Un commento di Jovan Teokarevic, docente di scienze politiche all'Università di Belgrado, sulla Presidenza italiana dell'Unione europea. L'articolo, piuttosto critico, è uscito sull'ultimo numero di "Evropski Forum", e ha suscitato forti reazioni

30/09/2003 -  Anonymous User

Scrive Jovan Teokarevic

Traduzione di Luka Zanoni
Pensando alle passate e future presidenze dell'Unione europea, si potrebbe dire che agli italiani stia andando particolarmente bene. Il semestre in corso sotto la guida italiana dell'Unione dovrebbe trascorrere senza alcun problema soprattutto poiché alcuni politici italiani rivestono ruoli chiave all'interno dell'UE. Oltre al premier Silvio Berlusconi, che ha il compito di presiedere il Consiglio europeo dal 1 luglio al 31 dicembre di quest'anno, altri due ex premier italiani occupano funzioni piuttosto rilevanti nella politica dell'UE: Romano Prodi è presidente della Commissione europea, e Giuliano Amato è vice presidente della Convenzione sul futuro dell'Europa.

La realtà, però, è un po' diversa, a tal punto che proprio i rapporti tra i tre qui sopra nominati caratterizzano in modo profondo l'attuale presidenza dell'Unione, l'undicesima per ordine. Le relazioni tra i tre politici non sono per nulla buone. Lasciando per il momento da parte Berlusconi, anche i rapporti tra i due politici espressione del centro sinistra, Prodi e Amato, non sono certo positive. Di "sinergico" (uno dei termini favoriti dall'autore del programma della presidenza italiana) non c'è, quindi, nulla. Invece di imprimere insieme il timbro dell'Italia alla politica dell'UE e di promuovere sei mesi di presidenza visibili e con risultati durevoli a causa di conflitti interni i tre rischiano di ridurre tale influenza al di sotto delle reali possibilità di efficacia del proprio paese.

Questo può essere in parte interpretato come conseguenza di quella specificità tutta italiana (perlomeno in relazione ai paesi dell'Europa Occidentale), di non avere alcun partito politico di rilievo che si dichiari anti-europeo. Il sostegno all'Unione Europea giunge, secondo molte interpretazioni, non da qualche profonda e radicata posizione pro-europeista, bensì da una seria sfiducia nei confronti del proprio stato e del proprio sistema politico, e un tale contesto impone all'Unione il ruolo di un ben accetto correttore e di 'salvatore'. Sia i cittadini che i partiti politici in Italia sostengono una propria e peculiare idea d'Europa, con valori ben definiti spesso contrari a quelli degli altri, in particolare dei diretti rivali politici. Ecco perché molti conflitti politici in Italia, più che in altri paesi, si svolgono in nome dell'Europa. Quell'Europa, sotto forma dell'UE, che è stata più volte garante della stabilità e del consolidarsi dell'Italia, da quando essa, insieme con altri cinque paesi (Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo) fondò, nel 1957, la Comunità Economica Europea.

L'attuale presidenza giunge nel momento in cui l'Italia, rispetto ai suoi più importanti partner nella UE, ha maggiori difficoltà economiche e politiche (potremmo dire come negli anni '70 del XX secolo). Né il sistema economico né quello politico sono stati riformati in accordo con le nuove sfide e bisogni dello sviluppo, ma nemmeno in accordo con tutti gli standard dell'Unione europea. Secondo parecchie valutazioni l'inizio e lo sviluppo di nuove attività imprenditoriali in Italia incontra più ostacoli che altrove. Ecco perché fra il 1997 e il 2001 essa è riuscita ad attrarre a sé in media solo 8,4 miliardi di dollari annui di investimenti stranieri, quando la media dei membri dell'UE era di 28 miliardi di dollari. Certo, anche in Francia non fioriscono rose, però 40 imprese di questo paese si trovano tra le 500 più importanti del mondo, mentre solo 9 dell'Italia sono sulla stessa lista.

L'influenza delle circostanze interne

È ancora in corso anche il consolidamento della democrazia nella cosiddetta seconda repubblica, dopo che la prima, con un lungo governo democristiano, circa un decennio fa è stata consegnata alla storia. Nel frattempo la coalizione di Berlusconi è diventata il simbolo degli scandali e della malversazione del governo, dei conflitti di interesse pubblici e privati, della sfida alle garanzie istituzionali ... cose che Bruxelles certo non tollererebbe ai paesi candidati all'ingresso nell'UE.

Il "fattore Berlusconi" è divenuto cruciale anche per la presidenza italiana dell'Unione. Innumerevoli e inopportune dichiarazioni pubbliche del premier italiano creano una forte resistenza nell'UE e insidiano l'autorità del suo paese, così come delle sue politiche e del suo attuale ruolo guida. La defunta ministra svedese degli affari esteri, Ana Lindt, solo poco tempo fa aveva acutamente espresso un'opinione che ha unito forze molte differenti nello spettro politico europeo. Dubitando che l'Italia riuscisse a realizzare alcuni dei più importanti obiettivi nel corso del suo semestre, dichiarò che l'attuale governo di questo paese "non è profondamente radicato nel contesto europeo".

Berlusconi ha cercato di sostituire le resistenze incontrate all'interno dell'Unione europea sostenendo gli Stati Uniti nella guerra contro l'Iraq. In qualità di alleato di Washington, insieme con la Gran Bretagna e la Spagna, si è opposto anche alla maggioranza dell'UE, la quale era contro l'opzione bellica e a favore di una collaborazione con l'ONU. Oggi, quando Washington cerca l'appoggio della "vecchia Europa", forse l'Italia, essendo al timone dell'UE, potrebbe avere l'occasione per cercare di riparare le gravemente compromesse relazioni transatlantiche, ma per riuscire a farlo, dovrebbe cercare d'apparire un po' più rappresentante dell'Europa presso gli Stati Uniti ed un po' meno inviato di Washington a Bruxelles.

