Damir Arsenijević (Foto Nicole Corritore)

Damir Arsenijević (Foto Nicole Corritore)

Il movimento di protesta in Bosnia Erzegovina tre mesi dopo l'inizio delle manifestazioni. Il mito del cambiamento impossibile, la forza della solidarietà. Intervista a Damir Arsenijević, docente all'Università di Tuzla e esponente del Plenum cittadino

06/05/2014 -  Andrea Oskari Rossini Sarajevo

Qual è la situazione a tre mesi dall'inizio delle proteste in Bosnia Erzegovina?

La lotta continua. A Tuzla abbiamo ottenuto le dimissioni del governo cantonale e l'elezione di un governo di esperti, che teniamo sotto stretta osservazione, minacciando se del caso nuove proteste. Vogliamo che le richieste espresse dai lavoratori e dai cittadini nei Plenum civici, formatisi dopo le manifestazioni di massa di febbraio, vengano accolte, in particolare la revisione del processo criminale di privatizzazioni.

Molti ritengono che il movimento in Bosnia Erzegovina sia ormai esaurito, e che Tuzla sia l'unico centro dove sono stati ottenuti dei risultati. È così?

I media cercano il sensazionalismo, non sono interessati a raccontare il lavoro quotidiano del movimento, la battaglia contro la corruzione cronica che attraversa questo Paese. È un lavoro che richiede tempo, il cambiamento non può avvenire da un giorno all'altro. Io credo che le proteste e i Plenum siano riusciti a ottenere moltissimo, raccogliendo la rabbia che circolava e convogliandola in qualcosa di produttivo. Dal punto di vista delle forme di organizzazione, stiamo facendo un percorso nella direzione della democrazia diretta. Non abbiamo una ricetta, per questo è difficile. Nei media l'atteggiamento dominante è quello di convincere il pubblico dell'impossibilità del cambiamento, piuttosto che di rendere possibile la speranza. L'investimento per rendere l'impossibilità convincente è talmente forte che tendiamo a dimenticare i successi, le vite e le energie investite nella lotta quotidiana. Dobbiamo invece capire che siamo in un processo di lunga durata, e pensare al livello regionale ed europeo. Ci sono proteste in Grecia, a Madrid, ce ne saranno certamente anche in Italia.

Cosa unisce queste lotte?

L'antifascismo. È l'unica valida alternativa per un processo positivo di cambiamento politico in Europa.

In ottobre si terranno le elezioni in Bosnia Erzegovina. Come guardano questo appuntamento i Plenum? Ci sono partiti o rappresentanti vicini alle vostre posizioni?

La nostra controparte è il governo, i Plenum esercitano pressione sul governo. Non ci sono partiti politici vicini ai Plenum, perché tutti i partiti hanno accettato la logica della corruzione, e condividono una visione generale secondo cui non è possibile cambiare nulla.

Il cambiamento può avvenire senza il coinvolgimento dei partiti, o di soggetti politici istituzionali?

Qui la gente dice che niente sarà più lo stesso dopo il 7 febbraio [la giornata in cui i manifestanti hanno preso d'assalto palazzi e sedi istituzionali in diverse città bosniache, ndr]. Le proteste hanno indicato ai partiti una concreta possibilità di rinnovamento, e voglio credere che alle elezioni ci sarà un'alternativa credibile. Questo è ciò per cui lavoriamo quotidianamente.

Cioè creare un'alternativa politica prima delle elezioni di ottobre?

In un certo senso lo abbiamo già fatto. Abbiamo costretto diversi governi cantonali a dare le dimissioni, manteniamo la pressione su quelli nuovi.

Quali sono gli ingredienti che hanno reso l'esperienza di Tuzla la più forte? La città che ha dato il via alle proteste appare oggi come quella dove il Plenum è meglio organizzato, dove sono stati raggiunti più risultati. È anche uno dei luoghi dove il processo di privatizzazione è stato più violento...

Ci sono molti ingredienti diversi. Il principale è la solidarietà, l'esercizio in tempo reale della solidarietà. Stare con la gente, portare il cibo. La gente ha fame. Tuzla era una città industriale, qui l'emorragia di posti di lavoro è stata fortissima. Stare con i lavoratori, pensare insieme, mostrare loro che non sono soli richiede tempo, a noi ha richiesto diversi anni. In Bosnia c'è un livello enorme di sfiducia. Nessuno si fida degli altri. È una prosecuzione del trauma della guerra. Lavorare contro la diffidenza è la prima cosa da fare, mostrare la fiducia ogni giorno, nella vita reale. Infine, a Tuzla è rimasta la memoria della lotta antifascista. La combinazione di questi elementi è stata determinante.

Quali sono le conseguenze della guerra di 20 anni fa sull'attuale situazione politica e sociale della Bosnia Erzegovina?

Le guerre degli anni '90 sono state guerre contro la Jugoslavia, e la classe operaia è la classe sociale che è stata utilizzata per combattere queste guerre, così che gli oligarchi potessero arricchirsi. Qual è stato il risultato di quelle guerre? Più di 100.000 morti, milioni di profughi, fosse comuni, genocidio. In questo Paese, però, oggi 85 persone hanno una ricchezza valutata in 9 miliardi di dollari. La guerra quindi è stata combattuta perché qualcuno si arricchisse rubando i beni comuni, quelli che appartenevano a tutti, per trasformarli in proprietà privata. In un modello globale di post fordismo autoritario, poi, la guerra è una delle specializzazioni assegnate ai cittadini bosniaci. Oggi molti sono spinti a partecipare alle guerre in corso, come in Iraq o Afghanistan, lavorando nelle basi militari americane in quei Paesi.

È un fenomeno che riguarda anche Tuzla?

Direi soprattutto Tuzla e la regione di Tuzla, Lukavac. È da qui che proviene la maggior parte dei bosniaci che lavorano nelle guerre.

Sono i luoghi dove gli americani avevano basi militari durante e subito dopo la guerra in Bosnia Erzegovina.

Esatto. Continuano a lavorare per lo stesso imprenditore.

In Republika Srpska, l'entità della Bosnia Erzegovina a maggioranza serba, il movimento di protesta non si è quasi manifestato. Perché una differenza così marcata rispetto all'altra entità, a fronte di condizioni sociali ed economiche relativamente simili?

Ci sono state alcune manifestazioni, specie a Banja Luka, ma credo che la chiave del cambiamento in Republika Srpska saranno i veterani. Sono loro quelli che capiscono meglio di altri il fatto che hanno combattuto, hanno perso le gambe, le braccia o la testa solo perché qualcun altro si arricchisse.


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