Srebrenica, 2013 (© umut rosa / Shutterstock.com)

Srebrenica, 2013 (© umut rosa / Shutterstock.com)

Oggi si chiude a Poznań il vertice annuale del Processo di Berlino. Presenti anche i rappresentanti di molte organizzazioni della società civile, tra cui REKOM, che da anni si batte per istituire una commissione regionale sui crimini di guerra e sull'accertamento delle vittime dei conflitti della disgregazione jugoslava

05/07/2019 -  Radomir Kračković

(Pubblicato originariamente da Deutsche Welle il 30 giugno 2019 tit. orig. "Političari ne žele istinu o ratu i zločinima devedesetih")

Il vertice annuale del Processo di Berlino, che si svolge a Poznań dal 3 al 5 luglio, è un’occasione per discutere della prospettiva europea dei paesi dei Balcani occidentali e della cooperazione economica. Al summit di Poznań partecipano anche i rappresentanti delle organizzazioni della società civile attive nei Balcani occidentali, che hanno l’opportunità di presentare le loro attività, tra cui spicca per importanza un’iniziativa che, pur essendo avviata undici anni fa, ancora fatica a concretizzarsi.

Si tratta dell’iniziativa REKOM, acronimo di Commissione regionale per l’accertamento dei fatti relativi ai crimini di guerra e ad altre gravi violazioni dei diritti umani commesse sul territorio dell’ex Jugoslavia nel periodo compreso tra il 1 gennaio 1991 e il 31 dicembre 2001.

Nel 2008 è stata creata la Coalizione per REKOM, che ad oggi raccoglie oltre 2000 organizzazioni non governative per la difesa dei diritti umani, attive nei paesi nati dalla dissoluzione della Jugoslavia, diverse associazioni degli ex internati dei campi di concentramento, degli sfollati e delle famiglie delle persone scomparse durante le guerre degli anni Novanta, nonché numerosi intellettuali di spicco.

La Coalizione si batte affinché venga istituita una commissione riconosciuta da tutti i paesi ex jugoslavi e incaricata di accertare i fatti relativi alle tragiche vicende degli anni Novanta, più precisamente di creare un elenco di tutte le vittime, sia civili che militari, delle guerre jugoslave; di appurare le circostanze della loro morte o scomparsa, e di creare un registro dei campi di concentramento in ex Jugoslavia.

L’iniziativa ha raccolto finora circa 600mila firme nei paesi ex jugoslavi, ma la commissione non è ancora stata istituita a causa della mancanza di volontà politica di alcuni paesi della regione. REKOM ha infatti ottenuto l’appoggio formale dei capi di stato di Serbia, Montenegro, Kosovo e Macedonia del Nord, ma manca ancora l’appoggio di Bosnia Erzegovina, Croazia e Slovenia.

Difficile aspettarsi una svolta al summit di Poznań

Circa un mese fa, una delle promotrici dell’iniziativa REKOM e nota attivista per i diritti umani Nataša Kandić ha invitato i leader dei paesi dell’ex Jugoslavia a sostenere l’istituzione di REKOM. Oggi, tuttavia, non è particolarmente ottimista al riguardo.

"Temo che a Poznań non sarà firmata la Dichiarazione sull’istituzione di REKOM, anche se ci aspettavamo che venisse firmata, considerando che la Commissione europea ha fortemente sostenuto l’iniziativa alla riunione dei ministri [degli Esteri] dei paesi della regione, tenutasi a Varsavia nell’aprile 2019. Nel frattempo, la Presidenza della Bosnia Erzegovina e la Croazia non hanno nominato i propri esperti giuridici nel Gruppo di lavoro per la finalizzazione della Bozza dello Statuto di REKOM, ragione per cui il Gruppo di lavoro non ha potuto proseguire nella propria attività", spiega Nataša Kandić.

Alla domanda perché alcuni leader dei paesi della regione sono restii ad appoggiare l’iniziativa REKOM, Vesna Teršelič, direttrice di “Documenta” (Centro per l’elaborazione del passato) di Zagabria, risponde che alcuni politici temono che, qualora decidessero di sostenere REKOM, potrebbero perdere il potere.

"Nelle nostre società polarizzate e traumatizzate, i politici temono di perdere consensi, soprattutto su questioni delicate, come quelle relative all’interpretazione della guerra, che da queste parti spesso vengono usate per creare miti e fomentare l’intolleranza. Per i leader politici rendere giustizia alle vittime non è una priorità. Nessuna sorpresa quindi se manca ancora la volontà politica di istituire REKOM", afferma Teršelič.