Le riforme istituzionali della UE

Le rimanenti priorità della presidenza italiana sono difficili da realizzare, almeno nei termini previsti. La più importante tra queste è senza dubbio la nuova costituzione dell'Unione, che dovrebbe basarsi sulla proposta che Giscard d'Estaing ed il suo gruppo di lavoro hanno presentato quest'estate, nell'ambito della Convenzione sul futuro dell'Europa. La irta strada del raggiungimento di un consenso tra tutti i membri, attuali e nuovi, conduce attraverso le conferenze intergovernative, per le quali l'Italia ha ottimisticamente previsto un lavoro di soli tre mesi (ottobre-dicembre 2003) di modo che la Costituzione possa essere pronta nel maggio 2004, subito dopo l'accoglienza dei nuovi dieci membri, e immediatamente prima delle elezioni per il Parlamento europeo. I membri dell'Unione sostengono l'Italia nell'accentuazione simbolica e concordano che il nuovo accordo di Roma sull'UE del 2004, venga firmato nella capitale italiana, dove nel 1957 venne firmato un analogo accordo sulla fondazione della Comunità Economica Europea (benché sarà l'Irlanda alla guida dell'Unione).

Il problema principale dell'Italia e della Convenzione è che oltre ai sei fondatori dell'Unione, tutti i rimanenti dei 25 tra vecchi e nuovi membri dell'UE non accettano la proposta metodologica secondo la quale l'attuale progetto di Costituzione non dovrebbe essere posto in questione, nelle sue caratteristiche principali, durante le conferenze intergovernative. Con questo approccio, e con l'appoggio del presidente della Convenzione, Giscard d'Estaing, Berlusconi e il suo ministro degli esteri Frattini sperano che il loro metodo del "disaccordo costruttivo" rispetto agli eventuali emendamenti (non c'è discussione senza una completa e argomentata controproposta) renda possibile che l'UE superi efficacemente le profonde divisioni sulla Costituzione. I piccoli paesi membri, con alleati Prodi e la Commissione europea, si oppongono invece alla diminuzione della propria influenza, garantita in più modi dagli Accordi di Nizza di soli due anni fa. Chiedono che venga mantenuto il diritto degli stati nazionali ad essere interpellati su di un ampio spettro di questioni e sottolineano la necessità di un equiparazione di tutti i membri dell'UE, compromessa tra l'altro a loro avviso se si arrivasse a riformare la Commissione creando commissari e vice-commissari (di serie A e di serie B). Per motivi simili viene anche attaccata la proposta della creazione di un Presidente del Consiglio europeo e l'interruzione della presidenza semestrale dell'Unione.

L'Italia tenta di utilizzare la presidenza di questa metà dell'anno per attivarsi anche su altre questioni e per dimostrare, contrariamente ai dubbi emersi da più parti, di essere in grado di rappresentare e guidare in modo competente questo 'club'. Oltre alle questioni economiche (che in ogni caso dovranno essere portate avanti anche dalle future presidenze), molta attenzione viene data alla questione dell'immigrazione illegale e del diritto d'asilo. Per la presidenza italiana è di vitale importanza affrontare quest'argomento. L'Italia è un paese sui confini dell'Unione, con tratti di costa molto lunghi che si controllano a fatica. Più degli altri membri è esposta alle migrazioni clandestine. A differenza degli altri ambiti, il supporto ad una più severa politica (con la determinazione delle quote di immigrazione e di efficaci deportazioni) giunge anche da molte altre capitali europee, benché queste non abbraccino le proposte italiane più radicali. L'Italia, come del resto tutta l'Unione, nell'ultimo periodo ha dovuto inoltre affrontare i problemi della criminalità organizzata e del terrorismo, ed ha scelto di dare avvio ad aiuti e ad una stretta collaborazione con le regioni dalle quali provengono le maggiori minacce.

La collaborazione nella regione

A parte il Medio e Vicino Oriente, tra le regioni alle quali viene data priorità vi sono anche i Balcani Occidentali. Al governo di Roma bisogna riconoscere che insieme alla Grecia, come precedente presidente, è riuscito - nell'ambito di un lavoro annuale - a porre la questione dell'integrazione europea della nostra regione al primo posto dell'attenzione e dell'attività concreta dell'Unione europea. Allo stesso tempo, nella prima metà del mandato italiano, non si è andati di un solo passo più avanti dell'ambiziosa conclusione del Summit di Salonicco. Considerando le molte tentazioni e i lavori che entro la fine dell'anno attendono l'attuale presidenza, è difficile credere che venga realizzato un avanzamento significativo. La Grecia, bisogna ricordarlo, è riuscita con successo a mettere questo tema al centro del dibattito in seno all'Unione europea nonostante la guerra in Iraq.

I governi della regione sembra che debbano provare da soli e in contatti diretti con l'Italia, a fare in modo che questo tema non venga marginalizzato. Oltre ai tradizionali contatti bilaterali la Presidenza italiana ha promosso una riunione dei Ministri degli interni e degli esteri e della giustizia UE, coi colleghi dei Balcani occidentali, nell'ambito della nuova iniziativa nata a Salonicco, del "Forum UE-Balcani Occidentali".

Parecchio lavoro, quindi, per l'attuale presidenza, nel bel mezzo delle controversie e delle contestazioni. E una grande lezione sia per i futuri leader dell'Unione che per i futuri membri.

Vedi anche:

- A Belgrado nasce 'Forum Europeo'


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