Agrokomerc

Fondatore di "Agrokomerc", condannato a 10 anni per crimini di guerra, politico tra i più controversi di Bosnia. Fikret Abdić è il nuovo sindaco della sua Velika Kladuša

13/10/2016 -  Alfredo Sasso

Il 2 ottobre scorso Fikret Abdić, probabilmente la figura più paradossale della politica bosniaca negli ultimi tre decenni, è stato eletto sindaco di Velika Kladuša. Non era un risultato scontato, visti i suoi 77 anni, di cui dieci recentemente trascorsi in carcere. Ma ha prevalso l’attaccamento messianico dei suoi sostenitori, che rivedono nella leadership assoluta di Abdić, detto Babo (il “Babbo”) il miraggio industriale degli anni ’80.

La repubblica di Agrokomerc

Velika Kladuša si trova nel cuore della Krajina di Cazin, regione all’estremo nord-ovest della Bosnia Erzegovina, con una tradizione di povertà, spinte autonomiste e ribellismi locali, a forte maggioranza musulmana ma distante da Sarajevo per geografia, rapporti economici e sociali, nuclei di potere. È qui che dai primi anni ’70 Abdić trasforma Agrokomerc, la piccola cooperativa agricola da lui diretta, in un gigante dell’industria agroalimentare jugoslava. Al “miracolo” di Abdić concorrono altissime protezioni politiche e abilità nel muoversi tra le aree grigie di socialismo e aperture al mercato, con investimenti megalomani, marketing aggressivo e persino spionaggio industriale. Tra i prodotti-icona della ditta vi sono la spezia Vegedor, copia del croato Vegeta, e i biscotti Tops, imitazione dei serbi Jaffa. Agrokomerc contava 30 dipendenti nel 1963, giungerà ad oltre 13.000 nel 1987, trasformando Velika Kladuša in una delle municipalità bosniache più ricche. Si sviluppa quel culto della personalità che arriva fino ai giorni nostri: Babo diventa plenipotenziario del partito nella zona, riceve persino una parata militare in suo onore per le strade di Kladuša, dove gode di un carisma intoccabile.

Eppure, nell’estate 1987 si scopre che il business di Agrokomerc si fondava su cambiali senza copertura. Il crack finanziario fa tremare economia e politica, porta Abdić in carcere e cancella migliaia di posti di lavoro. Ancora oggi, diversi nodi irrisolti di quella vicenda dividono gli storici e le rispettive narrazioni sulla dissoluzione jugoslava: alcuni parlano di una macchinazione di Belgrado contro la Bosnia Erzegovina e i musulmani, altri di semplici negligenze finanziarie e politiche. Quel che è certo è che all’epoca Abdić ne esce più popolare di prima: scarcerato nel 1989, si presenta come uomo del fare e vittima del sistema, credenziali impeccabili in vista delle elezioni repubblicane del 1990. Tutti lo vogliono: i riformisti di Ante Marković, che appaiono favoriti (una delegazione guidata da Emir Kusturica viaggia a Fiume, dove Abdić è in vacanza, per convincerlo), i nazionalisti musulmani dell’SDA, persino i comunisti da cui si sentiva tradito. Alla fine sceglie l’SDA, per ragioni puramente pragmatiche. Abdić è, e rimarrà sempre, estraneo al nazionalismo. Ma è convinto che quella è l’opzione vincente e che gli lascerà le mani libere per riprendersi il controllo di Agrokomerc, la sua vera ossessione.

