MIcheal Steiner, a capo dell'UNMIK, a Gracanica, Kossovo; B92

Un'intervista al professor Stefano Bianchini, direttore del Centro per l'Europa centro-orientale e balcanica (Università di Bologna).

04/03/2002 -  Anonymous User

L'intervista è stata tratta dal libro "Ricostruire il domani. La Caritas italiana e le Caritas diocesane per una nuova convivenza in Kosovo" edito recentemente dalla Caritas italiana. Un ulteriore contributo al "forum cooperazione".

Il professor Stefano Bianchini dirige, sin dalla sua fondazione, avvenuta nel 1996, il Centro per l'Europa centro-orientale e balcanica. Il Cecob è stato promosso dall'Università e dal comune di Bologna ed è sostenuto dal ministero degli esteri e da altri enti locali. In pochi anni, si è accreditato come il più importante centro accademico italiano per lo studio e l'analisi della realtà dell'est europeo, Balcani inclusi. Il centro collabora con altre realtà accademiche di tutto il mondo e svariati organismi internazionali. Aderisce al network internazionale Europe and the Balkans (Ebin), promosso nel '93 dall'Unione europea, che si avvale della collaborazione di oltre 150 esperti di 25 paesi, tra Europa e nord America.

Professor Bianchini, dopo la guerra in Kosovo l'impegno umanitario e di ricostruzione della comunità internazionale nell'area balcanica si è riorganizzato e consolidato. Ora il Patto di stabilità consente, almeno sulla carta, un organico approccio d'area. Come giudica questa evoluzione?

L'impegno è stato indubbiamente notevole, ma molto al di sotto delle necessità. Mai come ora lo sforzo economico è evidente, ma siamo molto lontani da ciò che occorrerebbe. Il mio timore è che questo sforzo finisca per rivelarsi un pozzo di San Patrizio, senza dare sbocchi apprezzabili, per assenza di soluzione politica. Quest'ultima non può essere limitata al solo Kosovo, o alle aree di crisi acuta che si manifestano di volta in volta. Se l'intervento umanitario rimane finalizzato a queste realtà, rischia di rivelarsi improduttivo, uno spreco di risorse: senza una soluzione politica in grado di abbracciare l'intera area, alla prima occasione i conflitti ripartono. Il Patto di stabilità, sinora, ha avuto la consistenza di una cornice di riferimento apprezzabile sul piano dei principi, ma che sul piano dei fatti non compie grandi passi avanti. Una strategia regionale presuppone che siano messi in comunicazione gli attori locali. La mediazione internazionale è necessaria, ma se non si interviene a favorire la comunicazione, sotto i più diversi aspetti, non si ottengono i risultati sperati e proclamati. È ancora estremamente complesso, per un albanese kosovaro, recarsi in Bosnia: non è facile ottenere il visto di transito attraverso il Montenegro e trovare mezzi di comunicazione diretti. Così come è un'avventura andare da Sofia a Sarajevo: per farlo in aereo ci si impiegano due giorni e si deve dormire a Bucarest, perché tutte le comunicazioni sono est-ovest, non regionali. Sono due tra i mille possibili esempi, riferiti al solo aspetto dei trasporti. Ma evidenziano come sia estremamente complicata e trascurata l'attuazione di una strategia regionale, che deve in primo luogo favorire una mobilità nell'area, almeno selezionata per categorie. Non è che si debba partire subito con una mobilità generalizzata, ma per il momento gli unici che si muovono abilmente nell'ambito regionale sono i criminali. I commerci illegali di armi, droga ed esseri umani non conoscono confini e non vengono sostanzialmente ostacolati. Analogamente, si fatica a fermare il passaggio di milizie armate tra una regione e l'altra: il caso della linea di confine tra Kosovo e Macedonia è paradigmatico. Invece la strategia regionale di stabilizzazione e sviluppo, concepita sulla carta, si è arenata ai livelli più elementari di attuazione.

