Il 4 dicembre 2006 a L'Aquila, la seconda parte di "Raccontare i Balcani. Dialoghi tra Est e Ovest", seminario di chiusura del progetto Ar.Co, promosso da Cantieri Teatrali Koreja a cura di Franco Ungaro. A lui abbiamo chiesto di tracciare una valutazione conclusiva

06/12/2006 -  Giulia Mirandola

Quando nasce l'idea di "Artistic Connections-Per una rete adriatica dei teatri"? Da parte di chi e con quali partner?

L'idea del progetto è nata tre anni fa. Tra gli operatori teatrali pugliesi era (ed è) molto sentita l'esigenza di migliorare l'offerta sul territorio. Tale obiettivo si può raggiungere collegando obiettivi e progettualità dei diversi attori sociali (i teatri, le istituzioni, le amministrazioni). In quel periodo arrivava a compimento l'accordo quadro sui beni culturali su iniziativa della Regione Puglia e del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali che sta portando alla riapertura di numerosi teatri storici comunali. Ho immaginato che Ar.Co potesse servire a risolvere problemi comuni (di organizzazione, di gestione, di qualità dell'offerta) a tante realtà del territorio e magari anticipare la soluzione di criticità presenti nel sistema culturale dell'area balcanica.

Ecco il motivo del coinvolgimento dei partner transfrontalieri (Accademia delle Arti di Tirana, "Centar Za Kulturu" e Municipalità di Smederevo, "Mostar Youth Theatre" di Mostar, Ministero della Cultura e dei Media del Montenegro, "Drugo More" di Rijeka, Teatro Nazionale per Ragazzi di Tirana, Teatro Nazionale dell'Opera e del Balletto di Tirana). Sessanta chilometri appena dividono la Puglia dai Balcani e dovrebbe essere più logico per gli operatori pugliesi dialogare con quelli balcanici piuttosto che inseguire modelli e collaborazioni con partner nordeuropei.

Perché in questa rete mancano Slovenia e Friuli-Venezia Giulia?

Partenariati troppo estesi o troppo limitati possono diventare problematici nella gestione di un progetto così impegnativo. Quello di Ar.Co mi sembra equilibrato.

In quali ambiti avete operato e con quali risultati?

Abbiamo sviluppato soprattutto due direzioni di lavoro.
La prima basata sul rafforzamento della cooperazione artistica e culturale. Sia attraverso il sostegno alla infrastrutturazione di alcuni luoghi di creazione artistica (teatri, centri culturali, musei) con interventi sui Teatri Comunali di Novoli, Nardò e Gallipoli, sia attraverso una attività di ricerca-studio finalizzata ad una mappatura organica di luoghi, istituzioni ed imprese che svolgono organicamente attività di produzione, promozione e management dei servizi culturali sia attraverso visite di studio realizzate da testimonial (registi, scrittori, intellettuali) riconosciuti della vita culturale e artistica che hanno raccontato attraverso testi, parole e immagini il paesaggio culturale delle aree di riferimento del progetto.

Risultato di tali visite è stato la pubblicazione di cinque reportage raccolti nella collana "Paesaggi e Culture": Livio Romano, Dove non suonano più i fucili (Bosnia ), Simona Gonella, Istantanee dal Montenegro (Montenegro), Loredana De Vitis, Welcome to Albania (Albania), Davor Miskovic, Safari Project (Abruzzo e Puglia), Nico Garrone, I nuovi volti della Serbia (Serbia), Fabio Sanvitale, Croazia, diario di viaggio (Croazia). Importanti inoltre sono state le riunioni del Comitato di Coordinamento che si è riunito a Mostar, a Lecce , a Pescara e a L'Aquila.

In secondo luogo abbiamo lavorato sullo sviluppo delle risorse umane. Il progetto ha realizzato un percorso con quattro workshop per la formazione di giovani attori provenienti dalle regioni partner svoltisi a Nardò, Gallipoli, Smederevo, Pescara e tre workshop internazionali aventi per tema Amministrazione (Tuzla - Bosnia Erzegovina), Marketing (L'Aquila), Management e sistemi di qualità dello spettacolo dal vivo (L'Aquila). A conclusione di tale percorso, per dieci mesi, quindici giovani (di cui oltre il 50% donne) sono stati occupati presso amministrazioni, associazioni e imprese di spettacolo beneficiando di una borsa lavoro.

Che professioni sono state coinvolte e perché proprio queste?

Considerato che l'obiettivo del progetto era la costruzione di una rete adriatica dei teatri, sono stati coinvolti sia professionalità di tipo artistico e culturale (attori e registi ma anche ricercatori, giornalisti, scrittori), sia di tipo organizzativo-gestionale (organizzatori, amministratori), sia più strettamente legate all'ambito istituzionale (assessori alla cultura e allo spettacolo, dirigenti di pubbliche amministrazioni ecc.). Considero valore aggiunto di questa progetto le connessioni che sono state costruite tra operatori, teatri, istituzioni artistico-culturali e pubbliche amministrazioni.