L’imbroglio

Nelle urne Babo fa il pieno: è il più votato alle elezioni per la presidenza collettiva bosniaca con un milione di voti, duecentomila più del collega di partito Alija Izetbegović, che però si prende il seggio di presidente della Repubblica e mantiene salda l’egemonia nel partito. Tra i due, le differenze diventano inconciliabili con l’inizio della guerra. Abdić si dimostra indifferente alle sorti del paese, agisce con autonomia, tiene contatti separati con i nazionalisti serbi e croati, vuole tornare in Krajina. Sceglie il giorno del suo compleanno, 29 settembre 1993, per proclamare la Regione autonoma della Bosnia-occidentale, che rescinde i legami con Sarajevo e si mantiene con quello che resta del sistema Agrokomerc, con un fiorente contrabbando, e soprattutto, collaborando con milizie croate e serbe. Ne deriva un conflitto tutto interno al campo musulmano, fratricida nel fratricidio. Le truppe di Abdić compiono torture e stragi contro i civili, aprono campi di concentramento, costringono la “loro gente” a sofferenze terribili, anche quando lo staterello di Babo crolla nell’agosto 1995. La prassi non si distingue da altri politici e signori della guerra. Tuttavia, sostiene lo scrittore Muharem Bazdulj, forme e motivazioni lo rendono simile all’archetipo del dittatore sudamericano o post-sovietico, più che a quello del leader post-jugoslavo. Scrive Bazdulj: “Abdić non si è mai nascosto dietro pompose demagogie nazionaliste. Non si è mai richiamato a re Tomislav, al principe Lazar o al bano Kulin, né a una ‘sacra tradizione storica del proprio popolo’”. La figura di Abdic è il paradigma del “neofeudalesimo”, è riferimento obbligato per chi cerca di spiegare i conflitti jugoslavi con la chiave dell’imbroglio etnico, indagando investimenti offshore e criminalità, localismi esasperati e sinergie trasversali più che le dinamiche identitarie fondate esclusivamente su nazione e religione.

Nessuna opzione

Rifugiatosi a Fiume sotto la protezione di Franjo Tuđman, alla morte di quest’ultimo Fikret Abdić fa i conti con la giustizia. Nel 2002 un tribunale croato lo condanna per crimini di guerra a venti anni (poi ridotti a dieci) da scontare a Pula. Dal carcere istriano, però, Abdić rimane politicamente vivo. Fonda un nuovo partito, il DNZ, localista e familista (controllato dalla figlia Elvira), che governa a Velika Kladuša dal 1998 al 2012 e mantiene una costante presenza nel parlamento federale. Soprattutto, si conserva quella peculiare “comunità immaginata” fondata su miti e rituali non-nazionali: la nostalgia per il benessere industriale, il compleanno del capo (a ogni 29 settembre, autobus di sostenitori si muovevano dalla Krajina al carcere di Pula per fargli gli auguri), le divisioni comunitarie conseguenza e non causa della guerra: a Kladuša permane una frattura latente tra musulmani autonomaši e musulmani korpusovci, ovvero tra i seguaci dell’autonomismo di Abdić e coloro che rimasero fedeli al Peti Korpus, l’unità dell’esercito regolare di Sarajevo.

È per questi motivi che il successo di Abdić non costituisce grande sorpresa, in un contesto di assenza di alternative politiche e marginalità economica: a Kladuša gli occupati sono 4.200, la metà dei disoccupati (8.500; dati AlJaazeraBalkans). Diversi sono, invece, gli aspetti legali e morali. In Bosnia Erzegovina non esistono interdizioni da cariche pubbliche per criminali di guerra che hanno scontato la pena. Abdić, libero dal 2012, si è dunque candidato alle elezioni municipali di Kladuša senza problemi. La vicenda ha generato proteste delle associazioni di internati e diverse critiche tra gli analisti, scettici per gli effetti negativi sulla riconciliazione.

Ma la vittoria è tutt’altro che un trionfo. Con il 48% dei voti, Abdić non ha centrato la maggioranza assoluta e sarà costretto a cercare alleanze. Dal 2013 il DNZ si è frammentato; Abdić ha fondato un nuovo partito, il Partito Laburista, che ha perso alcuni seguaci. La sua promessa di “riprendersi Agrokomerc” resterà probabilmente vana. Come spiega a OBC Transeuropa Amir Purić, giornalista di Velika Kladuša, quel che resta dell’azienda è nelle mani della Federazione di Bosnia Erzegovina, politicamente avversa ad Abdić. Solo una piccola parte dell’infrastruttura è ancora funzionante e viene affittata a imprese private, con appena 300 dipendenti in tutto, mentre si accumulano nuovi debiti per circa 15 milioni di euro. “I suoi sostenitori non capiscono che non è la stessa cosa essere direttore di un’impresa nel socialismo, e essere sindaco di una municipalità nel capitalismo”, chiosa Purić. È così che, nella Bosnia del 2016, c’è ancora spazio per Babo e la sua autocrazia variabile, magistralmente contenuta nella sua espressione più celebre: “Non appoggio nessuna opzione, non ho nessuna idea, e sono d’accordo su tutto”.


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