Jeton Neziraj, foto di Slavica Zeiner per gentile concessione

Jeton Neziraj, foto di Slavica Zeiner per gentile concessione

Intervista al drammaturgo kosovaro Jeton Neziraj sul ruolo politico del teatro, sui rapporti tra Kosovo e Serbia, sul no dell'Ue ai negoziati per l'allargamento. E molto altro

12/11/2019 -  Valentina Vivona Lione

Il drammaturgo Jeton Neziraj ha portato il suo spettacolo “Peer Gynt dal Kosovo” a Lione, in Francia, per il festival teatrale “Sens Interdits” . In modo scanzonato, l’opera racconta la parabola di un ragazzo qualsiasi del Kosovo che decide di emigrare in Europa dove - respinte le sue due richieste d’asilo - finisce per entrare in una gang di rapinatori. Arrestato, in carcere avviene la sua radicalizzazione religiosa. 

Lo spettacolo è del 2014: quanto si parlava di estremismo in Kosovo allora? 

Nel copione originale Peer, dopo aver viaggiato in Europa, torna in Kosovo per combattere nel suo paese. Nel 2017 ho deciso di adattare il copione di “Peer Gynt” perché volevo scrivere qualcosa sull’estremismo in Kosovo. Era davvero un problema a quei tempi, molti ragazzi partivano per combattere in Siria con l’ISIS e alcuni di loro condividevano video sui social media per fare proseliti. Abbiamo portato lo spettacolo in numerose città kosovare, in particolare in quelle più problematiche. Per esempio, siamo andati a Kaçanik/Kačanik, la città da cui proveniva il comandante dell’ISIS Lavdrim Muhaxheri che prendo in giro in una scena dello spettacolo. Volevamo confrontarci con i giovani e alla fine penso che ci siamo riusciti: la maggior parte delle persone era disposta a parlare, ad ammettere la falsità dei messaggi estremisti che riceveva. Ma altre persone ci hanno invece detto che stavamo insultando i loro eroi, alcune hanno abbandonato la sala durante lo spettacolo. Per chi ha amici o parenti in Siria, non è facile accettare il nostro spettacolo.

Peer Gynt dal Kosovo

L’estremismo religioso è ancora un problema in Kosovo? 

Non più perché il governo, la società civile, le agenzie internazionali, tutti hanno saputo reagire in modo rapido ed efficace. In meno di due anni il flusso di foreign fighters dal Kosovo alla Siria si è interrotto. Questo anche grazie all’approvazione di una legge che impedisce ai kosovari di prendere parte a guerre all’estero.

Nei suoi spettacoli cerca di rappresentare i disagi della società in cui vive? O, piuttosto, di esorcizzare ciò che le dà fastidio?

Sicuramente mi interessano i problemi della società kosovara, ma mi rendo conto che spesso rischiano di essere incomprensibili. Allora cerco di trovare una chiave di lettura universale. Ad esempio il mio ultimo lavoro “In cinque stagioni. Nemico dello stato” parla della lotta di un architetto kosovaro, Rexhep Luci, ma i dilemmi etici che affronta non hanno nazionalità. Del resto, non voglio che i miei copioni abbiano una data di scadenza. 

“Peer Gynt” sembra costringere lo spettatore non kosovaro a mettere in discussione i propri pregiudizi, mentre ride quasi senza interruzione. Quali reazioni ha suscitato all’estero?  

Lo spettacolo sta girando parecchio perché, in effetti, non parla soltanto di Kosovo. Qui in Francia hanno avuto un problema simile con i foreign fighters e qualcuno, in questi giorni, mi ha detto che nessun teatro avrebbe mai avuto il coraggio di produrre un’opera che ridicolizza la jihad. Questo mi sembra un buon segnale, vuol dire che in Kosovo godiamo di una certa libertà di espressione. Dal mio punto di vista, lo spettacolo parla di emigrazione e di come le società siano spesso incapaci di accogliere i sogni e i traumi di chi viene da fuori. Peer diventa un criminale, ma in nessun momento - credo - lo consideriamo un cattivo ragazzo. Quando abbiamo portato lo spettacolo in Germania, a Stoccarda per la precisione, alcune persone sono uscite dalla sala in lacrime: non me lo aspettavo.

Il titolo della sua opera, e il nome del protagonista, richiamano il dramma “Peer Gynt” di Ibsen. I due personaggi sono entrambi figli di una situazione familiare ed economica difficile, sognano ad occhi aperti, viaggiano, si mettono in grossi guai e cercano, in definitiva, “se stessi”. Mi sfuggono altre connessioni? 

In realtà questo spettacolo è tratto al 90% da una storia vera, che ho raccontato in un libro: “I sogni in valigia”. Mentre scrivevo, pensavo che c’erano molte somiglianze tra il protagonista del libro e il personaggio di Ibsen. Così ho scritto il copione, dove alla fine sono rimaste solo piccole tracce dell’opera a cui mi sono ispirato: oltre a quelle già elencate, le cipolle, la relazione di Peer con la madre, e la scenografia di alcune scene. 

