Tra pochi giorni, a Baku, si terrà l'inaugurazione dei Giochi olimpici europei. In quest'occasione tre tra i principali garanti in Europa del rispetto dei diritti umani chiedono la liberazione dei detenuti politici in Azerbaijan

04/06/2015 -  Michel ForstDunja MijatovićNils Muižnieks Ginevra, Vienna, Strasburgo

Il 12 giugno i primi Giochi Europei iniziano a Baku, la capitale dell'Azerbaijan. Oltre 6.000 atleti provenienti da cinquanta paesi si sfideranno per una medaglia, accendendo le passioni di milioni di europei. La nostra speranza è che s’impegnino anche a cercare di fermare la repressione contro i dissidenti in atto nel paese.

Negli ultimi anni, e in particolare durante gli ultimi 12 mesi, esprimere dissenso o controllare i potenti è diventato molto rischioso in Azerbaijan. Un gran numero di giornalisti e attivisti per i diritti umani sono sotto pressione immensa e hanno perso la loro libertà per mano di un sistema sempre più intollerante alla critica.

Tre casi aiutano a capire l'entità della repressione. Il più simbolico è quello di Rasul Jafarov, direttore di un’organizzazione non governativa. Jafarov è diventato famoso nel 2012 quando lanciò la campagna “Canta per la democrazia” in occasione dell’Eurovisione 2012 organizzata in Azerbaijan. Aveva progettato di organizzare una nuova campagna, "Sport per i diritti", prima dei Giochi europei a sostegno della democrazia attraverso lo sport. Invece, ha trascorso gli ultimi dieci mesi in prigione con accuse poco plausibili. Nel mese di aprile è stato condannato a 6,5 ​​anni di carcere per evasione fiscale, attività imprenditoriale illegale e abuso di autorità.

Anche Leyla Yunus - tra i più noti difensori dei diritti umani in Azerbaijan e una dei tre finalisti dell’ultimo premio europeo Sakharov per la libertà di pensiero – sta trascorrendo i suoi giorni in detenzione, accusata di alto tradimento, frode, contraffazione ed evasione fiscale. Vive in chiara sofferenza emotiva e fisica, affetta da patologie come diabete, epatite C e insufficienza renale. Anche suo marito, Arif, è rinchiuso da agosto in una prigione del Ministero della Sicurezza Nazionale. Dal loro arresto, i due non hanno ricevuto il permesso d’incontrarsi.

Il terzo caso riguarda Khadija Ismayilova, una giornalista investigativa di spicco che ha vinto nel mese di aprile due prestigiosi premi internazionali per i suoi articoli sulla corruzione in Azerbaijan e per la sua lotta per la libertà d’espressione. Ha appreso la notizia di questi premi a Kurdakhani, il carcere in cui è detenuta da dicembre. Inizialmente accusata d’istigazione al suicidio, a febbraio le sono state mosse nuove accuse fasulle di evasione fiscale, imprenditoria illegale e abuso di autorità. Il 14 maggio il suo periodo di detenzione preventiva è stato prorogato per altri tre mesi.

Quest’ondata di repressione si è abbattuta anche sugli stranieri. Giornalisti, membri di organizzazioni non governative e funzionari delle Nazioni Unite hanno vissuto in prima persona le intimidazioni, le vessazioni e le ostruzioni che le autorità azere hanno messo in atto per soffocare le critiche.

Il governo azero difende la sua politica affermando che tutti questi casi riguardano atti illeciti commessi da singoli individui. Dicono che sia sbagliato vedere una motivazione politica dietro l'ondata di arresti dei difensori dei diritti umani.

Non siamo d'accordo. Abbiamo collaborato con questi attivisti e giornalisti nel corso degli anni e li conosciamo bene. Sono tutt’altro che dei criminali.

La realtà è che le autorità hanno distorto lo stato di diritto per giustificare la repressione: procedimenti penali sono stati avviati per punire i dissidenti; leggi sono state introdotte per limitare le attività delle organizzazioni non governative; la polizia è stata utilizzata per reprimere manifestanti pacifici.

In pratica tutti i partner delle organizzazioni per i diritti umani sono stati arrestati, sottoposti a pressioni per interrompere le loro attività o sono andati in esilio a causa delle rappresaglie che le autorità hanno organizzato contro di loro.

È necessario fermare questa repressione, e lo sport può aiutare. Come minimo, gli atleti devono essere consapevoli del contesto sociale e politico del paese in cui giocheranno. Potrebbero poi decidere di sollevare tali questioni con gli organizzatori e gli atleti locali e persino utilizzare la loro popolarità per sostenere coloro che sono stati ingiustamente incarcerati.

Ci auguriamo che faranno la scelta giusta e utilizzeranno lo spirito di questi Giochi per contribuire a fermare la repressione in atto contro chi non ha fatto altro che promuovere i diritti umani.

 

Michel Forst è il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei difensori dei diritti umani

Dunja Mijatović è la Rappresentante dell’OSCE per la libertà dei media

Nils Muižnieks è il Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto


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