Il seminario dello scorso novembre era stato preceduto il 21-22 luglio 2006 dal seminario di Rijeka, "Possibilità di cooperazione culturale in area adriatica nel settore delle performing arts "? Chi era presente? Che problemi ha sollevato? Quali gli esiti?

Il seminario di Rijeka è stato organizzato da "Drugo More" ed è stato importante innanzitutto per i partner del progetto, che hanno preso consapevolezza che il percorso di cooperazione avviato è irreversibile, che i legami costruiti in questi due anni sono solidi e che le opportunità di cooperazione avranno sicuramente ulteriori sbocchi. Sono stati particolarmente apprezzati gli interventi di Giorgio Ursini Ursic che ha sollecitato tutti noi ad avere maggiore coraggio per sperimentare anche percorsi di produzione e coproduzione, quello del critico teatrale Andrea Porcheddu, che ha insistito molto sulla necessità di far conoscere testi di autori di area balcanica in Italia, quello di Augusto Masiello del Teatro Kismet di Bari che si è soffermato sul valore economico del lavoro in rete.

Molto utili sono stati gli interventi di Anja Jelavic del Ministero della Cultura serbo e di Hrvoje Franusic del Segretariato Tecnico Congiunto, che hanno illustrato le direttive su cui vanno indirizzandosi i nuovi programmi dell'Unione Europea in ambito culturale.

Che traccia lascia la prima parte del seminario "Raccontare i Balcani: dialoghi tra est e ovest" (1-4 novembre 2006, Lecce e Nardò)?

È stato davvero un bell'incontro, alimentato dalla molteplicità e dalla diversità degli sguardi e dei punti di vista. Storia, critica, arte, politica, amministrazione hanno fatto irruzione nelle giornate seminariali attraverso gli interventi appassionati di osservatori e attori. Il mio desiderio era quello di lanciare provocazioni che potessero rafforzare ulteriormente le motivazioni di tutti coloro che hanno preso parte al progetto. Il rischio di progetti come questi, finanziati dai programmi comunitari, è che si perdano per strada le bussole ovvero bisogni e ragioni del fare. Ritengo invece che il lavoro di approfondimento delle vere motivazioni non possa mai essere interrotto, pena la deriva burocraticistica e affaristica.
Ho particolarmente apprezzato l'intervento di Milisav Savic, incaricato d'affari dell'Ambasciata di Serbia in Italia, che ha delineato con profondità e leggera ironia il profilo identitario del "balcanico". Ma le giornate di Lecce sono state importanti anche per il fatto che i partecipanti hanno avuto modo di osservare dal vivo il lavoro di artisti come Shpend Bengu, il Piccolo Teatro Dusko Radovic e il gruppo di Olah Vince e gli spettacoli di Koreja. Gli interventi di numerosi rappresentanti istituzionali ha in un certo senso reso palpabile e matura la necessità di costruire percorsi incrociati di progettazione e di lavoro. Le giornate seminariali si sono significativamente concluse con un incontro a Nardò dedicato ai più importanti network europei (Theorem, Oracle Network, Ietm, Iris); all'interno ha spiccato, per acume e passione, l'intervento di Ugo Bacchella della Fondazione Fitzcarraldo di Torino che ha ricostruito profilo, storia, missioni e problematicità del networking.

Quali i punti nodali del seminario di chiusura organizzato a L'Aquila?

L'incontro a L'Aquila è sostanzialmente di "sponda" fra quello che è stato fatto sinora e ciò che potrà succedere nei prossimi mesi. È stata infatti prevista la presenza di operatori, che non sono partner di Ar.Co ma che sono comunque interessati ad essere coinvolti in percorsi futuri di cooperazione transfrontaliera. Saranno infatti presenti i rappresentanti di Mess Festival e del festival Castel dei Mondi di Andria insieme a numerosi altri rappresentanti di amministrazioni locali (Casarano, Corato ecc.). Sarà soprattutto importante per gli artisti presenti incominciare a pensare come, superata questa fase necessaria di conoscenza, passare a ipotesi di produzione e coproduzione artistica transfrontaliera.

Nel novembre 2005 esce Dove non suonano più i fucili. In giro fra l'Erzegovina e la Bosnia di Livio Romano. È il primo numero della collana "Paesaggi e culture", una rassegna dei Balcani regione per regione, secondo Simona Gonella, Fabio Sanvitale, Loredana De Vitis, Franco D?Ippolito, Davor Miskovic, Nico Garrone. Lei ne è stato coordinatore editoriale, ce ne parla?

Sono stati pubblicati cinque volumi che raccontano il paesaggio culturale dei Balcani e quello della Puglia e dell'Abruzzo. Sono il risultato delle cinque visite di studio che sono state affidate a scrittori, giornalisti e registi e testimoniano soprattutto dialoghi e incontri da loro avuti con alcuni dei protagonisti della scena culturale in area adriatica. Naturalmente il paesaggio è molto vario e diversificato con punte di eccellenza ma anche tante criticità. Soprattutto dove più difficili sono le condizioni di vita materiali, si percepisce più forte la voglia di riprendere il lavoro artistico e culturale e di dialogare con il mondo. I cinque volumi sono molto ricchi di informazioni e di dettagli utili per chi voglia conoscere dal punto di vista culturale queste nostre realtà. Altri due volumi, quelli curati da Franco D'Ippolito e Andrea Maulini, sono la sintesi di due indagini effettuate sul sistema culturale e artistico fra le due sponde; l'uno finalizzato a indagarne modelli organizzativi, l'altro più orientato a rilevare gli standard di qualità dei servizi culturali.

