Ancora il 50% delle piccole imprese da privatizzare. Solo quattro delle più grandi privatizzate. Non senza scandali. Nei prossimi mesi la vendita dei due colossi JPPTT BiH (poste e comunicazioni ed Electroprivreda (elettricità).

25/10/2001 -  Anonymous User

Della Bosnia Erzegovina si dice sempre che è un paese in transizione. Il concetto "transizione" appartiene a molti ambiti, ma ultimamente riguarda soprattutto l'economia. Dopo gli anni del periodo socialista dell'ex Jugoslavija, la Bosnia di oggi cerca di saltare sull'ultimo treno diretto verso l'Europa. Uno dei processi in corso più importanti per la nuova economia dei Balcani, è rappresentato dalla privatizzazione delle aziende di Stato.
Inizialmente questo processo aveva fatto nascere molte aspettative. Si parlava già di investitori italiani, americani e tedeschi, che avrebbero acquistato tutto per fare del paese una nuova Svizzera. Ma i primi anni del dopo Dayton hanno tenuto lontano gli stranieri, ancora timorosi ad investire in un paese appena uscito dalla guerra e politicamente instabile. E nonostante il passare del tempo, per diversi motivi, tra i quali la mancanza di una legislazione chiara e l'esistenza di un sistema bancario debole, molte strutture non sono ancora state vendute.

L'ente deputato a realizzare tale processo è l'Agenzia per la privatizzazione organizzata a vari livelli, federale, cantonale e municipale. L'agenzia federale bosniaca è nata tre anni fa e fino ad oggi non ha ottenuto grandi successi. Ultimamente è addirittura divenuta più nota per alcuni scandali che per il numero di ditte vendute.

All'inizio del processo di privatizzazione, il capitale totale della Federazione della Bosnia Erzegovina era stimato attorno ai 18.730.000.000 DM (marchi tedeschi). Oggi si attesta sui 17.3000.000.000 di DM. Questa è la somma emersa dai rapporti presentati dalle ditte di proprietà statale, e sebbene rimanga l'incognita su quanto sia realistica questa valutazione è con questa cifra che si fanno i conti oggi.

Nei primi tre anni l'Agenzia è riuscita a fare dei piccoli passi, portando a buon fine la privatizzazione di piccole imprese. In Bosnia esistevano 300 ditte statali di questo tipo, e finora ne sono state privatizzate 166. Rispetto al restante 50% ancora da privatizzare, si prevede che alla fine del processo di vendita lo stato manterrà il 22% della proprietà, mentre il 37% dovrà essere ceduto sottoforma di azioni, e il 41% attraverso il meccanismo delle gare d'appalto.

Per quanto riguarda la privatizzazione delle grandi strutture, nei primi tre anni sono state effettuate solo quattro operazioni, e quasi sempre ne sono emersi degli scandali. Ad esempio, il famoso Albergo a cinque stelle di Sarajevo "Holiday Inn", che valeva almeno 24 milioni di marchi tedeschi, è stato venduto per soli 15 milioni. Simile la storia degli alberghi "Bristol", "Marsal" ed "Europa", ma anche quella del giornale "Vecernje Novine" (Dani, 4 maggio).
Per i prossimi mesi è prevista la privatizzazione degli enti più importanti, come la "JPPTT BiH" - ditta che controlla poste e telecomunicazioni - e la "Elektroprivreda" - che gestisce la distribuzione dell'energia elettrica su tutto il suolo bosniaco. Ciò che ci si può ottimisticamente aspettare, è che con il nuovo governo di centro-sinistra la privatizzazione di queste ditte avverrà quantomeno in maniera più "pulita" di quanto accaduto in passato. La privatizzazione di questi due colossi statali è molto importante, perché il 20% di questa somma verrà utilizzato per il risanamento del fondo pensioni, mentre il restante 80% servirà per la costruzione di appartamenti o il risanamento di quelli esistenti, e per investimenti che creino occupazione. Questo è ciò che è stato recentemente dichiarato dal Primo Ministro Federale - Alija Behmen (Oslobodjenje, 21 settembre).
Il processo di privatizzazione della "JPTTBiH" e della "Elektroprivreda", per il quale si sta muovendo l'agenzia americana "Consultino", si dovrebbe concludere per il giugno dell'anno 2002, ma come è scritto sul quotidiano Oslobodjenje, i responsabili delle due aziende non hanno voluto svelare a quale prezzo verranno vendute.