Ibsen rappresenta un riferimento artistico per lei? Anche “Nemico del popolo” si ispira a una sua opera...

Mi piace giocare con i titoli degli spettacoli. Il mio “La guerra ai tempi dell’amore” riprende l’opera di Gabriel Garcia Marquez “L’amore ai tempi del colera” oppure “Cinquantacinque sfumature di gay” gioca con “Cinquanta sfumature di grigio”. Al di là di questo, adoro sia Ibsen che Brecht perché sono autori politici. Dal mio punto di vista rappresentano ciò che il teatro dovrebbe essere.

A settembre ha portato in scena a Milano un lavoro che riassumerò con “Un’opera con quattro attori e qualche maiale”. Il tema sembra essere di nuovo il sogno europeo, sotto forma di integrazione politica e di liberalizzazione dei visti. Qual è l’umore in Kosovo oggi rispetto a questo?

In questo spettacolo dal lungo titolo il sogno europeo diventa un obiettivo nazionale, più che individuale. Parla di come l’Europa faccia di tutto per impedire la realizzazione di questo sogno, stabilendo sempre nuove regole e condizioni. Le persone in Kosovo sognano ancora l’Europa perché non vedono altre alternative. O meglio, le alternative sarebbero la Turchia o la Russia: pessime opzioni! Ovviamente queste persone non credono che tutti i problemi del paese si risolvano con l’ingresso nell’Unione Europea, ma in qualche modo questa prospettiva li fa sentire al sicuro.

Le relazioni con la Serbia sono ancora tese?

La situazione è più stabile adesso, ma lo Stato ha speso troppe energie in questa battaglia. Sia la Serbia che il Kosovo hanno problemi più importanti, più reali, a cui pensare: la disoccupazione, l’economia, la corruzione. Invece sono ostaggi l’una dell’altro. Provo a tradurre una barzelletta: “Il figlio chiama il padre per dirgli che ha acchiappato un ladro. Allora il padre gli risponde: Non lasciarlo scappare! E il figlio replica: È lui che non mi lascia andare”.

Posso chiedere un suo commento al veto posto dalla Francia all’apertura dei negoziati con Albania e Macedonia del Nord per l’allargamento? 

Di solito non commento la politica perché sono un artista. Ma è chiaro che quanto accaduto non trasmette un messaggio positivo, né alla Macedonia del Nord né al Kosovo. L’Europa ha dimostrato di non saper mantenere le proprie promesse e questo potrebbe spingere alcuni politici verso la costruzione di un’unione pan-albanese. Allo stesso tempo penso che l’ideale sarebbe risolvere i nostri problemi interni e stare finalmente bene nel nostro paese, senza puntare tutto sull’integrazione europea.

Quando è stato rimosso dall’incarico di direttore del teatro nazionale, ha provato l’impulso di andarsene dal Kosovo?

Mai, mi diverte stare in Kosovo. Penso che sia un posto pieno di stimoli per un artista. In qualche modo si ha l’impressione di contribuire alla costruzione dell’identità nazionale con il proprio lavoro. 

Qendra Multimedia, la sua compagnia, è definita “l’unica indipendente” in Kosovo. Chi siete? Quante difficoltà incontrate a mettere in scena i vostri spettacoli? 

La compagnia è nata nel 2002, ma all’inizio produceva soltanto spettacoli per bambini. Nel 2011 ci siamo seduti intorno a un tavolo e ci siamo chiesti: “Vogliamo fare la stessa merda del Teatro Nazionale? Vogliamo far finta di avere le stesse possibilità economiche delle compagnie straniere e risultare ridicoli? No, focalizziamoci sulle storie”. Dato che di solito tocchiamo temi sensibili, c’è sempre la polizia fuori dal teatro quando siamo in scena in Kosovo o in Serbia. Di sicuro non piacciamo agli omofobi e ai fascisti, alcuni di loro ci chiamano ‘traditori della patria’. Non piacciamo neanche ad alcuni funzionari governativi perché credono che esportiamo un’immagine sbagliata del paese. Ma questi attacchi vogliono dire che stiamo facendo qualcosa di significativo. Il teatro non dovrebbe mai rimanere in una zona di comfort.

Mi parli della rassegna Showcase che ha avuto luogo dal 31 ottobre al 3 novembre a Pristina.

La rassegna nasce nel 2018 per mostrare le nostre opere ad un pubblico internazionale, spesso timoroso di venire in Kosovo perché lo considera pericoloso. Il primo esperimento è andato bene; ad esempio, sono riuscito a portare “Peer Gynt” qui a Lione perché alcuni rappresentanti del festival “Sens Interdits” hanno preso parte all’iniziativa l’anno scorso. E la buona notizia è che quest’anno metteremo in scena non soltanto i lavori di Qendra Multimedia, ma di tutto il paese. 

Quanto è popolare il teatro in Kosovo?

Negli ultimissimi anni è cambiato qualcosa. Più registi kosovari e regionali hanno portato in scena opere politiche. Le persone di età inferiore ai 35 anni pagano il biglietto del teatro 1 euro, per cui il pubblico è composto al 95% da giovani che vogliono vedere questo tipo di opere.


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