Quale dei testi pubblicati Le sembra il più interessante? Quale il più debole e perché?

Ognuno dei testi, per la varietà che li connota e per la differente provenienza professionale di chi li ha scritti, ha un valore specifico. Quello di Livio Romano ha una leggerezza e facilità di scrittura che lo fa assomigliare a un road movie; quello di Simona Gonella è una puntualissima guida ai teatri montenegrini come ne avremmo bisogno in Italia, con un taglio interpretativo interessante; quello di Nico Garrone è interessante perché ha messo a confronto due generazioni teatrali serbe, prima e dopo la guerra. Probabilmente l'approccio di Davor Miskovic alla realtà pugliese e abruzzese non è stato in linea con l'obiettivo affidatogli; il volume risente di eccessiva deformazione sociologistica, vengono fuori poco le emozioni del paesaggio culturale e più le elucubrazioni sociologiche.

Se si esclude Davor Miskovic, tutti gli autori sono italiani. Perché questa scelta?

Nei programmi INTERREG c'è un limite massimo che può essere speso nei paesi adriatico orientali e pertanto non ci consente di superare una certa soglia. È un problema grosso che con la prossima programmazione verrà superato poiché verrà data facoltà ai partner balcanici di gestire un proprio budget e di avere autonomia finanziaria. Ciò significherà un maggiore coinvolgimento di risorse umane dell'area balcanica.

Cosa significa "Raccontare i Balcani"? Come cambia il racconto da una parte all'altra dell'Adriatico?

Sono risultate evidenti a tutti le differenti modalità di racconto costruite per esempio da Predrag Matvejevic o dall'economista Franco Botta o dal giornalista Raffaele Gorgoni. Raccontare è cosa diversa dal pensare, dal riflettere, dall'analizzare. Il racconto scava nella memoria, nelle emozioni, nell'immaginazione, oltre i semplici dati numerici, economici, sociali. Con i due seminari di Lecce e L'Aquila proviamo a registrare e raccogliere umori, tensioni e utopie della nostra "generazione di mezzo" che ha subito le sue sconfitte; su una sponda le sconfitte e l'amaro risveglio da una guerra assurda e sull'altra le sconfitte legate all'impermeabilità di un tessuto sociale e politico che stenta a rinnovarsi e a cambiare. Dopo due anni di lavoro con il progetto Ar.Co mi sembra di aver colto più problemi e contraddizioni nel nostro bel sistema "assistito e sovvenzionato" che non in quello caotico e disordinato dell'area balcanica. Avremmo bisogno soprattutto di ritrovare da questa parte motivazioni ed entusiasmi.

La ricerca iniziata nell'ambito del progetto Ar.Co procede o finisce qui?

Non può finire qui, perché le relazioni avviate produrranno altre occasioni per sviluppare conoscenza e ricerca.

Quali reazioni nel nostro Paese tra chi più da vicino si occupa di teatro? Penso a teatri, organizzatori, curatori di progetti di cooperazione simili al vostro, critici, attori, ricercatori, docenti universitari, studenti, drammaturghi? Cosa ha stimolato Ar.Co e cosa no?

Confesso di essere molto pessimista, ma il sistema teatrale italiano è malato e agonizzante, troppo autoreferenziale e chiuso in se stesso. La preoccupazione maggiore dei nostri operatori è conservare privilegi, risorse e status quo acquisiti, coltivare il proprio piccolo orticello (ogni critico, ogni drammaturgo, ogni operatore ha il suo). La politica sciagurata dei grandi eventi e dei festival (della mente, della scienza, della letteratura, del mare, del cielo e via banalizzando) fa poi il resto, oscurando il lavoro di chi mira a costruire processi di radicamento culturale, di chi privilegia l'arte rispetto al business.

Personalmente Ar.Co mi è servito molto ad allargare gli orizzonti della mia ricerca, a riscoprire il valore insostituibile della differenza culturale, a mettere in relazione individui diversi fra di loro. Scopro sempre più vera questa missione del teatro di far incontrare le persone. Mi aspettavo sinceramente più attenzioni e coinvolgimento del sistema, diciamo, "ufficiale", "istituzionale", anche se preferisco ancora la logica del "pochi ma buoni" o quella del lavoro sulla qualità piuttosto che sulla quantità. La prossima sfida con "Factory" (il progetto che darà seguito a Ar.Co), sarà quella di sviluppare percorsi comuni di creazione artistica e di sostenere la mobilità degli artisti e degli operatori in area adriatica.

Link consigliati:
www.teatrokoreja.com


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