Parlando di privatizzazioni, non possiamo dimenticare la telefonia mobile, oggetto non poco tempo fa di uno scandalo che ha riempito le prime pagine di tutti i giornali. In Bosnia oggi esistono tre sistemi, uno per ogni "regione". La Republika Srpska viene servita dalla "PTT", mentre in Federazione viene utilizzata la rete della "JPPTTBiH" nelle aree a "maggioranza musulmana", e la cosiddetta Herzeg-Bosna si serve della "ERONET". Le prime due sono sempre state di proprietà dello Stato, mentre la proprietà dell'ultima ad oggi non è chiara. Inizialmente era per il 51% di proprietà della "HPT" (Poste croate di Mostar) e per il restante 49% di proprietà della "HT" di Zagabria. L'accordo tra la ditta erzegovese e quella croata fu fatto durante il governo di Tudjman, ma cambiato il potere in Croazia, sono mutati anche i rapporti tra Mostar e Zagabria. Nel frattempo è stato fatto un trasferimento di capitale della "HPT" ad altri tre enti - "Herzegovina Osiguranje", "Croherc" di Mostar e "Alpina Komerc" di Siroki Brijeg.
L'avvio della privatizzazione in Bosnia Erzegovina ha creato difficoltà alla "ERONET". Tramite la "CRA" - l'Agenzia di regolazione del settore comunicazioni - viene pubblicato la gara d'appalto per la vendita della "ERONET", che però è immediatamente sospesa. Dalle notizie emerse sui quotidiani, pare che la sospensione sia dovuta al fatto che si fossero presentati solo due potenziali acquirenti - una ditta croata, ed un'altra austriaca legata ad un cugino di Wolfgang Petrisch, l'Alto Rappresentante in Bosnia. Questa informazione non è mai stata né confermata né ufficialmente smentita, ma intanto la gara è stata sospesa. A questo proposito all'inizio di settembre il nuovo Direttivo della "ERONET" ha dichiarato che "l'aggiudicazione va rimandata finché non verrà completamente definita la proprietà dell'azienda" (Slobodna Bosna, 6 settembre).
Sembra che i rapporti tra i nuovi partner "Herzegovina Osiguranje", "Vroherc", "Alpina Komerc" e "HT Croazia", siano poco chiari. Uno dei punti che rendono ancora più complessa la situazione è che la famosa "Hercegovacka banka" di Mostar possedeva il 60% della proprietà della "Herzegovina Osiguranje" e il 100% della "Croherc". Ciò significa che per capirne un po' di più dovremo attendere i risultati delle indagini avviate dalla signora Toby Robinson , diventata direttore temporaneo della banca erzegovese dopo le incursioni attuate qualche mese fa dalla Forza militare internazionale di stabilizzazione (Sfor).

Vi è però un altro caso di privatizzazione di cui si è parlato anche di più. E' quello della "Aluminijum" di Mostar , distrutta nel 1992 proprio all'inizio della guerra bosniaca. Il bilancio della fabbrica nel 1991 era di 1 miliardo e 456 milioni di marchi tedeschi. La privatizzazione della "Aluminijum" è avvenuta nel 1997, con l'acquisto del 64% da parte degli stessi operai, del 12% da investitori stranieri e dalla fabbrica di metalli leggeri di Sibenik TLM. La cifra alla quale è stata venduta la fabbrica è però risultata molto più bassa del bilancio fatto nel 1991: gli operai - solo croato-bosniaci perché i bosniaco-musulmani non hanno ancora riottenuto il posto di lavoro - hanno investito 97 milioni di marchi, e la fabbrica croata di Sibenik 18,8 milioni. La "Aluminijum" viene quindi venduta per due soldi, e come è scritto su Slobodna Bosna dell'8 febbraio scorso, dietro agli operai si nasconde il direttore dell'azienda stessa - Mijo Brajkovic. Nonostante questo, la revisione della privatizzazione effettuata da una commissione mista - formata dall'Ufficio dell'Alto Rappresentante per la Bosnia e commissari locali - non ha confermato l'accusa di "truffa" e, secondo quanto scritto da molti quotidiani bosniaci, l'ha soltanto legalizzata. (Oslobodjenje, Dnevni Avaz, Nezavisne Novine, nei primi giorni di settembre).

E con modalità simile usata per la vendita della fabbrica mostrina, sono stati privatizzati anche l'Hotel Neum ed Ero. In entrambi i casi, come denunciato dal settimanale Slobodna Bosna del 2 febbraio ultimo, grazie all'intervento di politico Bender l'albergo che valeva 30 milioni di marchi è stato venduto all'imprenditore Marcino per soli 6,6 milioni, poco più di un quinto del valore effettivo.

Altro esempio è rappresentato dal grande magazzino "Sarajka", nel centro della capitale bosniaca. Sembrava cosa certa che sarebbe stata la Benetton ad acquistarlo, ma dopo due, tre tender rimandati, gli italiani non si sono più presentati. Il 14 giugno Slobodna Bosna ha scritto che 5.000 metri quadrati erano troppi per un negozio Benetton, e che il potenziale acquirente non era riuscito a trovare soci interessati a dividere quell'enorme spazio. Non molto diverso è stato il caso della "FDM", manifattura tabacchi di Mostar. Alla gara d'appalto per la vendita della "FDM" si sono presentate la "JTI" - Japan Tabacco International - e l'azienda di Trieste "Adriatica" , che si sono dette pronte ad investire subito 9 milioni e mezzo di marchi tedeschi e a garantire poi ulteriori investimenti di 8,5 milioni. Il problema è nato quando un membro della commissione della gara - Ismet Campara - ha chiesto il ritiro dell'agenzia triestina. Ufficialmente non si è riusciti a capire il motivo e non lo ha chiarito nemmeno Rusmir Kadragic, uno dei proprietari dell'Adriatica. Pare che la commissione ha ritenuto problematico il fatto che la "Adriatica" abbia solo tre dipendenti (Radio X Mostar, 4 marzo). Nel frattempo, con la benedizione dei politici - soprattutto dell'SDA - nella Bosnia del nord sono state svendute per due soldi molte piccole fabbriche, tra le altre la "Frutex" di Celic e la "Mercati Konzum". Un simile scenario si stava preannunciando anche a Brcko in Republika Srpska. Ma qui, poiché si tratta di una zona particolare, fortunatamente la reazione dell'Alto Rappresentante delle Nazioni Unite e del Supervisore per Brcko è stata tempestiva, e la procedura è stata subito sospesa. L'Amministratore per Brcko - Henri Klark - ha dichiarato solo qualche giorno fa ad Oslobodjenje che dall'inizio del mese di ottobre potrà cominciare la privatizzazione nella zona, che sarà riferita al 67% delle ditte statali mentre il resto rimarrà proprietà del distretto.


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