Sguardi adriatici: Majella, selvatico รจ salvifico
Seconda puntata di un viaggio che porta dall’Adriatico alla Majella, passando per la Svezia dove esiste โallemansrรคttenโ, letteralmente il โdiritto di ogni uomoโ, di avere accesso alla natura

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Stazione Palena (Wikimedia )
(Vai alla prima puntata)
ร una discesa brevissima, neanche il tempo di rifiatare, quella che segue il Valico della Forchetta, sul versante meridionale della Majella, fino a Stazione Palena. Luogo sospeso, nello spazio e nel tempo, dove in un sabato pomeriggio d’estate non sai bene se sei arrivato in una stazione del selvaggio west o in una del remoto ะฒะพััะพะบ. Siamo in una landa desolata dell’ovest americano o dell’est russo? Non รจ straniante solo il paesaggio: una piano in quota che non ti aspetti, una ferrovia abbandonata tra le montagne. Ma anche, e forse ancor piรน, l’umanitร che anima un bar nel nulla, perchรฉ la stazione รจ chiusa da quasi dieci anni, malgrado tutto sia discretamente in ordine: il fabbricato viaggiatori, le banchine e i binari.
I treni non passano piรน dal 2011 se si esclude qualche rarissimo convoglio turistico, sulla gloriosa ferrovia Sulmona-Isernia, ribattezzata la Transiberiana d’Italia. Gloriosa per i dislivelli affrontati, per gallerie e viadotti costruiti, per le proibitive condizioni meteorologiche invernali. Stazione Palena รจ a metri 1258,27 sul livello del mare, puntualizza con rigore centimetrico un’epigrafe ferroviaria. La stazione รจ dieci metri piรน in basso della successiva, quella di Rivisondoli-Pescocostanzo, che era seconda per altitudine in Italia, dopo quella del Brennero, tra le linee a scartamento ordinario. Ma questa รจ ormai storia ferroviaria, mentre l’umanitร รจ cronaca di luoghi incerti sul loro destino, sospesi appunto, tra le certezze di un passato agro-pastorale e le incertezze di un futuro turistico o di chissร quale altro tipo.
Al bar tutti uomini, o quasi. Fumano sigarette Marlboro e bevono birra Moretti, parlano un dialetto stretto a voce alta e ascoltano musica rock anni Ottanta, perchรฉ l’etร media รจ ben oltre i cinquanta. Nuovi cowboy della Peligna. โDu, dum! Du, dum! โฆ arrivi alla sera che non capisci nu ca……!โ, mi dice spazientito il barista, indicando una FIAT Cinquecento nera super accessoriata, a 5 porte tutte aperte e a 100 dB di volume che sonorizza impudica tutta la zona. Mi chiedo, come Chatwin e tutti i viaggiatori stralunati: โChe ci faccio io qui?โ, guardando gli immancabili motociclisti rombanti domenicali. Sgommano in direzione Pescocostanzo sulla SS84, mentre io mi rimetto in sella verso Campo di Giove. Una strada minore che sale dolcemente per qualche chilometro, parallela alla sottostante ferrovia. Si ritorna in pochi minuti nel regno della solitudine e del silenzio appenninico.
La strada attraversa la Riserva Orientata di Quarto Santa Chiara, un altopiano carsico, una lingua di terra pianeggiante circondata da montagne che arrivano a quasi duemila metri, alla mia destra, sul versante orientale. Sono i luoghi leggendari del lupo e dell’orso, solo immaginati pedalando, mentre ammiro in alto il nobile volteggiare di un astore: elegante, maestoso, evocativo. Dopo qualche chilometro la strada scende ed esce dal bosco. A sinistra la piana agricola di Campo di Giove, a destra la cresta pietrosa e selvaggia che sale in direzione del gigante: Monte Amaro. In pochi minuti si raggiunge il paese, rinunciando a un’altra suggestiva divagazione partigiana, il sentiero per Monte Coccia. Da qualche anno c’รจ una stele che ricorda la storia recente di questo cammino. โUNA STELLA SULLA MAJELLAโ, con questo messaggio in codice Radio Londra annunciรฒ la libertร riconquistata dai prigionieri fuggiaschi e dai giovani italiani, tra i quali il sottotenente Carlo Azeglio Ciampi, che si schierarono con lโesercito alleato. Un sentiero che attraversando il Guado di Coccia permetteva di raggiungere le terre meridionali, liberate dagli Alleati nel 1943.
A Campo di Giove c’รจ aria di festa. Non ci sono piรน donzellette, zappatori, legnaiuoli e garzoncelli, ma anche qui, questa sera โ… lโaria imbruna, / torna azzurro il sereno, e tornan lโombre / giรบ daโ colli e daโ tetti, / al biancheggiar della recente lunaโ. ร un campeggio spartano, beat, libertario, quello che mi ospita; ormai, purtroppo, una raritร in Appennino, a fronte di un irrisolto problema di campeggio o bivacco libero e/o di aree attrezzate, alla maniera di quello che รจ stato fatto negli ultimi anni per i camperisti. Ma mi chiedo e vi chiedo: โPerchรฉ camminatori, pedalatori e viandanti d’ogni tipo non possono almeno per una notte alzare una tenda cioรจ bivaccare? o dormire all’addiaccio?โ. Perchรฉ, anche sull’onda di una maggiore attenzione ad un turismo slow, non ripensare, aggiornare, applicare l’articolo 16 della Costituzione: โOgni cittadino puรฒ circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanitร o di sicurezza. Nessuna restrizione puรฒ essere determinata da ragioni politicheโ. Senza dimenticare che nella civilissima Svezia esiste โallemansrรคttenโ, letteralmente il โdiritto di ogni uomoโ, di avere accesso alla natura, compreso quello di dormire sotto le stelle. Un diritto che sottende e insegna un dovere: il rispetto ambientale e civile dei luoghi e di chi li abita. Parafrasando Thoreau dico che sarebbe bene condurre un’esistenza primitiva, di frontiera, almeno per un giorno e una notte una volta all’anno, โanche solo per capire quali sono le reali necessitร della nostra esistenza, e con quali mezzi possiamo soddisfarleโ. โSelvatico รจ Salvificoโ ho scritto sull’ingresso della mia tenda, sul manubrio della mia bici, sulla base della mia vela.
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