Traffico a Sarajevo (foto A. Sasso)

Traffico a Sarajevo (foto A. Sasso)

Nei giorni tra il 2 e il 4 dicembre, Sarajevo è stata la capitale più inquinata al mondo, almeno secondo i dati forniti dalle ambasciate statunitensi che monitorano abitualmente la situazione ambientale delle città in cui hanno sede

21/12/2018 -  Alfredo Sasso Sarajevo

Era una domenica invernale come tante, quelle in cui i sarajevesi normalmente attendono le ore più calde per fare due passi nella centralissima Ferhadija o nel rilassante Vilsonovo, il viale pedonale che costeggia la Miljacka. Ma nel pomeriggio del 3 dicembre, alcuni numeri iniziavano a rimbalzare sui social di tutta la Bosnia Erzegovina e nelle agenzie di mezza Europa, invitando a rinviare la passeggiata. Numeri sparsi tra il 300 e il 400, fino a raggiungere, in tarda serata, il valore-record di 428 . Si tratta dell’AQI (Air Quality Index), un valore che indica su una scala da 1 a 500 la quantità di PM 2.5. Queste ultime sono il cosiddetto “particolato fine”, prodotto da ogni tipo di combustione, in grado di penetrare più profondamente nelle vie respiratorie rispetto al PM 10 e dunque più dannoso ancora per la salute, potenziale causa di malattie polmonari, cardiache e del sangue.

Per dare un’idea, un valore AQI è “accettabile” fino a 100, per poi diventare “malsano”, “molto malsano” e, oltre i 300, “allarmante”, un dato che di fatto costringe l’intera popolazione a non uscire di casa e prendere precauzioni.

Sul profilo Twitter “Kvaliteta zraka - Sarajevo ” (“Qualità dell’Aria”), un bot che segnala ad ogni ora l’AQI della capitale bosniaca attraverso una scala di emoticon, dalle faccine sorridenti a quelle più disperate, in quelle ore compariva stabilmente l’immagine corrispondente al valore più allarmante: un teschio.

È così che, nei giorni tra il 2 e il 4 dicembre, Sarajevo è stata la capitale più inquinata al mondo, almeno secondo i dati offerti dalle ambasciate statunitensi che monitorano abitualmente la situazione ambientale delle città in cui hanno sede. 

È un altro riconoscimento indesiderato per la Bosnia Erzegovina che è tradizionalmente nei primissimi posti per mortalità da inquinamento atmosferico secondo i rapporti dell’Organizzazione Mondiale della Salute. È stata infatti quinta nel 2016 (peggio solo Ucraina, Bulgaria, Bielorussia e Russia) e seconda nel 2017 , dietro la Corea del Nord.

Nel giro di pochi giorni, le mascherine nelle farmacie andavano quasi esaurite, mentre gli ospedali registravano un deciso aumento di pazienti per infezioni respiratorie. Nei giorni immediatamente successivi, il vento e le precipitazioni facevano abbassare i livelli, che tuttavia sono tornati a salire negli ultimi giorni.

Al momento in cui scriviamo questo articolo, il 20 dicembre, l’AQI è tornato sopra i 300, e il teschio fa nuovamente capolino su Kvaliteta Zraka.

Le cause

Negli ultimi anni, il picco d’inquinamento invernale è sempre più ricorrente. In una città come Sarajevo, chiusa in una conca tra colline e montagne con scarsa circolazione d’aria, il fenomeno dell’inversione termica aggrava ulteriormente la situazione. Ma le cause sono naturalmente artificiali e, se si guarda al panorama della Bosnia Erzegovina, molto diversificate. In alcune città bosniache le emissioni industriali rappresentano una parte consistente del problema, come nel caso della centrale termoelettrica a carbone di Tuzla, o dell’acciaieria Arcelor-Mittal di Zenica, con emissioni totalmente fuori scala di diossido di azoto e diossido di solforo.

A Sarajevo, invece, si considerano come fattori principali d’inquinamento il riscaldamento, l’inefficienza energetica delle abitazioni e il traffico automobilistico. Dall’ultimo dopoguerra, a causa delle difficoltà economiche diffuse e delle distorsioni dei prezzi, si è assistito a un rapido ritorno ai combustibili solidi, ovvero legna e carbone. Quest’ultimo è il materiale più conveniente, ma anche di gran lunga il più inquinante. Da anni le associazioni ambientaliste, seguendo le richieste dell’OMS, ne chiedono il divieto. Secondo i dati del censimento 2013, nel cantone di Sarajevo le abitazioni sono suddivise così per fonte di riscaldamento: 146.000 abitazioni a legna, 69.000 a gas, 21.000 a carbone, 16.000 a elettricità e altrettante con oli combustibili. Gli esperti denunciano che non esistono certificazioni energetiche e controlli di emissioni, e che si permette la vendita di materiali di scarsa qualità.

Sarajevo (foto A.Sasso)

Sarajevo (foto A.Sasso)

Su questo tema spesso si invocano gli alibi dell’industria pesante e della scarsa cultura ecologica ereditati dal comunismo jugoslavo, ma è un argomento valido solo in parte. Negli anni ’70, dopo un periodo di allarmanti crisi con gravi ripercussioni sulla salute pubblica, l’amministrazione di Sarajevo fornì diversi incentivi per la conversione a gas del riscaldamento domestico. Si ottenne così una drastica riduzione delle emissioni. Oggi la politica non mostra la stessa attenzione, anzitutto per lo spezzatino tra i diversi livelli di governo, fattore notoriamente onnipresente in Bosnia Erzegovina. Non esiste un ministero dell’Ambiente statale, essendo una materia gestita interamente dalle due entità (Federazione di BiH e Republika Srpska) e, nel caso della Federazione, è prevalentemente delegata al livello dei cantoni.

