(© Matej Kastelic/Shutterstock)

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I rapporti tra occupati e pensionati sono cambiati parecchio negli ultimi trenta anni. In Croazia per esempio da 4 a 1 si è passati a 1,25 occupato per 1 pensionato, con conseguenze drammatiche. A peggiorare il quadro contribuisce la massiccia emigrazione dai Balcani, soprattutto di giovani qualificati

04/03/2020 -  Anđelko Šubić

(Originariamente pubblicato da DWelle il 20 febbraio 2020)

Alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso il sistema pensionistico croato godeva di ottima salute: all’epoca in Croazia si contavano oltre 2 milioni di occupati e poco più di 500mila pensionati. Quindi, il rapporto tra occupati e pensionati era di 4 a 1, mentre oggi – lo confermano anche le statistiche ufficiali – questo rapporto è di 1,25 a 1. La Croazia è tra i fanalini di coda nell’UE per quanto riguarda le pensioni, ma in altri paesi della regione la situazione è ancora peggiore: in Montenegro ad esempio – secondo quanto riportato dai media locali – il rapporto tra occupati e pensionati è quasi di 1 a 1.

Non ha senso discutere su quale sia il rapporto ottimale tra lavoratori e pensionati, ma una cosa è certa: quanto più alto è il numero di pensionati per ogni occupato tanto più basse sono le pensioni. Inoltre, nei paesi dove lo stipendio medio è molto basso, le persone anziane sono maggiormente esposte al rischio di povertà.

La solidarietà intergenerazionale, un valore che sta scomparendo

Nel XIX secolo molti paesi europei decisero di instaurare un sistema pensionistico pubblico proprio nel tentativo di arginare la povertà tra gli anziani . I sistemi previdenziali rivolti agli anziani e alle categorie più deboli esistevano anche prima, ma erano perlopiù limitati ad alcune corporazioni artigianali. Anche oggi in Germania alcune categorie professionali hanno i propri fondi di previdenza complementare, ma è un fenomeno sempre più raro.

Oggi la maggior parte dei sistemi pensionistici pubblici si basa sul principio di solidarietà intergenerazionale. Durante la Grande depressione degli anni Venti, in molti paesi, compresa la Germania, i soldi pubblici “messi da parte” per le pensioni andarono in fumo. Gli Stati Uniti, sotto la guida di Roosevelt, furono il primo paese a riformare il sistema pensionistico pubblico, prevedendo che le risorse derivanti dall’occupazione venissero destinate alle pensioni.

L’idea di base era semplice: se cresce l’economia, aumenta anche la popolazione, così le future generazioni potranno garantire le pensioni a quelli che oggi versano contributi al fondo pensione.

Anche la riforma del sistema pensionistico tedesco del 1957 si basava su questo principio, poggiando, al contempo, su un “secondo pilastro”: aiuti dello stato. Questo sistema ha funzionato molto bene per decenni, finché le nascite non hanno iniziato a diminuire. Oltre che dal calo demografico – che in molti paesi sta mettendo a repentaglio i sistemi previdenziali basati sul principio di solidarietà intergenerazionale – , i paesi più poveri sono afflitti anche da una massiccia emigrazione di forza lavoro.

La situazione in Bosnia Erzegovina

Il presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) Suma Chakrabarti ha recentemente dichiarato che circa 6 milioni di cittadini dei paesi dei Balcani – quasi un terzo della popolazione totale – attualmente vivono all’estero. Per alcuni paesi molto poveri, come la Moldavia, le rimesse degli emigrati rappresentano una delle principali fonti di reddito. Un dato poco consolante, perché la massiccia emigrazione, come quella con cui oggi devono fare i conti la Bosnia Erzegovina, il Kosovo e la Serbia, rappresenta un duro colpo all’economia nazionale. Secondo i dati di Eurostat, nel 2018 dalla Bosnia Erzegovina sono emigrate circa 53.500 persone, dal Kosovo 34.500 e dalla Serbia 51.000.

In un'intervista rilasciata al quotidiano Dnevni avaz, il direttore dell’Istituto per l’assicurazione pensionistica e di invalidità della Federazione Bosnia Erzegovina Zijad Krnjić ha dichiarato che il sistema pensionistico bosniaco è “completamente stabile” e che non può “in alcun modo” essere messo a repentaglio, pur ammettendo che l’emigrazione dei giovani “potrebbe avere conseguenze a lungo termine”. Krnjić ha inoltre annunciato che nel 2020 in Bosnia Erzegovina ci sarà un aumento delle pensioni.

