Pastore sulle montagne del Caucaso (© Sergey Tinyakov/Shutterstock)

Pastore sulle montagne del Caucaso (© Sergey Tinyakov/Shutterstock)

Górecki ha trascorso anni in Caucaso, viaggiando da una parte all’altra della regione e ascoltando le storie dei suoi abitanti. La sua trilogia caucasica è un piacere da leggere. Un piacere in buona parte negato a chi non può leggere in polacco

26/06/2020 -  Giorgio Comai

Planeta Kaukaz”, il primo volume della trilogia caucasica di Wojciech Górecki uscito nel 2002, è dedicato al Caucaso settentrionale. Ѐ arrivato in Italia come “Pianeta Caucaso” un anno dopo, edito da Bruno Mondadori. Il libro successivo, “Toast za przodków”, pubblicato in Polonia nel 2010, racconta storie dal Caucaso meridionale; i lettori italiani hanno potuto immergersi nei capitoli relativi alla Georgia già nel febbraio del 2009, quando sono stati pubblicati come “La terra del vello d’oro. Viaggio in Georgia” (Bollati Boringhieri Editore, tradotto, come il precedente, da Vera Verdiani), ma non hanno mai avuto l’opportunità di leggere degli incontri di Górecki in Azerbaijan e Armenia. In Italia, entrambi i volumi sono esauriti e al momento sembra impossibile trovarli in libreria o acquistarli direttamente dall’editore. Il terzo libro di Górecki sul Caucaso, “Abchazja”, è stato pubblicato a Varsavia nel 2013; chiude egregiamente la trilogia, anche se inizia dalle prime visite dell’autore nella regione nei primi anni Novanta. Il volume ha avuto una distribuzione limitata al di fuori della Polonia: non c’è ancora un’edizione inglese, né è stato pubblicato in paesi come l’Italia, dove i libri precedenti erano stati accolti positivamente.  

È un peccato, perché conoscere il Caucaso ed i suoi abitanti attraverso gli incontri di Wojciech Górecki è un privilegio. Goderne appieno non dovrebbe essere un lusso riservato solo a chi può leggere in polacco.

“Abchazja”

La copertina di “Pianeta Caucaso” edito nel 2003 da Bruno Mondadori

La copertina di “Pianeta Caucaso”
edito nel 2003 da Bruno Mondadori

Górecki è tra i pochi giornalisti che hanno visitato l'Abkhazia - ex-repubblica autonoma nella Georgia sovietica e all’epoca nota località turistica di mare, ora uno Stato de facto con limitato riconoscimento internazionale - più volte e per lunghi periodi. La sua prima visita è stata nel 1993, quando era un reporter di 23 anni, c’era ancora la guerra e non era chiaro come sarebbero andate a finire le cose per gli abitanti della regione. Alla fine i georgiani furono costretti ad abbandonare le proprie abitazioni. Gli abkhazi - che prima della guerra erano una minoranza nella regione - si ritrovarono in povertà e in una terra devastata, ma una terra che sentivano come la loro.

Durante le sue ripetute visite nella regione, Górecki ha incontrato numerose figure che ebbero un ruolo piccolo o grande nei primi anni della contestata indipendenza dell’Abkhazia, avendo così modo di evidenziare le insolite carriere di molti di loro: il fatto che il primo presidente fosse uno storico esperto di Ittitologia non pare particolarmente sorprendente in questo contesto. Il vuoto lasciato dai georgiani costretti ad andarsene emerge dai tanti riferimenti alle case e alle macchine abbandonate e dal particolare approccio alla proprietà privata emerso dopo la guerra: se un appartamento o una macchina non venivano utilizzati, qualcuno se ne appropriava. Un amico di Górecki di Sukhumi, un georgiano in un matrimonio misto che non aveva preso parte ai combattimenti, sperava di poter tornare a casa sua dopo aver trascorso un breve periodo nel sud della Russia. La speranza era vana: qualcuno aveva già occupato il suo appartamento. Sukhumi era cambiata molto in questo periodo ed era divenuta il punto di riferimento per gli abkhazi che stavano cercando di costruirsi una nuova patria. 

