciale, ndt] finora non ha fatto niente per ripristinare la fiducia dei cittadini montenegrini nella procura e per far sapere ai politici corrotti e ai membri del sottobosco criminale che il Montenegro non vuole più essere un campo da gioco per criminali locali e stranieri, un porto sicuro per il riciclaggio di denaro sporco e per il contrabbando di sigarette, armi e narcotici, e un paese in cui i procuratori incompetenti agiscono, consapevolmente o meno, nell’interesse di politici e criminali.

Le affermazioni banali, come quella secondo cui la macchina della giustizia è “ripartita” e “non ci sono intoccabili”, e certe uscite al limite del surreale non sono degne di procuratori seri, e tanto meno possono sostituire azioni concrete nella lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione nelle più alte istituzioni statali.

Per quanto riguarda invece le indagini nei confronti di Đukanović, emergono continuamente nuove prove contro di lui, contro i membri della sua famiglia e contro diverse persone a loro legate in Montenegro e all’estero. Per ora queste prove continuano ad accumularsi nei cassetti della procura, ma voglio credere che si accumulino anche da qualche altra parte. Credo che sia necessario e importante raccogliere prove di ogni reato commesso dall’ultimo dittatore europeo, nonostante le istituzioni montenegrine, in primis la procura, stiano cercando di scoraggiare ogni impegno in tale direzione.

Đukanović è tutto tranne che stupido, e finché sarà al potere non permetterà che le posizioni chiave nelle istituzioni incaricate di combattere la criminalità organizzata e la corruzione vengano occupate da persone che potrebbero danneggiarlo politicamente. Chiedersi se Stanković e Katnić sono sempre stati riluttanti a prendere in considerazione prove incriminanti nei confronti di Đukanović o hanno sviluppato questa “avversione” solo dopo essere diventati procuratori è meno importante del fatto che la “Prima famiglia” del Montenegro continua a essere risparmiata dalle indagini.

È di questi giorni la notizia che dalle tasche dei cittadini montenegrini verranno presi altri 5 milioni di euro per la costruzione dell’autostrada Bar-Boljare, per alcuni lavori inizialmente non previsti. Ancora non sappiamo cosa ci sia scritto nell’accordo che il governo montenegrino ha stipulato con la Cina per la costruzione di quest'autostrada, e MANS già da qualche tempo sta cercando di porre l’attenzione su questa problematica. Com’è possibile che un progetto di tali dimensioni sia così poco trasparente?

La stragrande maggioranza dei cittadini montenegrini non è ancora consapevole delle conseguenze che gli accordi stipulati con l’impresa CRBC (China Road and Bridge Corporation)e con la Banca per lo sviluppo cinese (Exim Bank) avranno sulle generazioni future. Questo è per buona parte merito del governo montenegrino, che fa di tutto per nascondere informazioni su questo investimento, aprendo così la porta agli abusi e alla corruzione.

Subito dopo l’avvio di questo progetto, MANS ha chiesto che venisse istituita una commissione indipendente per vigilare sull’attuazione dell’Accordo per la progettazione e costruzione dell’autostrada e dell’Accordo per il credito, ma i deputati della coalizione di governo hanno votato contro la proposta. Di conseguenza, ora abbiamo le commissioni governative in cui vige la regola dell’omertà, e un sistema, che sfugge ad ogni controllo, di erogazione dei contributi pubblici per l’acquisto di carburante, pietra, sabbia e macchinari, e nessuno ha informazioni precise né sta vigilando sul corretto utilizzo di suddetti contributi da parte dei subappaltatori.

Per i lavori aggiuntivi, straordinari e imprevisti sulla nuova autostrada – come il governo definisce ulteriori interventi da diversi milioni di euro tolti dalle tasche dei cittadini – possiamo invece ringraziare l’ex ministro dei Trasporti Ivan Brajović, che ha stipulato l’accordo con i cinesi.