I tre tavoli del Patto di stabilità (democratizzazione e diritti umani; ricostruzione economica, sviluppo e cooperazione; sicurezza) non sono stati finanziati e sviluppati in maniera analoga. Come giudica questo squilibrio, di cui hanno sofferto il primo e il terzo tavolo? Quali ambiti di intervento andrebbero maggiormente incentivati, nella prospettiva della stabilizzazione e dell'integrazione europea dell'area balcanica?

Un intervento che sia mirato esclusivamente al miglioramento delle condizioni economiche dell'area - ammesso che ciò sia possibile, io non lo credo - è destinato al fallimento. La difficoltà di creare condizioni di stabilità e di pace, nei Balcani, è determinata dal fatto che troppi fattori si sono destabilizzati contemporaneamente. Dunque una strategia di stabilizzazione che voglia aver successo non può che essere omnicomprensiva: deve poter intervenire contemporaneamente e con pari forza sul piano economico-sociale, certamente fondamentale, ma anche sul versante giuridico-legislativo (fondamentale per la lotta alla criminalità, per assicurare la sicurezza dei cittadini in quelle aree e la sicurezza dei cittadini nei nostri paesi), sul versante globale della sicurezza regionale e anche - ciò che manca completamente, nei tavoli del Patto di stabilità - sul versante culturale. Se non c'è un intervento sistematico su questo piano, poiché i conflitti sono nati sul terreno della cultura politica, le cause del conflitto resisteranno a lungo. Ecco perché affermo che, pur facendo sforzi economici notevoli, si rischia di non cogliere nel segno: si ricostruiscono case, perché possano essere nuovamente bombardate tra qualche mese. Non basta dare soldi perché la gente si senta protetta socialmente, da un clima di reale pacificazione. Bisogna investire sui diritti umani, ma anche appunto sulla cultura, cioè sull'insegnamento, sui sistemi scolastici e universitari, dunque sulla conoscenza reciproca. Ripeto: queste popolazioni - almeno a cominciare da certe categorie - devono potersi mobilitare per conoscersi, per scoprire che i propri vicini non sono poi quei banditi trinariciuti, come per tanto tempo sono stati dipinti. Ovviamente, per fare questo ci vuole molto tempo. Minimo, mezzo secolo di sforzi.

Intellettuali e società civile rappresentano, nei Balcani, risorse fragili e contraddittorie. Come valorizzarle, nell'ottica della democratizzazione dell'intera area?

Anzitutto è necessario chiarire che non può esistere un'immagine univoca, meramente positiva, degli intellettuali balcanici e della società civile dei paesi dell'area. Alcuni intellettuali hanno goduto, nel recente passato, di un'enorme autorevolezza, ma la loro incidenza si è rivelata nefasta. Molti intellettuali hanno alimentato le ideologie e le mitologie nazionaliste, corroborando i regimi di Milosevic e Tudjman, ritagliandosi un ruolo da cantori della divisione etnica, della purezza etnico-religiosa, del fondamentalismo religioso. I più coinvolti, in queste operazioni, sono stati intellettuali umanisti: professori di storia e di arte medievale e moderna, di letteratura, di linguistica. Se costoro hanno avuto un'influenza nefasta, ciò non significa che tutti gli intellettuali siano condannabili. Nei paesi dei Balcani vivono e operano fior di intellettuali, sia nel mondo laico che nel mondo religioso: occorre distinguere, non giudicando per categorie, ma individuando gruppi di persone e imparando a riconoscere gli individui all'interno delle varie categorie. L'importante è individuare le persone disposte a spendersi per una società civile e democratica, per la convivenza, per studiare forme e meccanismi politici di mediazione. Questi intellettuali, purtroppo, sono i meno sostenuti. E spesso sono ricattati dai loro stessi colleghi, trattati come traditori della propria nazione e del proprio gruppo di appartenenza. Queste voci hanno dunque estremo bisogno di essere sostenute. E questo può accadere solo nel quadro di un'operazione più generale di intervento culturale, che incoraggi anche i giovani a esprimersi, invece di tacere sempre. Il silenzio può anche costituire un'espressione di dissenso, ma purtroppo, spesso, lascia spazio a chi alza la voce per aprire varchi alle sue teorie devastanti. L'intervento culturale deve dunque puntare su certe forze e non su altre, con grande chiarezza, puntando a isolare le voci della divisione, facendo una selezione. Compito difficile? Non è detto. Può essere anche molto semplice. Per esempio in Kosovo si possono proporre azioni congiunte serbo-albanesi: chi ci sta ci sta, chi vuole starne fuori ne sta fuori, ma non vedrà una lira. All'inizio risponderanno in pochi, ma con l'andar del tempo, se si riesce a perseverare, si troveranno sempre più persone e realtà disposte a spendersi in questo senso. È chiaro però che se si danno molti soldi alle realtà foriere di separazione, allora gli sforzi sono destinati al fallimento. I finanziamenti devono essere selettivi, per premiare e incoraggiare coloro che sono disponibili a dialogare, a fare qualcosa insieme, anche partendo dalle cose più banali.