Le speranze e la disillusione delle persone che avevano assunto ruoli pubblici negli anni del dopoguerra, le loro storie familiari, la quotidianità di un intellettuale che manteneva un certo grado di mondanità mentre rispettava le norme sociali e i costumi tradizionali degli abkhazi… sono queste le storie che riempiono le pagine di “Abchazja”. Si tratta di una raccolta di esperienze individuali e collettive vissute in quegli anni difficili, in alcuni casi attraverso ripetuti incontri con le stesse persone anno dopo anno. 

Prendersi il tempo di passeggiare, viaggiare in treno o in macchina, incontrare persone e passare del tempo con loro, e quindi creare le circostanze che permettano a questi incontri di trasformarsi in legami di fiducia e di amicizia: è questo ciò che rende la scrittura di Górecki unica. 

Una caratteristica comune a tanti libri di reportage è quella di avere la struttura di un resoconto di viaggio: l’autore visita un luogo, incontra persone interessanti, racconta una storia affascinante e prosegue oltre. Raramente l’autore torna poi sui suoi passi anno dopo anno per raccontare come cambiano le cose, che invece è esattamente ciò che fa Górecki: passa moltissimo tempo nella regione, torna spesso negli stessi posti e vuole parlare di nuovo con le persone che ha incontrato in passato, senza doversi affrettare verso una nuova avventura.

Questa dimensione diacronica emerge in modo più evidente in “Abchazja”, ma il fatto che l’autore non dia mai l’impressione di essere di fretta è una caratteristica comune a tutta la trilogia sul Caucaso. Da lettore ho particolarmente apprezzato alcuni capitoli (non tradotti) del volume sul Caucaso meridionale, “Toast za przodków”, perché presentavano uno spaccato più ampio della società tramite il racconto di momenti di quotidianità come ad esempio la ricerca di un appartamento in affitto. Questo approccio è un bell’antidoto al giornalismo di certi corrispondenti di guerra che si affrettano a raggiungere zone di conflitto per abbandonarle non appena la situazione si tranquillizza. Górecki ha vissuto per cinque anni in Azerbaijan e non ha bisogno di eventi clamorosi per raccontare una buona storia. La sua trilogia sul Caucaso è un bel promemoria di come un buon reportage ben abbia bisogno di sembrare un film d’azione o d’avventura. 

In effetti, “Abchazja” contiene inevitabilmente anche un po’ di azione, dato che i primi capitoli sono basati su materiale raccolto quando l’autore aveva vent’anni, pieno di curiosità e con pochi soldi, in un periodo in cui dinamiche di guerra nel contesto del collasso dell’Unione Sovietica facevano in modo che ogni uscita non fosse priva di rischi, per non parlare degli inevitabili attraversamenti di frontiere.

Lettori diversi troveranno cose diverse in questo libro. C’è sicuramente qualcosa per i (presumibilmente pochi) lettori internazionali con un interesse specifico per le questioni abkhaze e sufficiente conoscenza del luogo e del contesto politico locale per riconoscere i nomi degli interlocutori di Górecki, apprezzare il loro ruolo nel dibattito pubblico sulle prospettive future dell’Abkhazia, le divergenze e le reciproche accuse all’interno dell’élite, così come l’infinito dibattito sulla presenza e l’influenza russa nella regione. 

Tuttavia, il libro è stato scritto pensando ad un pubblico ampio, ed è così accessibile anche per i lettori che non hanno familiarità con la regione che avranno così l’opportunità di ascoltare le storie che i suoi stessi abitanti raccontano su di sé, i loro miti del passato e del presente, il loro attaccamento alla “religione tradizionale” abkhaza (una forma locale di paganesimo piuttosto diffusa), e infine le loro preoccupazioni per la sopravvivenza della lingua, della cultura e della stessa popolazione abkhaza.

