Alcuni poliziotti croati in tenuta anti sommossa stazionano davanti ad un transenna che li divide dalla massa di migranti al confine tra Croazia e Bosnia

Croazia settembre 2015 (© paul prescott/Shutterstock)

Mentre il mondo si indigna e protesta dopo la morte di George Floyd per denunciare la violenza istituzionalizzata, lungo la Rotta balcanica sono anni che i migranti vengono picchiati e persino torturati. Una pratica brutale spesso taciuta, anche dalla stessa UE

17/06/2020 -  Giovanni Vale Zagabria

La morte di George Floyd, lo scorso 25 maggio, ha scatenato in tutto il mondo un’ondata di proteste contro la violenza della polizia e il razzismo istituzionale. Nei Balcani come altrove, si sono tenuti dei sit-in di sostegno al movimento #BlackLivesMatter , a cui sono seguiti gli inviti a denunciare gli abusi commessi localmente delle forze dell’ordine. E nella penisola, questi abusi non mancano. Anzi, qui la violenza della polizia fa spesso rima con la “rotta balcanica”, ovvero con il flusso di migranti e rifugiati che attraversa dal 2015 la penisola nella speranza di raggiungere l’Unione europea. I fatti delle ultime settimane hanno purtroppo confermato ancora una volta il legame tra brutalità della polizia e immigrazioni, riportandoci al confine croato-bosniaco. È la storia di una pratica di abusi, tanto rodata quanto taciuta, che coinvolge uno stato membro dell’Ue candidato all’adesione all’area Schengen e, stando alle ultime rivelazioni del The Guardian, anche la stessa Commissione europea.

Torture in Croazia

Quando si parla di abusi della polizia al confine croato-bosniaco non si sa davvero da che parte cominciare. Gli incidenti registrati negli ultimi anni sono talmente tanti che non si può nemmeno più parlare di “incidenti”, ovvero di avvenimenti inattesi. Al contrario, la violenza è piuttosto una costante, all’interno della quale l’unica novità è il crescere della brutalità da parte degli agenti, che se inizialmente erano accusati di respingimenti illegali (pushbacks) ora mettono in scena delle vere e proprie “torture”.

“Usiamo raramente la parola ‘tortura’ in Europa, ma in questo caso abbiamo dovuto farlo”, spiega Massimo Moratti, vicedirettore dell’ufficio Europa di Amnesty International (AI). La scorsa settimana, AI ha pubblicato l’ennesima denuncia dei maltrattamenti inflitti ai migranti dalla polizia croata lungo il confine con la Bosnia Erzegovina. E maltrattamenti è un eufemismo. Le testimonianze raccolte non parlano più di telefonini rotti a martellate, o - come avviene più di recente - messi fuori uso con un cacciavite, distruggendo il connettore dell’alimentazione per impedirne la ricarica, ma contengono invece “veri elementi di sadismo”, per dirla con Moratti.

Il caso in questione è quello di 16 richiedenti asilo pachistani e afghani fermati dalla polizia croata nei pressi dei laghi di Plitvice tra il 26 e il 27 maggio. Il loro resoconto è agghiacciante. “Li abbiamo pregati di smetterla e di mostrare pietà. Eravamo già legati, non c’era motivo per continuare a colpirci e torturarci”, ha raccontato Amir ad Amnesty International. Cantando e riprendendo con i telefonini, i poliziotti hanno continuato a pestare pesantemente i 16 malcapitati, per poi imbrattare le loro ferite con ketchup e maionese trovati nello zaino di uno dei migranti. Alla fine, il gruppo è stato riportato al confine e costretto a camminare verso la Bosnia. Chi non poteva camminare, perché ora è su una sedia a rotelle, ha dovuto essere trasportato dagli altri.

“È un pattern, un trend. Sono le stesse pratiche che abbiamo già visto in Ungheria nel 2015, 2016 e 2017. Cani, bastoni, ossa rotte… L’obiettivo è quello di intimidire e spaventare perché nessuno provi più ad attraversare il confine”, riprende Massimo Moratti che aggiunge: “Le fratture che abbiamo visto in quest’ultimo caso richiederanno mesi per guarire”. Il resoconto di Amnesty International e le foto annesse raccontano il resto.

Quattro anni di violenze

Come si è arrivati a questo punto? È utile fare un breve riepilogo degli ultimi anni per capire l’evoluzione delle violenze. Innanzitutto, la «rotta balcanica» è diventata un fenomeno mediatico nell’estate del 2015, quando centinaia di migliaia di siriani, iracheni e afghani hanno iniziato a risalire la penisola balcanica per raggiungere l’Unione europea. All’inizio, la meta del percorso è l’Ungheria, poi, con la chiusura del muro ungherese, si passa alla Croazia, che porta a sua volta alla Slovenia e quindi all’area Schengen. Nel 2015, i poliziotti croati si mostrano tolleranti e benevolenti, come ricorda questa copertina di Jutarnji List .

Nella primavera del 2016, l’accordo tra Ue e Turchia porta alla chiusura della rotta balcanica e ad un cambio di passo. “Il primo caso di pushback è registrato nel 2016 al confine serbo-croato. Nel 2017, è la volta dei primi casi di violenza”, racconta Antonia Pindulić, consulente legale al Centro studi per la pace (CMS) di Zagabria. A fine 2017, Madina Hussiny, una bambina di 6 anni, muore investita da un treno mentre torna dalla Croazia verso la Serbia seguendo i binari. Assieme alla sua famiglia, era stata respinta illegalmente dai poliziotti croati.