In verità, anche a livello locale, le risorse non mancherebbero. Il cantone di Sarajevo è spesso definito “il più ricco del paese” per l’ampio gettito fiscale di cui dispone. Ma nessuna forza politica ha mai mostrato volontà di operare misure strutturali, che potrebbero essere impopolari e difficili da gestire. Una delle poche proposte in questo senso, arrivata il mese scorso dal ministro dell’Ambiente cantonale Lukić, è quella di un piano per estendere i sistemi centralizzati a gas. Sarebbe la soluzione più efficace per ridurre l’inquinamento atmosferico. Tutto sembra però procedere lentamente, e senza una parallela politica di incentivi sui prezzi è difficile aspettarsi risultati tangibili.

Traffico

L’altro grande problema di Sarajevo è quello delle auto, di norma vecchie e inquinanti. In Bosnia Erzegovina ogni veicolo ha un’età media di 17 anni. Il 69% è diesel, dunque con maggiori emissioni (dati ufficiali dell’Agenzia statistica bosniaca 2016). Solo nel cantone di Sarajevo, il 21% delle auto è euro 0 , risalente a prima del 1991. Peraltro le crescenti limitazioni alle auto diesel in molti paesi europei potrebbero dare un’ulteriore spinta alla già florida importazione in Bosnia Erzegovina di auto usate, aumentando ancora di più l’impatto dei veicoli inquinanti se non si prenderanno misure di restrizione.

Anche in questo ambito si agisce molto lentamente. Il test sui gas di scarico (eko-test) diventerà vincolante per la revisione solo dal 2020. Ma sarà valido solo in Federazione BiH, non in Republika Srpska. Le targhe alterne, nonostante a Sarajevo fossero sul tavolo da sempre, sono state applicate per la prima e ultima volta il giorno di Natale del 2016, causando un mare di polemiche. D’altra parte, l’attuale condizione del trasporto pubblico nella capitale sarebbe inadeguata e insufficiente ad assorbire la riduzione del traffico privato.

App e ćevapi

Secondo i soggetti che maggiormente seguono i problemi ambientali, ciò che manca in Bosnia Erzegovina non è solo la volontà politica, ma il suo presupposto precedente: risorse per l’analisi, monitoraggio dei dati e degli effetti sulla salute, cifre più attendibili che stimolerebbero una vera presa di coscienza della popolazione e una più forte pressione verso le istituzioni. “Ci manca una diagnosi precisa della situazione”, dice a OBCT Anes Podić, il coordinatore di “Eko Akcija”, una delle organizzazioni ambientaliste più attive, la prima a creare una pagina web e una app per smartphone che fornisce informazioni sulla qualità dell’aria nelle principali città bosniache. Sono stati attivisti e cittadini comuni a lanciare questi strumenti, di fronte all’inazione, e talvolta alla deliberata indifferenza, delle istituzioni. “Ma il governo cantonale a chi ha dato la colpa dei problemi? A noi che abbiamo creato l'app, diffondendo panico e notizie false”, ricorda sarcasticamente Podić.

La pagina twitter Kvaliteta zraka Sarajevo, quella che traduce in faccine, teschi e grafici l’indice di qualità dell’aria misurato dall’ambasciata statunitense, è stata creata spontaneamente da Imer Muhović, un sarajevese ricercatore in ingegneria che lavora all’estero, a Barcellona. Muhović non è nuovo a iniziative di questo tipo. È diventato noto nell’ambiente mediatico bosniaco all’indomani delle elezioni di ottobre, quando aveva creato di propria iniziativa proiezioni e mappe dei risultati, sostituendosi di fatto alla Commissione Elettorale Statale. Mentre questa si era distinta per una serie impressionante di ritardi e inettitudine nel fare circolare le informazioni, Muhović incarnava uno spirito di riscossa civica, lo stesso che si può intravedere in questa nuova iniziativa.

Contattato da OBCT, Muhović spiega: “La gente comune usava poco il sito dell’ambasciata americana. Le emoticon e la traduzione in bosniaco sono più efficaci per la comunicazione, e il grafico dà una visione completa del ciclo di 24 ore”. Ma quale è stata la reazione della gente, soprattutto dopo il 3 dicembre? “Inizialmente c’è stata molta preoccupazione, è stata fatta una petizione online [su change.org, ndA] con grande diffusione per chiedere provvedimenti al governo, ma poi nei giorni successivi quando l’AQI è sceso è calata anche la reazione. E il governo cantonale ha dimostrato di non sapersi confrontare con quanto accaduto”.

La reazione del potere locale è stata infatti, ancora una volta, quella di minimizzare, di auspicare il bel tempo nei giorni successivi che risolverà tutto, di trovare spiegazioni poco plausibili. All’indomani del primato mondiale, un consulente scientifico del parlamento cantonale aveva affermato che il misuratore della qualità dell’aria non sarebbe stato attendibile, perché sarebbe stato alterato dal camino di una vicina ćevabdžinica (un ristorante dove si vendono i ćevapi, le tipiche salsicce di carne macinata). L’affermazione fuori luogo ha immancabilmente scatenato l’ironia di molti sarajevesi e l’irritazione dell’ambasciata statunitense, presa in causa perché il sensore si trova sul suo edificio. Soprattutto, ha nutrito l’ennesimo pregiudizio e acceso l’ennesima indignazione verso un ceto di politici e tecnici pronto a scaricare le responsabilità su qualunque cosa, anche sul camino di una ćevabdžinica, pur di non affrontare i problemi reali. Viene proprio da dire: tutto fumo.


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