Gli sforzi economici prodotti per la ricostruzione e la folta presenza di personale internazionale, soprattutto nelle aree di crisi acuta, non rischiano di alimentare artificialmente le economie locali? E di alterare il tessuto culturale tradizionale?

Anche in questo caso, il discorso non può che essere articolato. È chiaro che l'intervento della comunità internazionale, con i suoi rappresentanti ai diversi livelli, da quelli politici a quelli delle ong, ha un impatto sulla regione, per certi aspetti positivo, per altri negativo.

Certi fattori e determinati costumi delle culture e delle società balcaniche è bene che siano preservati - per esempio quelli legati alla solidarietà, al dialogo che preesisteva prima dei conflitti -, altri è bene che siano abbandonati. Anche in questo caso occorre operare una selezione. Per esempio, il costume della faida e il concetto di onore albanese (la besa) sarebbe bene che venissero abbandonati. Questi elementi, nel processo di modernizzazione, devono essere superati. Non appartengono più a nessuno, in Europa.

Poi bisogna intendersi sul concetto di alterazione. La comunità internazionale "deve", in un certo senso" alterare il quadro. Nell'area balcanica, ed è solo uno dei tanti possibili esempi, non si può più produrre industrialmente ciò che si produceva una volta. Bisogna aiutare le popolazioni locali a individuare nuove forme di sfruttamento delle risorse, nuovi mestieri e nuove professionalità, perché queste persone si devono inserire in un mercato del lavoro profondamente diverso rispetto a dieci-vent'anni fa. Devono superare non solo il gap determinato dall'appartenenza a un sistema comunista jugoslavo, ma anche il deficit di tecnologia e innovazione, in un'epoca di velocissime trasformazioni.

Bisogna però anche stare attenti, perché il quadro si altera anche in relazione ai finanziamenti che la comunità internazionale attribuisce al proprio personale in missione. Si innesca così un innaturale processo di alterazione del rapporto salariale; si creano nuovi strati sociali, per esempio remunerando, oltre i livelli reali del costo della vita, le persone che lavorano per gli organismi internazionali, mentre gli altri rimangono senza prospettive concrete. Inoltre si creano aspettative infondate: in Bosnia, quando il flusso dei finanziamenti si è ridotto perché le risorse dovevano essere concentrate sul Kosovo, molte persone hanno perso il lavoro e si sono trovate in gravi difficoltà. Era gente che per un certo periodo ha beneficiato di privilegi, e che improvvisamente si è ritrovata senza stipendio.
La presenza degli internazionali finisce dunque per alterare il costo della vita complessivo in un'area, a dispetto delle condizioni reali dell'economia e della società locali. Queste alterazioni sono molto gravi, soprattutto perché creano dipendenza e non una prospettiva di sviluppo regionale. Nutrono mercati artificiali e chiusi in se stessi, che non entrano in rapporto con i propri vicini, per i quali invece si dovrà produrre e con i quali si dovrà commerciare, in futuro, se si vogliono trovare sbocchi vitali per la propria economia. Anche in questo caso le mentalità sono fondamentali, occorre privilegiare chi manifesta una disponibilità all'apertura e alla collaborazione. Occorre incentivare, anche proteggendolo, il costituirsi di un mercato regionale balcanico, forte di un nuovo mercato del lavoro, di nuove attività, di nuove professionalità, di nuovi canali commerciali. Il rischio della dipendenza è davvero forte: anche in Bosnia, dove la guerra è terminata da anni, in realtà si continua a non produrre. La produzione autoctona è bassissima, se il sostegno internazionale venisse ritirato ampi strati di popolazione sarebbero ridotti alla fame. La stessa Croazia non è esente da questa situazione: il mercato interno è debole, la disoccupazione è arrivata a un terzo delle persone in età da lavoro.

