Veduta aerea di Mostar (Lukas Bischoff Photograph/Shutterstock)

Veduta aerea di Mostar (Lukas Bischoff Photograph/Shutterstock)

Lo scorso 17 giugno due principali partiti nazional-conservatori dei bosgnacchi e dei croato-bosniaci hanno firmato un accordo che dovrebbe portare al voto per le municipali a Mostar. Ma perché è da 12 anni che non si vota nella città del ponte?

22/06/2020 -  Andrea Zambelli

(Pubblicato originariamente su EastJournal il 18 giugno 2020)

I leader dei due principali partiti nazional-conservatori dei bosgnacchi e dei croato-bosniaci, Bakir Izetbegovic (SDA) e Dragan Covic (HDZ BiH) hanno firmato il 17 giugno scorso un accordo per permettere la tenuta delle elezioni municipali nella città di Mostar, dopo dodici anni. Gli emendamenti alla legge elettorale dovranno ora essere presentati entro due settimane in parlamento a Sarajevo.

Dopo le elezioni locali, secondo l’accordo, lo statuto municipale dovrà essere emendato con più poteri per il presidente del consiglio comunale nel controllare l’operato del sindaco, incluso sull’esecuzione del bilancio. Un riflesso della mancanza di fiducia politica tra i due partiti, nonostante una lunga storia di collaborazione di governo a livello statale e locale.

I due partiti si sono anche impegnati a risolvere le altre questioni elettorali pendenti – dalla Presidenza (la famosa questione Sejdic-Finci ) alla Camera dei popoli della Federazione – entro la fine del 2021; ma sulla fattibilità di tale impegno lo scetticismo resta doveroso.

La vicenda

Nel 2010 la Corte costituzionale bosniaca aveva abrogato le norme elettorali per la città di Mostar, imposte dall’Alto rappresentante internazionale quando nel 2004 – lo stesso anno della ricostruzione del Ponte Vecchio – Paddy Ashdown riunificò la città dopo dieci anni di forzata separazione post-bellica. La formula elettorale prevedeva 17 consiglieri eletti in un collegio unico, e altri 18 in sei collegi territoriali che eleggevano lo stesso numero di consiglieri nonostante la disparità di popolazione. Una discrepanza statistica che secondo i giudici inficiava il principio di uguaglianza del voto.

Ma la sentenza non aveva portato a un cambiamento: se il partito HDZ dei croati, maggioritari, era a favore di una municipalità unica, lo SDA bosgnacco chiedeva garanzie per la minoranza. In mancanza di una nuova legge elettorale, i residenti di Mostar non hanno più potuto eleggere un consiglio comunale; scaduto il loro mandato nel 2012, il bilancio annuale della città è da allora adottato da solo dal sindaco ad interim, Ljubo Beslic, oggi ormai anziano e malato – e che non può permettersi di andare in pensione.

Lo scorso ottobre Irma Baralija, del partito civico liberale Naša Stranka, ha vinto il ricorso alla Corte europea dei diritti umani. I giudici di Strasburgo hanno riconosciuto la discriminazione dei residenti di Mostar per l’impossibilità di eleggere un consiglio comunale. La Corte ha dato sei mesi al Parlamento bosniaco per porre rimedio alla situazione, ricordando che in caso contrario la Corte costituzionale bosniaca ha il potere di mettere in atto misure transitorie per garantire i diritti politici di tutti i cittadini.

Le reazioni all’accordo

L’accordo è stato salutato dai rappresentanti internazionali in Bosnia Erzegovina, che hanno mediato tra SDA e HDZ per trovare un’uscita dal decennale stallo. I commissari europei Borrell e Varhelyi, in una dichiarazione congiunta , hanno accolto con favore l’accordo, nell’attesa di riforme che risolvano anche la questione Sejdic-Finci e le altre priorità chiave per il cammino verso l’adesione all’UE.

Ma non tutti hanno espresso pareri favorevoli. E’ particolarmente frustrante, affermava solo settimana scorsa la stessa Irma Baralija , vedere come “quelli che hanno fatto di Mostar ‘un caso’, che hanno sperperato i nostri soldi, distrutto e saccheggiato il bene comune, vengono ora pregati e spinti a mettersi d’accordo. SDA e HDZ sono i responsabili della situazione a Mostar, non i fautori della soluzione”.

Anche l’ambasciatore UE, Johann Sattler, d’altronde, ha ricordato come l’integrazione europea del paese “va a rilento , e non perché le porte dell’UE siano chiuse – sono ben aperte! – ma per mancanza di volontà politica.” Con questo accordo, nota Sattler, “si restituisce la parola al Parlamento”.

Le prospettive

Le elezioni locali in Bosnia Erzegovina, inizialmente previste per il 4 ottobre, sono state rinviate dalla Commissione elettorale al 15 novembre: non per il coronavirus, ma perché governo e parlamento devono ancora adottare il bilancio per il 2020, inclusi i 4 milioni di marchi necessari al voto. E’ possibile che Mostar possa così rientrare nella stessa tornata elettorale,

Nel frattempo, a Mostar un decennio di mancata amministrazione ha lasciato il segno: negli anni scorsi sono state molteplici le proteste dei residenti, specialmente rispetto alla discarica di Uborak, che avrebbe dovuto chiudere già nel 2014 ma continua ad essere utilizzata in mancanza di alternative, nonostante i permessi scaduti. Solo a inizio marzo 2020, il blocco della discarica per due settimane da parte degli stessi cittadini aveva portato la città ad essere sommersa di rifiuti. Anche il nuovo depuratore, atteso da vent’anni e finanziato dall’UE , resta fermo e a secco, in mancanza di un bilancio comunale in grado di coprirne i costi di funzionamento, mentre le acque reflue finiscono dritte nella Neretva, facendole perdere i riflessi verde smeraldo dell’alto corso del fiume.

I partiti d’opposizione come i socialdemocratici e Naša Stranka sperano che le elezioni a Mostar portino ad una sconfitta dei partiti nazional-conservatori come HDZ e SDA. D’altra parte, alle scorse elezioni politiche dell’ottobre 2018 i due partiti di governo hanno ottenuto rispettivamente il 36% e 24% dei voti, mentre socialdemocratici e liberali hanno raccolto insieme non più del 15% dei voti (SDP 7,5%, DF 6%, NS 2.8%). Una volta chiuse le urne, si saprà se il futuro di Mostar potrà essere diverso dal presente.


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