Così come in altre parti della trilogia, Górecki non si sente in obbligo di manifestare simpatia o critiche. Il lettore ha sufficienti riferimenti per farsi una propria opinione, ma ogni persona incontrata da Górecki ha la possibilità di raccontare la sua storia e la sua interpretazione delle vicende presente e passate direttamente al lettore. Anche questa è una piacevole alternativa a quel tipo di informazione che trasforma le voci degli intervistati in una scelta stilistica scenografica all’interno di una narrazione già chiaramente impostata dall’autore. Negli scritti di Górecki, gli interlocutori sono i veri protagonisti della narrazione ed hanno così la possibilità di raccontare la propria storia a modo loro. Gli stereotipi e i miti che gli abitanti del Caucaso amano raccontare di se stessi sono riportati senza essere esplicitamente contestati dall’autore, se non ironicamente. Questi libri sono quindi onesti non solo nei confronti del lettore, ma anche nei confronti degli interlocutori, compagni e amici nella regione.

Nell’ultimo e breve capitolo di “Abchazja”, Górecki lascia infine spazio a considerazioni personali. In quanto esperto di Caucaso, avendo lavorato per anni con la diplomazia polacca e poi con un think tank finanziato dal governo, viene ormai invitato a conferenze di alto livello negli alberghi di lusso della regione. Górecki percepisce chiaramente di non poter fare il suo lavoro da reporter, condividendo la vita dei suoi interlocutori, mentre alloggia in un Marriott.

Forse, aveva anche bisogno di una pausa dalla regione: dopo vent’anni dedicati al Caucaso, Górecki ha deciso di esplorare le terre sull’altro lato del mar Caspio e nel 2018 ha pubblicato un libro sull’Asia centrale post-sovietica (“Buran”), anche questo non tradotto in italiano.

Parti tradotte e non tradotte

La trilogia di Górecki è uno dei migliori modi possibile per fare conoscenza con il Caucaso contemporaneo per i non addetti ai lavori, grazie alla sua combinazione di reportage, incontri e digressioni storiche.

C’è ormai parecchia bibliografia a disposizione di studenti e ricercatori che desiderano sapere qualcosa sulla storia e la politica contemporanea del Caucaso, ma sarei tutt’ora in difficoltà dovendo consigliare un libro ad un conoscente curioso che mi chiede perché trovo la regione così affascinante. La scrittura di Górecki non si concentra eccessivamente sugli eventi di oggi e invecchia bene: l’aspetto esteriore delle grandi città della regione sta cambiando rapidamente, ma le storie di vita che attraversano generazioni intere dei loro residenti non perdono di attualità. Inoltre, Górecki è evidentemente interessato anche al passato meno recente e sembra dedicare una particolare attenzione alle piccole comunità con le loro storie insolite, come i cosacchi di Nekrasov (vecchi credenti che fuggirono nell’Impero ottomano durante il diciottesimo secolo e i cui discendenti tornarono nella terra degli antenati in l’Unione Sovietica nel 1962) o gli Udi, una piccola comunità di cristiani, molti dei quali vivevano in un villaggio dell’Azerbaijan, le cui condizioni di vita attuali sono un invito ad esplorare la complessa storia della regione. 

Infine, la trilogia di Górecki è importante anche perché dimostra che parlare del Caucaso non significa necessariamente parlare di guerra. Sebbene sia inevitabilmente presente, il conflitto non è l’elemento centrale della narrazione, né è un costante punto di riferimento.

Raccontando le storie e le esperienze degli abitanti del Caucaso e dei loro antenati, i testi di Górecki sono un’importante testimonianza della bellezza di questa regione, per la sua incredibile varietà di lingue e tradizioni, per la diversità dei vissuti e delle storie familiari che possono essere ascoltate viaggiando tra il mar Nero e il mar Caspio. Un passato difficile e dolorose vicende storiche sono parte di ciò che rende queste storie così straordinarie, ma i conflitti recenti non devono necessariamente essere la lente attraverso cui un lettore fa conoscenza con il Caucaso.

Narrazione solida, scrittura eccellente, nuove edizioni polacche, traduzioni esaurite in Italia, parte dell’opera tradotta in altri paesi… più editori internazionali potrebbero cogliere l’occasione di rendere la trilogia di Górecki disponibile al pubblico che si merita anche fuori dalla Polonia.


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