Tuzla, la centrale termica (Foto Alessandro Boselli, Flickr)

Tuzla, la centrale termica (Foto Alessandro Boselli, Flickr )

La fabbrica DITA di Tuzla dichiara bancarotta. I lavoratori, che con la loro mobilitazione avevano dato avvio alle proteste del febbraio 2014, rivolgono un appello al movimento sindacale internazionale

23/04/2015 -  Chiara Milan

Il tribunale di Tuzla ha dichiarato iniziata la procedura fallimentare dell'ex fabbrica di detergenti DITA che, prima della guerra, dava lavoro a 1.400 persone. A febbraio dell’anno scorso le proteste dei lavoratori della DITA avevano scatenato la cosiddetta “rivolta dei cittadini” che, in pochi giorni, aveva infiammato quasi tutto il paese. Dopo anni di lotte incessanti, scioperi e tentativi (falliti) di far ripartire la produzione, ai lavoratori della DITA non spetterà alcun tipo di compensazione. Nello specifico, 40 mesi di stipendi, contributi pensionistici e assicurazione sanitaria non versati. Paradossalmente, alcune azioni della DITA appartengono ancora in parte agli stessi lavoratori che sono stati in più riprese allontanati dalla fabbrica, mentre cercavano di entrare negli edifici, e che sono stati attaccati violentemente dalla polizia il 5 febbraio del 2014.

Visita il dossier che abbiamo dedicato l'anno scorso alle proteste in Bosnia Erzegovina

“Secondo la legge bosniaca che regola la procedura di fallimento, i lavoratori sono all’ultimo posto nella lista dei creditori. La fabbrica è stata ipotecata, e i creditori hanno la priorità nella riscossione dei crediti. Le banche, che hanno elargito prestiti e che si sono appropriate della fabbrica tramite l’ipoteca, hanno priorità nel riscuotere i crediti, che sono grandi”, ha riferito il presidente del sindacato della DITA al portale Klix.ba. Sempre lo stesso portavoce dei lavoratori ha dichiarato che gli ex dipendenti della DITA non hanno nulla in contrario all'apertura del fallimento, a patto che non li privi di ciò che spetta loro.

I lavoratori della DITA protestano dal 2009, due anni dopo la privatizzazione della fabbrica, un tempo parte della holding SODASO. Ironia della sorte, l’ex quartier generale della SODASO è stato dato alle fiamme durante le proteste di febbraio 2014, in quanto attualmente sede del governo cantonale di Tuzla. Della stessa SODASO facevano parte altre quattro fabbriche ora in bancarotta, i cui ex lavoratori sono scesi in piazza a febbraio per reclamare il pagamento dei salari arretrati che spettano loro.

Un processo di privatizzazione poco chiaro, proprietari che hanno intascato i crediti e danneggiato la produzione, macchinari andati distrutti o derubati hanno condannato la fabbrica di detergenti alla chiusura nel 2012. Da quel momento i lavoratori hanno cercato di riavviare la produzione, hanno scioperato e vigilato sui macchinari affinché non venissero rubati. “Nel 2010 il proprietario ci disse che la banca non gli avrebbe più concesso prestiti, e che avremmo dovuto aspettare fino all’inizio dell’anno prossimo. Scoprimmo poi che, durante quel periodo, aveva preso crediti a bizzeffe”, racconta Emina Busuladžić, il volto più noto dei lavoratori della DITA, che da anni lotta incessantemente per far ripartire la produzione in quella che considera la sua seconda casa.

Per attirare l’attenzione sulle condizioni disperate in cui si trovano i lavoratori dell’ex centro industriale della Bosnia, gli ex dipendenti della DITA hanno scritto un accorato appello al movimento sindacale internazionale affinché sostenga la loro lotta per la sopravvivenza. Questa la versione in italiano:

Tuzla, 16 Aprile 2015

“Noi, lavoratori della fabbrica di detergenti DITA di Tuzla, abbiamo lottato contro un’ondata di privatizzazioni corrotte, contro lo sfruttamento e la compravendita di proprietà che sta distruggendo l’industria della Bosnia Erzegovina. Da ormai due anni stiamo sorvegliando la nostra fabbrica giorno e notte per impedire che i macchinari vengano rimossi. Il processo di privatizzazione della DITA è stato eseguito in collaborazione con politici, magistrati e banche corrotte, che non sono riusciti a portare a termine le adeguate operazioni di controllo, e hanno procurato prestiti “tossici” ai nuovi proprietari – soldi che non sono mai arrivati alla fabbrica.

Nel nostro paese manca il rispetto per lo stato di diritto: le elite criminali hanno introdotto degli emendamenti al codice penale, facendo sì che nessun tribunale possa occuparsi di reati finanziari e commerciali. Questo furto legalizzato ci ha privati dei diritti umani di base: abbiamo 40 mensilità salariali in arretrato, che ci hanno lasciato affamati e in miseria; siamo stati obbligati a vedere i membri delle nostre famiglie morire perché non possiamo permetterci il trattamento medico di base. Adesso è iniziata la procedura fallimentare. Siamo determinati a mantenere l’occupazione della fabbrica, e rifiutiamo di riconoscere l’autorità del curatore fallimentare se non verranno tutelati gli interessi dei lavoratori, o se non verranno trovati nuovi investimenti per far ripartire la fabbrica. Siamo ad un punto critico. Senza un appoggio esterno, è possibile che entro pochi giorni saremo obbligati ad alzare barricate e resistere all’azione delle forze speciali di polizia. Rivolgiamo un appello urgente al movimento sindacale internazionale per un sostegno morale e materiale.

I lavoratori della fabbrica DITA 


Emina Busuladžić, capo del comitato di sciopero

Dževad Mehmedović, rappresentante sindacale dell’Unione dei lavoratori non metalmeccanici

contatti: busuladzic.emina@gmail.com"


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