È molto difficile prendere sul serio la spiegazione fornita dalle autorità competenti secondo cui i ponti per l’accesso all’autostrada, lo svincolo di Smokovac e la rete di distribuzione di energia elettrica e acqua non sono previsti dal progetto sulla base del quale è stato stipulato l’accordo. Non c’è modo di verificare la veridicità di questa spiegazione perché il Progetto definitivo è stato dichiarato segreto dal governo. In parole povere, ci siamo messi d’accordo con i cinesi che ci avrebbero costruito una casa vivibile, e ora che la casa è quasi pronta emerge che inizialmente non erano previsti né il tetto né le finestre, e se vogliamo che vengano realizzati dobbiamo pagare una somma aggiuntiva.

MANS ormai da tempo mette in guardia sul fatto che sono sempre più numerose le istituzioni statali e le aziende che stanno cercando di nascondere informazioni sulle proprie entrate e uscite, mentre i progetti di investimento pubblici vengono dichiarati segreti. A differenza della dicitura “confidenziale” o “interno”, che le istituzioni statali possono apporre su certi documenti solo per un periodo di tempo limitato, la dicitura “segreti commerciali”, secondo la normativa vigente, non è vincolata da limiti temporali, e di conseguenza si presta facilmente ad abusi.

La nostra esperienza dimostra che le istituzioni statali e diverse aziende appongono la dicitura “segreto commerciale” anche sui documenti che devono essere resi pubblici, ovvero il cui contenuto è di innegabile interesse pubblico. Non di rado accade che gli accordi stipulati tra lo stato e soggetti terzi, e le erogazioni di contributi pubblici previsti da questi accordi, vengano dichiarati segreti commerciali, ed è una prassi inaccettabile.

Nella sua ultima relazione sui progressi compiuti dal Montenegro, la Commissione europea ha espresso preoccupazione per la crescente tendenza del governo montenegrino a classificare certe informazioni come segrete, mettendo in guardia sul fatto che tale prassi ostacola un’efficace vigilanza della società civile sull’operato della pubblica amministrazione.

Gli abitanti del villaggio di Bukovica difendono l’omonimo fiume dal rischio di essere “incanalato in tubi”. Chi trae vantaggio dalla costruzione di piccole idrocentrali sui fiumi montenegrini?

Prima ancora che si cominciasse a parlare della costruzione di piccole idrocentrali, MANS ha messo in guardia sul fatto che la politica energetica del Montenegro non era finalizzata al raggiungimento dei target fissati dall’Unione europea in materia di energia sostenibile, e che il governo stava cercando di trasformare il paese in uno dei principali esportatori di energia elettrica nei Balcani. Uno dei primi passi intrapresi in tale direzione è stato l’avvio di un progetto di interconnessione elettrica con l’Italia, con l’evidente scopo di trasformare il Montenegro nel principale nodo di interscambio energetico nella regione.

L’affare con le piccole idrocentrali ha come obiettivo quello di permettere ai tycoon privilegiati di generare profitto e non ha nulla a che fare con l’aumento della quota di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili sul consumo finale lordo. In Montenegro l’energia elettrica prodotta da piccole idrocentrali costituisce un’esigua percentuale della produzione totale nazionale, e gli unici a trarre beneficio dalla costruzione di piccole idrocentrali sono i loro proprietari, che hanno l’esclusivo privilegio di usufruire di una risorsa naturale che appartiene a tutti i cittadini e di devastarla impunemente nella corsa al profitto.

In quale misura l’opinione pubblica montenegrina è stata coinvolta nel processo decisionale che ha portato alla situazione sopra descritta lo dimostrano le proteste quasi quotidiane dei cittadini che chiedono che i loro fiumi vengano protetti. L’annuncio del ministero dell’Economia che tutti i contratti di concessione per la costruzione di piccole idrocentrali saranno “nuovamente sottoposti alla verifica” di conformità alle disposizioni di legge è vergognoso e impertinente e la dice lunga sull’esigua quantità di tempo e sforzo investita dallo stato per difendere l’interesse pubblico in questo affare.


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