La direttrice di Documenta aggiunge inoltre che la Croazia, che all’epoca in cui Ivo Josipović era presidente della Repubblica ha fornito un forte sostegno all’iniziativa REKOM, oggi si rifiuta di sottoscrivere la Dichiarazione sull’istituzione di REKOM.

"Gli esponenti del governo croato partono dal presupposto che la Croazia sia in grado di stabilire, senza l’aiuto di nessuno, tutti i fatti relativi non solo alla guerra in Croazia, ma anche a quella in Bosnia Erzegovina. Inoltre, la Croazia e la Slovenia sono membri a pieno titolo dell’Unione europea e non devono più sforzarsi di dare di sé l’immagine migliore possibile", spiega Teršelič.

Per quanto riguarda la Bosnia Erzegovina, ad ostacolare la creazione di REKOM sono le autorità della Republika Srpska. "Il membro serbo della Presidenza della Bosnia Erzegovina Milorad Dodik ha implicitamente affermato che REKOM per loro è inaccettabile perché l’accertamento dell’identità delle vittime e delle circostanze della loro morte sarebbe basata sulle sentenze del Tribunale dell’Aja", afferma Nataša Kandić.

Tamara Milaš, del Centro per l’educazione civica (CGO) di Podogorica, concorda sul fatto che il confronto con il passato sia una questione che non si presta a facili consensi, sottolineando però che il Montenegro ormai da tempo ha assunto un atteggiamento positivo nei confronti dell’iniziativa REKOM.

"L’anno scorso il governo montenegrino ha adottato un rapporto in cui ha espresso il proprio sostegno all’iniziativa REKOM. Così il Montenegro è diventato il primo paese della regione a dare pieno sostegno politico a questa iniziativa", spiega Milaš, aggiungendo tuttavia che l’appoggio fornito a REKOM non ha comportato alcun cambiamento nell’atteggiamento del governo di Podgorica nei confronti dei crimini di guerra commessi in Montenegro. "Le autorità montenegrine si impegnano sistematicamente per far dimenticare i crimini di guerra accaduti sul territorio del Montenegro e quelli commessi da cittadini montenegrini", afferma Milaš.

Investire nel futuro

Le nostre interlocutrici concordano sul fatto che negli ultimi anni l’ascesa dei movimenti populisti e nazionalisti abbia contribuito a relegare in secondo piano la questione del confronto con il passato e a rafforzare la riluttanza ad assumersi le proprie responsabilità e a riconoscere le vittime di nazionalità diversa dalla propria.

Vesna Teršelič ritiene che REKOM possa contribuire a “porre simbolicamente fine alle guerre” jugoslave e a superare i traumi. "[REKOM] ridurrebbe la possibilità di negare i crimini e al posto dell’attuale clima di intolleranza creerebbe uno spazio per riflettere criticamente sulle politiche sbagliate e su come costruire una società sana", spiega Teršelič, aggiungendo che non solo le persone che hanno vissuto la guerra, ma anche le nuove generazioni hanno bisogno di sapere la verità.

"Senza piena verità non c’è vera riconciliazione. Per noi il vero confronto con il passato è fondamentale per affrontare il futuro", afferma Tamara Milaš.

Stando alle sue parole, i paesi ex jugoslavi potrebbero contribuire alla riconciliazione anche attraverso altri meccanismi, come i programmi di riparazione delle vittime. "Bisognerebbe creare un unico sistema di riparazione delle vittime a livello regionale. Ciò implicherebbe l’accertamento dei fatti relativi alle vittime e ai luoghi dei crimini, riparazioni adeguate, lo sviluppo della cultura della memoria attraverso la costruzione di memoriali e monumenti e la creazione di materiali didatici adeguati, ma anche le attività volte ad evitare che simili crimini si ripetano in futuro", spiega Milaš.

Nataša Kandić dice che alla società civile non resta che continuare ostinatamente a esercitare pressioni sui politici. "Tuttavia, senza l’aiuto dell’Unione europea difficilmente riusciremo a far sì che i politici si rendano conto delle loro responsabilità nei confronti del passato e del futuro. I nostri politici non capiscono che investire nella riconciliazione significa investire nel futuro", conclude Kandić.


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