Tuttavia, l’emigrazione dei giovani ha almeno due effetti negativi sull’economia che si manifestano a breve termine. Il primo riguarda le risorse investite dallo stato nell’istruzione delle persone che poi decidono di emigrare: uno studente laureato costa allo stato fino a 50mila euro, anche di più se si tratta di laureati in medicina. Un investimento di cui alla fine traggono vantaggio i paesi in cui i giovani scelgono di emigrare, tanto che alcuni paesi ricchi non vogliono investire sulla formazione dei medici, contando sull’arrivo di medici da altri paesi.

L’emigrazione ha poi un altro effetto ancora peggiore: ad emigrare sono soprattutto persone giovani, istruite e propense all’imprenditorialità. Solo stimolando l’imprenditorialità dei giovani un paese povero, come la Bosnia Erzegovina, può evitare di trasformarsi in un paese di camerieri e addetti alle pulizie mal pagati che lavorano al servizio dei turisti. Abbandonare il proprio paese non è mai una decisione facile; i giovani decidono di emigrare quando si rendono conto che nel proprio paese non hanno alcuna possibilità di condurre una vita decente.

Nemmeno il calo del tasso di disoccupazione, che si è ultimamente registrato in tutti i paesi dei Balcani, può contribuire molto a migliorare la situazione. Questo calo è in gran parte dovuto proprio all’emigrazione, che inevitabilmente avrà conseguenze negative sia sul sistema pensionistico sia su quello di assistenza sanitaria.

Tuttavia, la massiccia emigrazione dai paesi dei Balcani è solo un tassello di un problema più ampio. Per quanto riguarda la disoccupazione dei giovani, i dati ufficiali non rispecchiano in pieno la realtà dei fatti. I giovani spesso lavorano “in nero”, e anche molte aziende che pagano regolarmente i propri dipendenti spesso “dimenticano” di versare i contributi, nonostante le leggi prevedano sanzioni draconiane per il mancato versamento dei contributi.

L’evasione fiscale

L’evasione fiscale non è un fenomeno raro nemmeno nei paesi più ordinati. Ma nei paesi dei Balcani, dove molti cittadini sono profondamente convinti che “quelli ai vertici” non utilizzeranno mai le risorse ottenute dalla tassazione per il bene comune, il lavoro nero e l’evasione fiscale sono diventati quasi uno sport nazionale.

Allora come aumentare le pensioni? In Croazia la pensione media ammonta a 2500 kune (circa 335 euro), mentre più di 160mila pensionati sono costretti ad affrontare quella che sembra una missione impossibile: sopravvivere con una pensione inferiore a 1000 kune (circa 134 euro). In altri paesi della regione la situazione è ancora peggiore, ed è difficile dire come potrebbe essere migliorata. Il cosiddetto “terzo pilastro” previdenziale – che in realtà consiste nell’investire in fondi pensione e in gran parte dipende dai dividendi – solo raramente può garantire un introito rilevante, soprattutto tenendo conto del fatto che ormai da qualche anno il tasso di interesse della Banca centrale europea è fermo a zero. Investire nella previdenza complementare può anche rivelarsi rischioso: negli Stati Uniti questo tipo di investimento è diventato prassi comune, ma oggi anche la più grande azienda statunitense che gestisce le prestazioni pensionistiche, California Public Employees’ Retirement System (CalPERS), sta attraversando una grave crisi finanziaria.

Capita troppo spesso che lo stato si trovi costretto ad attingere alle casse pubbliche per fornire un aiuto a quelli che, pur avendo lavorato tutta la vita, faticano a sopravvivere con la sola pensione. Ma non bisogna contare troppo sugli aiuti di stato, che inevitabilmente provocano un deficit di bilancio, soprattutto se si tratta di uno stato che si è impegnato a rispettare le disposizioni in materia finanziaria legate all’introduzione dell’euro.

Durante la crisi economica in Grecia, le prime misure di austerità introdotte dal governo hanno colpito il sistema di welfare pubblico. Uno scenario simile si è verificato anche in Spagna e in Portogallo. I pensionati greci hanno reagito con numerose e veementi proteste, il che non stupisce perché in Grecia molte famiglie – anche con bambini piccoli e giovani disoccupati – vivono di pensioni.

Allora come i paesi con un basso Pil pro capite possono garantire una pensione dignitosa ai giovani di oggi, ma anche alle generazioni future? Ci troviamo di fronte a una situazione assurda: a causa del calo delle nascite sempre più spesso si assiste al fenomeno della cosiddetta “piramide rovesciata” – in molte famiglie ci sono più anziani che bambini, bambini che un domani, con quello che riceveranno in eredità dai loro genitori, probabilmente non potranno nemmeno pagare le bollette e fare la spesa. Si tratta di un problema che deve essere affrontato seriamente.


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