Nei giorni scorsi una bomba nella moschea da poco ricostruita a Kozarusa. Alcuni aggiornamenti di cronaca dalla cittadina dove giovedì la Adl ha tenuto il primo incontro sullo sviluppo locale nei Balcani.

29/11/2002 -  Andrea Rossini

Martedì verso le due di mattina ignoti hanno posto una bomba di fronte all'ingresso della moschea di Mujkanovici, a Kozarusa (Prijedor). Si tratta di una delle prime moschee ricostruite nella Republika Srpska, terminata nell'agosto scorso. L'esplosivo è stato collocato nell'angolo tra il minareto e l'ingresso principale. Lo scoppio ha causato danni a uno dei quattro pilastri che sostengono il minareto, oltre a distruggere porte e finestre e la struttura in rame sopra l'ingresso della moschea.
"Un'ora dopo la mezzanotte ho sentito i cani abbaiare e ho visto una luce vicino alla moschea. Dopo il silenzio, e poi la detonazione - ha dichiarato Merdzana Mujkanovic che abita vicino all'edificio."
Eniz Mujkanovic, uno dei ritornanti che vive nel villaggio, ha detto che sinora non c'erano mai stati problemi con gli ex vicini, salvo qualche sporadica provocazione verbale. "A me non dà fastidio la chiesa di Kozarac. Anzi, posso anche dimostrare di avervi contribuito. Non capisco allora perché a qualcuno dovrebbe dare fastidio la moschea. Non siamo in Palestina, questa è Europa, ma qualcuno sembra non rendersene conto", ha dichiarato Mujkanovic.
"Questo attentato ci colpisce particolarmente perche' avviene durante il Ramadan, mese per noi del digiuno e della preghiera - ha affermato l'imam Sakib Dzaferovic. L'attentato ha causato danni per circa 2.000, 2.500 marchi. I Bosniaci sono indignati, ma non credo che la situazione si aggraverà. Bisogna abbandonare queste idiozie che non portano da nessuna parte." Il giorno dopo l'esplosione, gli abitanti si sono riuniti intorno all'edificio religioso.
"Sono sicuro che questa azione non è opera della gente del posto, ma di quelli che sono venuti dalla Croazia - ha affermato Eniz Mujkanovic, uno dei primi ritornanti bosniaci. Vivono molto vicino a noi, sulla terra dei nostri antenati che ci è stata illegalmente espropriata. Ci hanno provocato anche in passato durante i loro matrimoni o le loro feste, quando sparavano con pistole e mitragliatori. Ci gridavano, quando stavamo ricostruendo le nostre case. Ci dicevano che stavamo lavoravano per niente perché loro le avrebbero distrutte di nuovo."
Prijedor, in Republika Srpska, rappresenta uno dei simboli piu' dolorosi della pulizia etnica attuata nel corso del recente conflitto, in particolare per la presenza nel territorio municipale dei campi di concentramento di Omarska, Keraterm e Trnopolje. Oggi è una tra le città che conta il piu' alto numero di ritornanti bosniaci, e che ospita allo stesso tempo molti profughi serbi espulsi dalla Croazia, che ancora non riescono a rientrare nelle proprie case.
In questi giorni la città sembra attraversare un momento di tensione, non solo per il recente attentato alla moschea. La SFOR ha infatti rinvenuto venerdì scorso un grosso deposito di armi e munizioni nel centro della città, presso la ditta «LAKI PRI» (7 mortai di grosso calibro, un gran numero di mortai da 80 e 60 mm, missili, granate per bazooka, mine anticarro e antipersona, armi leggere e munizioni). Nei giorni scorsi, una bomba aveva distrutto la autovettura di un ispettore di polizia, Goran Modic, che in passato si era occupato con successo di traffici di auto nella zona. Il clima pesante è stato avvertito anche dagli operatori dell'informazione. Giornalisti del locale Kozarski Vjesnik e di RTV Prijedor sono stati attaccati fisicamente la settimana scorsa mentre cercavano di fare un'inchiesta sul mercato dell'usato da poco aperto in località Svale dalla compagnia Dabic.
Nonostante questi sporadici attentati e le provocazioni di matrice criminal-nazionalista, la ricostruzione e il processo di riconciliazione continuano. A Hambarine, comunità locale a pochi chilometri da Prijedor completamente distrutta durante la guerra, dopo la ricostruzione delle case è ora arrivata l'acqua, grazie ad una donazione di 200.000 marchi elargita dalla Caritas svizzera e dalla Federazione mondiale luterana. Il sindaco Sevo ha simbolicamente aperto il rubinetto del sistema che servirà circa 320 abitazioni di ritornanti.
Nella vicina Bosanska Dubica, ritornanti bosniaci hanno avviato la ricostruzione della moschea nel centro della cittadina, nello stesso luogo della precedente, distrutta nel 1992. L'opera è finanziata da rimesse di Bosniaci che vivono in Europa occidentale, Stati Uniti, Canada, e dai circa tremila ritornanti. Nonostante i lavori siano iniziati da poco, i Bosniaci hanno già cominciato a pregarvi. Alla domanda se ci fossero state provocazioni o incidenti il presidente della locale comunità islamica, Omer Veladzic, ha risposto: "Potete valutare con i vostri occhi: circa 1000 persone passano di fronte a questo edificio tutti i giorni. I nostri vicini serbi si sono congratulati con noi per quanto stiamo facendo e condividono la gioia di ridare vita a degli edifici religiosi."

Giudicare se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto è solo una questione di ottimismo, una virtù che da queste parti vale quanto il nuovo acquedotto. ("Kozarski Vjesnik", 29.11.02; "Nezavisne Novine", 14, 22, 27.11.02; "Oslobodjenje", 28.11.02)


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