Nell’estate del 2018, la polizia croata spara contro un furgone che trasporta 29 migranti e che ha rifiutato di fermarsi all’alt. Nove persone sono ferite e due minorenni finiscono in ospedale in condizioni gravi. Da allora, è un crescendo di incidenti, soprattutto al confine croato-bosniaco, dove passa quel che resta della rotta balcanica. Qui, le testimonianze raccolte dalle Ong parlano di pestaggi, furti, distruzioni di telefonini e, immancabilmente, di respingimenti illegali. Poi, la situazione si degrada fino ad arrivare alle sevizie delle ultime settimane. Il tutto nel silenzio delle autorità.

Il silenzio delle istituzioni

Possibile che il governo di Zagabria in quattro anni non abbia completato un’inchiesta, corretto le sbavature della polizia, punito i colpevoli? Possibilissimo. Anzi, da quattro anni l’esecutivo di Andrej Plenković si limita a “negare tutto”, mentre “nessuna inchiesta ha prodotto risultati”, come riassume Antonia Pindulić del CMS. E questo nonostante non siano mancate le denunce delle Ong e anche le azioni delle stesse istituzioni in Croazia.

“Nel 2019, un gruppo di poliziotti ha scritto una lettera anonima all’Ombudswoman croata chiedendo di essere protetti dal dover eseguire degli ordini illegali”, ricorda Pindulić del CMS. Gli agenti svelavano allora la tecnica dei pushbacks: GPS spenti, comunicazioni solo su Whatsapp o Viber, nessun rapporto ufficiale. Sempre nel 2019, l’allora presidente Kolinda Grabar Kitarović si era lasciata sfuggire , durante un’intervista alla televisione svizzera, che “certo, un po’ di forza è necessaria quando si fanno i respingimenti”. In seguito, ha detto di essere stata fraintesa.

Ecco che dopo che decine di denunce sono cadute nel vuoto e dopo che nel 2018 la stessa Ombudswoman, nelle sue inchieste, si era vista negare l’accesso a filmati di videosorveglianza con la scusa che sarebbero andati perduti, il CMS ha deciso un paio di settimane fa di sporgere denuncia “contro ignoti ufficiali di polizia” colpevoli di “trattamento degradante e tortura nei confronti di 33 persone” e della “violenta ed illegale espulsione [di queste persone, ndr.] dal territorio della Repubblica di Croazia verso la Bosnia Erzegovina”. “Auspichiamo che la procura apra un’inchiesta e che le persone che hanno violato la legge siano identificate. Ma dato che da quattro anni sono le istituzioni stesse a violare la legge, non so cosa possiamo aspettarci”, afferma Antonia Pindulić.

La denuncia presentata raggruppa quattro casi, avvenuti tutti a inizio maggio 2020. “Il nostro sospetto è che i casi siano legati tra loro, dato che tutti i migranti e rifugiati coinvolti hanno denunciato un pestaggio, il furto dei propri averi, il fatto di essere stati spogliati e, soprattutto, di essersi visti disegnare una croce sulla testa con dello spray arancione”, racconta Antonia Pindulić. Proprio quest’ultimo particolare aveva portato la storia sul Guardian e scatenato delle polemiche in Croazia.

Verso una svolta?

Nella loro efferatezza, i casi sembrano ripetersi senza che ci sia alcun cambiamento in vista. Ma il governo croato potrebbe presto essere costretto a rispondere di quella che sembra essere una violenza istituzionalizzata. Non soltanto l’azione legale intrapresa dal CMS “potrebbe verosimilmente finire a Strasburgo”, come ipotizza Massimo Moratti di Amnesty International, ma una causa avviata da tre rifugiati siriani contro la Croazia ha raggiunto a fine maggio la Corte europea dei diritti dell’uomo . E la scorsa settimana, dopo la pubblicazione del rapporto di AI, la Commissione europea ha annunciato che una missione di osservazione sarà inviata in Croazia.

E c’è di più. Questa settimana, sempre il Guardian, ha svelato che delle comunicazioni tra funzionari della Commissione europea mostrano come l’esecutivo europeo “abbia insabbiato il fallimento della Croazia nel proteggere i migranti dalla brutalità al confine”. In questione sono i finanziamenti europei ricevuti da Zagabria per la sicurezza al confine: 7 milioni di euro in tutto, di cui 300mila per l’implementazione di un meccanismo di controllo indipendente che avrebbe dovuto sorvegliare l’operato della polizia. Il meccanismo non solo non è mai stato implementato, ma ci sono state comunicazioni contraddittorie al riguardo, con la Commissione che ha dichiarato che l’Unhcr era parte del meccanismo e quest’ultima che ha pubblicamente smentito a fine 2019 .

Insomma, nonostante Bruxelles abbia previsto un (piccolo) budget per il controllo della brutalità degli agenti croati, il meccanismo che doveva essere attivato con quei fondi non è mai nato. E la Commissione ne è al corrente. Per quanto ancora, allora, il governo Plenković riuscirà a nascondere il proprio sistema di violenza al confine bosniaco?


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