Nel biennio '99-2000 il piccolo Kosovo è stato oggetto di una concentrazione di aiuti paragonabile alla mole di aiuti erogati in aree ben più ampie e popolose del mondo sottosviluppato, segnate da problemi almeno altrettanto gravi, e comunque endemici. Come interpreta questo paradosso dell'umanitario?

Nel Kosovo e nei Balcani si sta sviluppando un intervento che, piaccia o non piaccia, è un intervento sull'Europa. I conflitti aperti in Kosovo e Macedonia, il potenziale di crisi in Montenegro, Serbia e Bosnia costituiscono una minaccia diretta per l'Europa. La minaccia si presenta in primo luogo sotto forma di immigrazione clandestina, quando questa è veicolo di criminalità e traffici illegali. Questi flussi sono originati dalla situazione di forte destabilizzazione che caratterizza l'area balcanica, punteggiata da pseudo-stati a basso o nullo ricnoscimento internazionale e coinvolti in conflitti locali, i cui i gruppi dirigenti, per recuperare risorse, non possono usare la leva fiscale e si affidano ai proventi dei traffici illegali, tramite oscuri intrecci con le organizzazioni criminali.

Il problema dell'immigrazione e dei traffici illegali, benché sia il più visibile, non è certo il più rilevante. Meno visibile, ma potenzialmente molto più rilevante e devastante, è la minaccia relativa all'organizzazione dello stato, alle sue fonti di legittimazione e di lealtà. Se si desse l'impressione di legittimazione, o giustificazione, o anche solo tollerare lo stato etnico, ciò si rivelerebbe una bomba per l'Europa occidentale. Segni preoccupanti si registrano già, a questo proposito, nei Paese Baschi e nell'Irlanda del nord (conflitto per molti aspetti religioso, come quello serbo-croato): questi conflitti mostrano come le democrazie non abbiano ancora affinato strumenti politici adeguati per gestire la differenza etnica, linguistica, culturale e religiosa. Questo è l'aspetto potenzialmente più devastante della questione: può minare addirittura la tenuta della Russia (una potenza nucleare), colpire l'Ungheria (paese ormai nella Nato), sortire effetti negativi sulle relazioni greco-turche, rinfocolare le tensioni in Corsica.

Questo basta a giustificare le sproporzioni nei flussi di aiuti?

L'Europa si sente ovviamente molto meno minacciata dalla destabilizzazione dei Grandi laghi africani, o di altre aree dell'Africa e dell'Asia. È amaro doverlo constatare, quando si ragiona in termini di comune appartenenza all'umanità, ma questa è la vera molla che spinge a intervenire nell'area balcanica con grande dispiegamento di mezzi, per cercare di trovare una soluzione. Tutto ciò, non impedisce di tornare al discorso iniziale: una soluzione politica omogenea e coraggiosa, per i Balcani, è ancora di là da venire. La destabilizzazione strisciante dei Balcani può continuare a lungo. Circostanza che si salda con alcuni interessi, i meno confessabili, dall'apparato umanitario internazionale, che può giovarsi di un clima di destabilizzazione medio-bassa, perché così si assicura rendite, finanziamenti, stipendi elevati. Addirittura, c'è il rischio che l'apparato umanitario divenga un fattore di incoraggiamento della destabilizzazione, per potersi autoperpetuare, come accade con le burocrazie. I conflitti a bassa intensità sviluppatisi negli ultimi mesi nella valle di Presevo e in Macedonia sono leggibili anche in questa prospettiva, oltre che in riferimento a interessi economici e geo-strategici più alti ed elaborati.


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